Archivio di Giugno, 2009
30/06/2009 - In questa fotogallery, una serie di immagini provenienti dai Gay Pride che si sono celebrati, nei giorni e nelle settimane scorse, in tutto il mondo libero: dall’India al Canada, da Genova a San Paolo del Brasile.
GUARDA LA FOTOGALLERY!
Roma, 13 giugno 2009. Credits: ANSA / GUIDO MONTANI
Guarda la GALLERY delle proteste. Tutti i post sull’Iran
Confessioni estorte nella tv iraniana (2 luglio)
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1 luglio 2009: squadracce in azione
Polizia in assetto antisommossa - squadrone della morte - si aggira per le strade della città compiendo atti di vandalismo contro automobili parcheggiate e altre proprietà private.
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1 luglio 2009: protesta dei tetti
Ripresa notturna, si sentono solamente le voci di molte persone urlare “Allah o Akbar” - che è divenuto un grido di libertà da quando Mousavi ha invitato a protestare in questo modo dai tetti delle case - e “morte al dittatore”.
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Torture su un ragazzo (24 giugno)
I miliziani Basji malmenano un ragazzo nelle strade di Teheran, quartiere di
Khommarrabad.
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Per la Cnn è in corso un “massacro”: la polizia spara sulla folla (24 giugno)
Ecco due video amatoriali girati a Teheran. Secondo la tv americana i cecchini del regime stanno caricando e sparando sulla folla. Notizie conferate da molti blogger iraniani.
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Nuove proteste a Teheran: barricate nelle strade (23 giugno)
Mirdamad St, sei mezza del mattino, 23 Khordad 88. Nuove proteste contro l’elezione di Ahmadinejad
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Neda, la ragazza martire, simbolo della protesta (20 giugno)
Karekar Avenue, all’angolo tra Khosravi Street e Salehi Street, a Teheran: cade con un colpo al cuore sparato da un tiratore scelto delle milizie Basji, il 20 giugno, Neda, in un video che ha fatto il giro del mondo su Youtube. Stava partecipando con suo padre alle proteste contro Ahmadinejad. “La vittima - ha dichiarato il medico che l’ha soccorsa - è morta in meno di due minuti”.
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Un ragazzo ucciso dalle milizie (20 giugno)
Rimbalzano da Teheran le immagini di un altro manifestante cui gli uomini di Ahmadinejad avrebbero sparato a morte. Queste immagini, riprese tra Shadmehr Street e Azadi Street a Teheran, stanno viaggiando su tutti i siti di social network e anche sul blog di opposizione di Saeed Valadbaygi Revolutionary Road (anche su Fb)
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I brogli? Nessun broglio (guardate questo video) - 20 giugno
Eccome come si fa a far risultare 24 milioni di voti per Ahmadinejad e spacciare come una grande vittoria della democrazia quella che, per l’opposizione, è solo una gigantesca manipolazione dei risultati elettorali. Secondo i riformisti questa è la pistola fumante contro il regime.
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18 giugno, impiccagioni di dissidenti
Impiccagione di studenti curdi a Kermanshan accusati di aver fatto attività politica
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Sparano i cecchini delle milizie (16-17 giugno)
I tiratori scelti delle famigerate milizie Basji sparano per le strade di Teheran, davanti a una stazione di polizia, per far terminare le proteste.
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Cecchini delle milizie Basji sparano sulla folla (15 giugno)
Un operatore della Bbc persiana, nascosto sui tetti, riprende i cecchini delle milizie Basji mentre sparano sulla folla, forse con Ak-47, sotto una stazione di polizia di Teheran.
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La rabbia dei manifestanti (14 giugno)
Esplode a Teheran la rabbia degli oppositori che tentano di malmenare due poliziotti delle famigerate milizie Basji in motocicletta.
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Il servizio dell’inviato Cnn tra i manifestanti (14 giugno)
Scene di inusitata violenza nel servizio dell’inviato americano che mostra la folla che protesta e le violenze commesse dalla polizia sugli oppositori.
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13 giugno, divampa la protesta dopo le elezioni (13 giugno)
Uno dei primi video pubblicati sui siti di social network da parte dei militanti delle opposizione a Teheran, in occasione delle proteste contro l’elezione truccata del presidente Ahmadinejad. Si notano molti ragazzi, sostenitori di Mousavi, che riprendono coi videofonini le immagini nelle strade. Il giorno dopo il presidente oscura i siti di social network e rende inaccessibili i servizi di videofonia.
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Le prime immagini della rivolta (13 giugno)
Immagini, riprese dall’alto, di una delle prime manifestazioni dei sostenitori del candidato riformisti all’indomani della proclamazione della vittoria di Mahmoud Ahmadinejad.
Michele Zurleni, giornalista, ha da diverso tempo una bandiera Usa sulla scrivania. La guarda e pensa alla forza che sprigiona: quella di guardare al futuro, anche in modo discutibile. Ma guardare avanti. Come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Un’icona nera, come Michael Jordan per lo sport e Barack Obama per la politica (mondiale). Un pezzo di storia dei Neri d’America (che ora ne rivendicano la figura nonostante la sua scelta di trasfigurare il suo corpo). Una leggenda della pop music. Un personaggio globale. Da omaggiare. Così, negli Usa, la Rete si è divisa sul mancato riconoscimento pubblico del presidente nei confronti di Michael Jackson. Il dibattito è in corso.
C’è chi ritiene che la lettera privata inviata tre giorni dopo il decesso sia stata sia tardiva e insufficiente. E chi, invece, crede che, rispetto ad altri interventi di Obama (vedi Iran), la sua tempistica, in questo caso, sia stata addirittura fin troppo veloce, prioritaria. I blog e Twitter sono pieni di commenti. Partiti dopo quello che è apparso un infortunio da parte di Obama. Il silenzio di venerdì mattina ha impressionato molti. Nessun comunicato ufficiale, nessuna dichiarazione.
