Archivio di Maggio, 2009
L’annuncio ufficiale è ancora atteso, ma ormai i giochi sono fatti: sarà Sonia Sotomayor la giudice della Corte Suprema nominata dal presidente Obama. Solo un improbabile sgambetto del Senato (dove i democratici dispongono di una maggioranza assoluta di 60 voti) potrebbe fermare l’ascesa della 54enne di origine portoricana a una delle nove poltrone più importanti della giustizia statunitense, quella lasciata libera da David H. Souter, che fu nominato da George Bush padre e si ritirerà a giugno dopo 18 anni di lavoro nella Corte.
La nomina non dovrebbe spostare di molto gli equilibri politici dell’organismo: Sotomayor, la prima ispanica a ricoprire questo ruolo, è considerata di area liberal, come Souter. Attualmente, secondo una semplificazione che non sempre rispecchia la complessità delle scelte adottate dalla Corte Suprema, quattro dei nove giudici sono in linea di massima progressisti (Stephen Breyer, Ruth Bader Ginsburg, David Souter e John Paul Stevens) e quattro conservatori (John Roberts, Antonin Scalia, Clarence Thomas e Samuel Alito). Il nono, Anthony Kennedy, si schiera a volte con gli uni e a volte con gli altri. C’era attesa intorno alla sostituzione di Souter perché si trattava della prima nomina per Obama, che aveva già fatto intendere chiaramente si sarebbe trattato di una donna, data la scarsa presenza femminile. Di origine portoricana, la prescelta dal presidente è nata e cresciuta nelle case popolari del Bronx e ha dato la scalata alla magistratura passando per Princeton e la scuola di legge di Yale, dove si sono laureati anche l’ex presidente Bill Clinton e sua moglie e segretario di Stato Hillary Clinton.
I membri della Corte sono eletti a vita (a meno di dimissioni) e influenzano l’orientamento giuridico del paese anche molti anni dopo che il presidente che li ha scelti ha lasciato la Casa Bianca. Sono chiamati a decisioni fondamentali, basti pensare che fu proprio una Corte Suprema a maggioranza filo-repubblicana a dare la contestata vittoria elettorale a George W. Bush nel 2000 contro Al Gore.
Le altre principali candidate al posto erano nomi di primo piano come il segretario alla Sicurezza Nazionale Janet Napolitano o la giudice di Chicago Diane P. Wood. La scelta di Obama, però, è caduta su Sotomayor, già nota al pubblico Usa, ricorda il New York Times, per aver condannato la Major League di baseball nel 1995 mettendo fine a uno sciopero di nove mesi delle squadre.
Ad alimentare le polemiche sempre più infuocate scoppiate a Washington intorno alla chiusura del carcere speciale di Guantanamo, incluso un feroce dibattito tra il presidente Barack Obama e l’ex vice presidente Dick Cheney, si inserisce un rapporto del Pentagono anticipato dal New York Times
secondo il quale un ex detenuto su sette, tra i 534 che hanno lasciato negli ultimi anni il carcere militare americano di “Gitmo“, è tornato a combattere o a svolgere attività militante in organizzazioni terroristiche.
Le rivelazioni confermano l’allarme lanciato dal direttore dell’FBI, Robert Mueller, sulla pericolosità di molti dei 240 detenuti che ancora si trovano nella prigione. Secondo il quotidiano newyorchese, il Pentagono starebbe ritardando la diffusione del rapporto per non ostacolare sul piano politico la decisione di Obama di chiudere la prigione, duramente contestata dell’opposizione repubblicana e da parte dei democratici. Il rapporto evidenzia che 74 ex prigionieri sono tornati al terrorismo e fornisce le identità di 29 di loro mentre gli altri nomi vengono mantenuti segreti per ragioni di sicurezza nazionale e per operazioni di intelligence in corso. Tra gli ex detenuti identificati, ci sono Said Ali al-Shihr, sospettato di aver preso il comando di Al Qaida in Yemen e di aver lanciato un attacco lo scorso anno contro l’ambasciata Usa a Sanaa, e Abdullah Ghulam Rasoul, noto anche come Mullah Abdullah Zakir, che sarebbe ora un comandante talebano in Afghanistan.
Il primo è il comandante talebano responsabile degli attentati più efferati ai danni delle truppe britanniche in Afghanistan negli ultimi mesi è un ex detenuto di Guantanamo uscito dalla prigione di Kabul grazie al governo di Hamid Karzai. Abdullah Ghulam Rasoul ha trascorso 6 anni a Camp X-Ray prima di essere rimesso in libertà dalle autorità afgane nel dicembre 2007, dopo che una commissione in Usa aveva stabilito che non costituiva più una minaccia. Rasoul adesso sarebbe riapparso con il nome di mullah Abdullah Zakir, nuovo capo delle operazioni talebane nella provincia di Helmand e regista della strategia contro le truppe britanniche: un uomo “molto pericoloso” e che, prima della cattura, era considerato a stretto contatto con il mullah Omar. Rasoul era stato catturato insieme ad altri talebani a Kunduz, nel nord dell’Afghanistan, nel dicembre 2001. Tra i nomi resi noti vi sono militanti rimasti uccisi in azione: Mohamed Yusif Yaqub, rilasciato nel maggio del 2003 e poi divenuto capo delle operazioni dei talebani nel sud dell’Afghanistan, ucciso dalle forze americane nel 2004. Abdullah Mehsud, rilasciato nel marzo del 2004 e diventato leader delle forze talebane nella provincia pakistana della frontiera nord occidentale, si è fatto esplodere nel 2007 per evitare la cattura. Maulavi Abdul Ghaffar, rilasciato alla fine del 2002 e diventato comandante talevano nelle province di Uruzgan ed Helmand, è stato ucciso in un raid americano nel 2004. Valutazioni che sembrano aver indotto la Commissione del Congresso chiamata l’8 maggio a decidere sullo stanziamento di 50 milioni di dollari necessari a smantellare il campo a bocciare la richiesta del presidente mentre il 22 dello stesso mese il Senato ha approvato un progetto supplementare di bilancio per il 2009 che ha stanziato 91,3 miliardi di dollari per finanziare le guerre in Iraq e in Afghanistan negando però a Obama i fondi per la chiusura di Guantanamo

In questi giorni le autorità di Teheran filtrano l’accesso a uno dei più cliccati siti della Rete: Facebook. Motivo? Le imminenti elezioni presidenziali del 12 giugno. Secondo analisti e stampa internazionale, i blog e i social-network (come appunto Facebook) sono diventati i mezzi più influenti per sensibilizzare le giovani generazioni in vista della prossima chiamata alle urne. E questo il principale leader dell’opposizione, Mir Hossein Mousavi, lo sa bene. Stando a quanto ha scritto il Los Angeles Times nel suo blog Babylon and Beyond, Facebook sarebbe uno tra i siti che più sta spingendo per l’elezione di Mir Hossein Mousavi, il più liberale tra i candidati che potrebbero scalzare l’attuale presidente Mahmoud Ahmadinejad. Il Guardian cita invece Mohammed Ali Abtahi (un ex vicepresidente che sostiene la candidatura del moderato Mahdi Karroubi) che dice: “Facebook è oggi una delle poche fonti che i giovani iraniani possono usare per comunicare”. Da qui i timori di Tehran per come il sito potrebbe influenzare il voto dei ventenni.
Sudamerica: presunti abusi di stampa
Il presidente venezuelano Hugo Chavez e il suo collega equadoriano Rafael Correa non amano la stampa indipendente. “Disinformano e attaccano i governi democraticamente eletti”, dicono i due leader sudamericani. E così, questo fine settimana nel corso di un incontro latinoamericano sulle politiche energetiche, i due presidenti hanno annunciato di voler creare a breve un organismo transnazionale che tenga sott’occhio la stampa che “non rispetta” il lavoro del governo. Rafael Correa pare essere quello più risoluto nel combattere i media d’opposizione. Ha infatti annunciato di voler proporre all’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur, ente di cui assumerà la presidenza da giugno) l’istituzione di “un organismo che difenda i cittadini e i governi legittimamente eletti dai casi di abuso della stampa”. L’idea è piaciuta anche a Hugo Chavez, che ha subito assicurato al collega ecuadoriano il supporto del suo governo. “L’Ecuador può contare sull’appoggio del Venezuela nella lotta interna contro questo fenomeno fascista”, ha detto il leader di Caracas.
La Tv curda torna in Germania
È stato uno smacco per la Turchia la sentenza di un tribunale di Lipsia. In settimana i magistrati della città tedesca hanno annunciato che Roj TV (la contestata emittente curda che a detta di Ankara diffonde messaggi violenti del Partito del lavoratori curdi PKK e incita il terrorismo) potrà continuare a trasmettere in Germania (terra dove risiedono almeno 2,5 milioni di turchi e 500mila curdi). La vicenda di Roj TV e dei tentativi turchi di cancellarla dal panorama tedesco risale al giugno 2008, quando il ministero degli Interni di Berlino l’aveva dichiarata illegale per i suoi legami con il PKK, un’organizzazione politica vietata in Germania. Il tribunale di Lipsia ha però rivisto le posizioni del ministero e ha dichiarato che finché non ci sarà un processo l’emittente potrà continuare a trasmettere.
La Corea del Nord ha lanciato due nuovi missili a corto raggio dalla costa est del Paese. Lo rende noto l’agenzia sudcoreana Yonhap citando una fonte governativa di Seul. Una nuova provocazione alla comunità internazionale, dopo che ieri il regime nordcoreano ha compiuto il secondo test nucleare della sua storia e effettuato il lancio di tre missili con una gittata di 130 chilometri.
Già dopo i tre lanci di ieri, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite ha espresso una “forte condanna”. In una riunione convocata d’urgenza dalla Russia e durata poco più di un’ora i Quindici hanno deciso di preparare una risoluzione che comporterà nuove sanzioni per Pyongyang. Al termine della riunione l’ambasciaote russo Vitaly Ciurkin ha dichiarato che “i membri del Consiglio hanno espresso forte opposizione e condanna del test nucleare effettuato ieri dalla Corea del Nord che costituisce una chiara violazione della risoluzione 1718 del Cosngilio”. I Quindici - ha aggiunto il funzionario “hanno deciso di lavorare immediatamente su una risoluzione”.
Sono soprattutto gli Usa a questo punto a premere per una risoluzione forte. Il presidente usa ha definito l’esperimento di Pyongyang una “minaccia per la pace e la sicurezza” nonché una “sfida alla comunità intenazionale”.
Obama, ha telefonato ieri sera alla sua controparte sudcoreana, il presidente Lee Myung-bak e al premier giapponese Taro Aso per “coordinare” eventuali reazioni ai test nucleari in NordCorea. Obama ha rassicurato i due leader dell’”impegno inequivocabile” alla difesa della Corea del Sud. Con i due presidenti Obama ha anche convenuto di lavorare in stretto contatto “per sostenere una forte risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu con misure concrete per ridurre le attività nucleari e missilistiche di Pyongyang”.
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Un geyser in Islanda.
(Foto: Olivier Grunewald)
Pochi paesi sono stati sconvolti dalla crisi economica come l’Islanda. Tanto che dopo aver cambiato in pochi mesi radicalmente governo, economia e stili di vita, ora gli islandesi, o almeno quella parte che ha votato per il partito di governo, i socialdemocratici, vogliono cambiare moneta. E aderire all’Unione europea. Il governo islandese guidato dal primo ministro Johanna Sigurdardottir ha presentato oggi in parlamento la richiesta di adesione all’Unione. Il portavoce del premier ha annunciato che il dibattito dovrebbe avere inizio questa settimana.
Se, come previsto, questa proposta dovesse ottenere la maggioranza parlamentare, la richiesta di adesione verrà presentata all’Unione Europea già all’inizio di luglio. Sigurdadottir, gay dichiarata (primo caso al mondo), fu nominata a capo del governo provvisorio il 1 febbraio scorso dopo i giorni della grave crisi istituzionale e finanziaria del paese atlantico, quando l’intera Islanda fallì nel giro di un mese per un’esagerata esposizione al debito e ai titoli tossici delle banche. Poi vinse le elezioni in coalizione con i verdi e fu riconfermata premier lo scorso aprile. Già in campagna elettorale l’adesione all’Ue, da sempre vista con sospetto dai 313mila abitanti dell’isola nordica, era stata uno dei suoi cavalli di battaglia. L’adozione dell’euro viene vista come strumento principale per fronteggiare la grave crisi economica che ha fatto crollare la Borsa, svalutare la corona e nazionalizzare i tre principali gruppi bancari annientando pensioni e risparmi.
(Credits: Maki Galimberti)
Una serie di attacchi e scontri a fuoco senza precedenti, una dozzina dall’inizio di maggio, ha coinvolto le truppe italiane schierate in Afghanistan. Un paio di scontri ha coinvolto i paracadutisti del 186° reggimento posti a presidio di un avamposto nella Valle del Mushai, a sud est di Kabul, ma la gran parte si sono verificati nell’Afghanistan Occidentale, nelle province di Herat, Farah e Badghis. Per la seconda volta in meno di una settimana i paracadutisti del 183° reggimento Nembo che presidiano la base di Bala Murghab hanno subito un’imboscata durante un pattugliamento nella valle del fiume Murghab. Il 16 maggio, in un attacco subito a 2 chilometri dalla base, non si erano registrati feriti o danni ma il 21 nel villaggio di Akazai, a circa cinque chilometri dal “fortino” italiano, nel conflitto a fuoco è stato ferito a un braccio il paracadutista, Alessandro Iosca, colpito da una scheggia. Quando i veicoli Lince della pattuglia italiana si sono avvicinati al villaggio, già in passato teatro di imboscate, i miliziani hanno aperto il fuoco con armi automatiche e lanciagranate. L’intervento delle truppe afgane e di una coppia di elicotteri Mangusta ha provocato un numero imprecisato di caduti tra i talebani. Gli elicotteri da combattimento, una coppia dei quali rischiarata sulla base spagnola di Qal-i-Now, sono intervenuti anche il 22 maggio in appoggio a una pattuglia afgana nello settore provocando anche in questa occasione un elevato numero di perdite ai miliziani. Secondo fonti del comando italiano gli ultimi scontri avrebbero evidenziato una crescente capacità operativa delle truppe dell’Afghan National Army, addestrate dai consiglieri militari italiani e americani, che mostrano oggi più professionalità soprattutto una buona tenuta sotto il fuoco. Fin dall’agosto scorso, quando i fanti aeromobili della brigata Friuli ne presero possesso, i talebani e le milizie di narcos hanno attaccato più volte il presidio e le pattuglie italiane per proteggere le piste utilizzate per portare nel vicino Turkmenistan i carichi di oppio. Il numero ridotto di truppe da combattimento disponibile in quest’area, appena un centinaio di soldati italiani e altrettanti afgani, complica ulteriormente la situazione.
L’Afghanistan occidentale è considerato dal comando Nato di Kabul una “grande incognita” a causa della crescente penetrazione talebana dalle regioni meridionali che sta portando a un forte incremento delle truppe alleate. Italiani e spagnoli aumenteranno le truppe in vista delle elezioni ma gli statunitensi puntano a concentrare in questa regione oltre 3.000 soldati con compiti offensivi.
“Mi aspetto più combattimenti nei prossimi mesi” ha dichiarato la settimana scorsa il generale Rosario Castellano, alla testa della brigata Folgore e del Comando Nato di Herat ma i “caveat” imposti da Roma impediscono ai nostri soldati di condurre azioni offensive. Come ha ammesso Castellano “siamo pronti a combattere ma non cerchiamo lo scontro”. Anche per questo le forze statunitensi stanno assumendo un ruolo preponderante anche nel settore Ovest e i distretti meridionali della provincia di Farah sono stati sottratti al controllo italiano in vista di pesanti offensive anglo-americane.
Doppia sfida di Pyongyang alla comunità internazionale: nella stessa giornata il regime nordcoreano ha compiuto il secondo test nucleare della sua storia e effettuato il lancio di tre missili con una gittata di 130 chilometri. E’ stato lo stesso governo di Kim Jong-il ad annunciare di aver condotto un test atomico piu’ potente di quello dell’ottobre 2006 che scatenò l’indignazione e la preoccupazione del mondo intero. Da quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva inasprito le sanzioni contro il regime in seguito al lancio di un missile balistico in grado di raggiunger il territorio statunitense, la Corea del Nord minacciava al ripresa degli esperimenti nucleari. “Il test sotterraneo è stato condotto con successo” si legge in una nota dell’agenzia ufficiale Kcna, “e fa parte delle misure per rafforzare in ogni modo il potere di deterrenza nucleare”.
Poche ore dopo dal poligono di Musudan-ri, lo stesso dal quale partì il 5 aprile scorso il missile balistico Taepodong 2, sono stati sparati tre missili terra-aria a corta gittata.
Secondo il ministero della Difesa russo, la potenza dell’esplosione, registrata 80 chilometri a nordovest della citta’ di Kilju, e’ stata tra i dieci e i venti chilotoni, cioe’ tra dieci e venti volte la potenza del test dell’ottobre 2006. L’esplosione ha provocato un sisma di 4,5 gradi sulla scala Richter, decisamente piu’ violento di quello di 3,6 gradi del 2006 e quindici chilometri piu’ a nordest. “Il test” si legge nella nota del governo di Pyongyang, “e’ stato condotto a un livello piu’ alto in termini di tecnologia impiegata nel controllo e di potenza esplosiva. Il risultato permette di risolvere in modo soddisfacente i problemi che erano sorti sul fronte scientifico e tecnologico nell’ulteriore sviluppo di armi e tecnologie nucleari”. Il regime definisce il successo del test “una fonte di ispirazione per l’esercito e il popolo della Repubblica” e “un contributo alla difesa della sovranita’ del Paese e del socialismo per garantire la sicurezza e la pace nella penisola coreana e nella regione”.
Fonti Usa hanno rivelato che il regime di Pyongyang ha dato a Washington un preavviso di meno di un’ora e non ha fatto alcuna richiesta. Il test è stato condannato da tutta la comunita’ internazionale. La Cina ha fatto sapere di essersi opposta con fermezza e la Russia ha espresso forte preoccupazione. Obama ha detto che “Il tentativo della Corea del Nord di sviluppare ordigni nucleari e il programma missilistico balistico rappresentano una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali”.
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Da Bucarest a Madrid, da Stoccolma a Trapani, alle prossime elezioni europee un partito potrebbe accomunare tutta l’Europa sotto il suo segno: quello dell’astensione. I sondaggi preoccupano in egual modo i due principali gruppi dell’Europarlamento: Socialisti (Pse) e Popolari (Ppe). Le percentuali già basse della partecipazione del 2004 (45%) paiono destinate a scendere. Quella che uscirà dalle urne (si vota dal 4 al 7 giugno a seconda dei paesi) sarà un’Eurocamera diversa da quella che ha retto fino ad oggi Strasburgo. Non solo per la riduzione da 785 a 736 seggi. E’ molto probabile la crescita di partiti euroscettici e delle ali estreme di destra e sinistra.
I popolari, infatti, (oggi primo partito con 288 eletti), dovranno fare i conti con l’abbandono dei Tories britannici, circa una trentina. Mentre i socialisti rinunceranno, almeno in teoria, all’apporto degli ex Ds italiani, ora confluiti nel Pd, che non ha ancora chiarito sino in fondo la propria collocazione (appoggio al Pse, nuovo gruppo riformista, appoggio ai liberlademocratici?). La prima sessione del nuovo Europarlamento non sarà presieduta dal leader del Front National francese Jean Marie Le Pen (gli sarebbe toccato in quanto membro più anziamo). Il regolamento sarà cambiato per fare parlare invece Hans Poettering, il presidente uscente. “I leader si sono consultati e una persona che non condanna l’Olocausto” ha detto Poettering, “non è la più indicata per la prima sessione”. Ma il leader dell’ultradestra transalpina avrà comunque le sue soddisfazioni: il gruppo degli euroscettici e dei partiti nazionalisti potrebbe raggiungere dimensioni mai viste prima. Si è già detto dei Tories, che probabilmente saranno primo partito in Inghilterra e abbandoneranno il Ppe, per fondare un nuovo gruppo più indipendente. Impresa non facile, ma alla portata: servono 25 seggi e almeno 7 paesi rappresentati.
Sempre in Inghilterra, i sondaggi danno lo Uk indipendence party , “No al controllo dell’Ue sulle nostre vite” è lo slogan, sopra il 15%, ma il vero bastione degli euroscettici di destra sono i paesi dell’Est: i partiti forti di Repubblica Ceca e Polonia (Ods di Vaclav Klaus e Diritto e Giustizia dei gemelli Kaczinsky) non fanno mistero della loro avversione a Bruxelles: anche loro dovrebbero abbandonare il Ppe. In Italia, la Lega potrebbe andare vicina alla doppia cifra. Così come si aspetta un buon risultato il Partij Voor de Vrijhei del discusso leader xenofobo Geert Wilders. O dell’estrema destra austriaca, orfana di Joerg Haider ma non dei voti della Fpoe che chiede “L’occidente in mano ai cristiani”. Alla fine potrebbero tutti confluire in un gruppo unico con la lista Libertas, che si presenta in 11 paesi (non in Italia) ed è sostenuta dal magnate delle telecomunicazioni irlandese Declan Ganley, già promotore della vittoriosa campagna contro il Trattato di Lisbona. Anche se i punti in comune di tutti questi partiti non vanno al di là di un generico rigetto dell’europeismo, l’ avversione all’ingresso della Turchia, il nazionalismo e la retorica anti immigrati. Difficile che i Tories di David Cameron possano accasarsi con loro.
Anche a sinistra il Pse pare destinato a perdere pezzi e voti a favore di formazioni più estreme che cavalcano il malcontento della crisi economica e non sono teneri con le istituzioni dell’Unione. In Francia ci si attende un risultato importante da Olivier Besancenot e dal suo partito Anticapitalista, così come dai partiti comunisti di Grecia e Portogallo. Anche le forze dell’ex Sinistra arcobaleno, in Italia, se si presentassero unite potrebbero (stando agli attuali sondaggi), superare la quota del 4% e arrivare a Strasburgo. Ma questa è fanta-politica.
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