Al posto del presidente, nelle ore successive, aveva parlato il suo portavoce Robert Gibbs. “Ne ho discusso con lui stamattina - aveva raccontato ai giornalisti - e mi ha detto che Jackson è stato una grandissimo artista, un’icona della musica, ma ha anche aggiunto che alcuni aspetti della sua vita sono stati tristi e
tragici”. Forse è questo il motivo per cui Obama non si è speso in prima persona? “JFK fece una dichiarazione formale per la morte di Gary Cooper, Lyndon Johnson la fece per Charlie Chaplin, Richard Nixon per Louis Amstrong, Jimmy Carter per John Wayne, Billy Clinton la fece per Frank Sinistra, nonostante la sua biografia piene di zone grigie.
“Perchè Obama non l’ha fatto con Jackson?” è la domanda che si fa l’utente JakeD sul blog del Washington Post. E’ su un altro sito, che Paul Levinson risponde. Con una critica nei confronti di Obama. Per quella che lui definisce una vena puritana che “spesso” colpisce il presidente. Perché, se è vero che Jackson sia stato un personaggio “complesso e controverso”, è anche vero - spiega il blogger - che il Comandante in Capo ha diversi doveri, tra cui quello di spiegare al mondo il sentimento dell’America quando accadono eventi che dominano il sistema mondiale dei media per giorni e giorni. Anche perché - afferma Kelato
su Twitter - se prima non ci fosse stato Michael Jackson, poi non ci
sarebbe mai stato posto per persone come Tiger Woods (golf), Will Smith (cinema) e Barack Obama (politica)”. Dopo le critiche ricevute per il
silenzio, domenica, la Casa Bianca ha fatto sapere che il presidente
aveva scritto una lettera di condoglianze alla famiglia. Non solo.
Sempre Gibbs ha rivelato (tardivamente) che durante la conferenza
stampa con il Cancelliere tedesco Angela Merkel nel Giardino delle Rose, Obama era pronto a ricordare la pop-star, ma nessun giornalista glielo ha chiesto.
Dopo la missiva, i malumori dei fans del cantante si sono quindi placati. E sono iniziati invece quelli di coloro che pensano che su questo tema, i riflessi di Obama siano stati troppo veloci, non certo lenti. “Ha impiegato 11 giorni per condannare la repressione degli ayatollah contro i dimostranti a Teheran; 5 giorni per ordinare la
liberazione di una marinaio rapito dai pirati somali, e solo 3 giorni per scrivere ai Jackson. Ecco la sua scala di priorità”.
Anche Minquoranger 31 gira il coltello in questa piaga: “Possibile che il Numero Uno della Prima Super potenza mondiale debba perdere tempo dietro un cantante e ballerino?”. Sì, sembra essere il mood della rete, non solo dei fan del protagonista di Thriller. Sì perché qui il livello non sembra essere quello scelto da Obama. Qui si tratta di due icone americane, così vicine, così lontane.

“Uh-Ah, Zelaya no se va!” Gridano i sostenitori dell’ormai ex presidente dell’Honduras. E proprio quel “no se va” è all’origine del colpo di Stato militare nel paese centroamericano: il presidente eletto nel 2005 voleva cambiare la costituzione per garantirsi la possibilità di un nuovo mandato. La voglia di rielezione “perpetua” è un fattore che accomuna molti dei leader delle giovani democrazie dell’ America Latina, anche se vengono da un passato recente di dittature militari. Che siano socialisti bolivariani come Hugo Chavez o filo-statunitensi di destra come Alvaro Uribe, la tentazione di incollarsi alla poltrona più di quanto sarebbe auspicabile per l’alternanza democratica è presente nei desideri dei presidenti del continente. Forti del forte sostegno popolare, sono tentati dal colpo di mano, ma non sempre gli riesce, vediamo alcuni casi (guarda la Mappa):
Visualizza America Latina: i presidenti che vogliono l’elezione “a vita” in una mappa di dimensioni maggiori
Argentina:
C’è alternanza, ma non di cognome: da Nestor a Cristina, i Kirchner occupano la Casa rosada da quasi un decennio (verify). Secondo un’interpretazione condivisa da molti commentatori, l’ex presidente che ha risollevato il paese dopo la crisi economica del 2001 avrebbe favorito l’ascesa politica della moglie proprio per aggirare il vincolo del massimo di due mandati consecutivi alla guida del governo.
Venezuela:
Hugo Chavez ha cambiato addirittura il nome del paese, che adesso è una “repubblica bolivariana”. Al secondo tentativo, dopo il fallimento del 2007, è riuscito a far approvare un referendum con cui si garantisce la possibilità di essere rieletto presidente un numero “indefinito” di volte.
Colombia:
Alvaro Uribe, l’opposto ideologico di Chavez, forte dei suoi successi contro le Farc, ha pensato che fosse necessario presentarsi per un terzo mandato alle prossime elezioni, tra 11 mesi. Ma per ora ha trovato una dura opposizione dalla Corte di giustizia costituzionale che ha bocciato la proposta di un referendum.
Perù:
L’ex presidente Alberto Fujimori, negli anni ‘90, è stato artefice di un “autogolpe” con cui sciolse il parlamento e sospese le attività della magistratura. Fu rieletto nel ‘95 e per presentarsi una terza volta nel 2000 fece approvare una legge di “interpretazione autentica della Costituzione”. Vinse ancora, ma una serie di scandali economici e giudiziari lo costrinsero a fuggire dal paese. Vi ritornò in veste di imputato ed è stato recentemente condannato a 25 anni di reclusione.
Brasile:
Se Lula da Silva è stato rieletto con un consenso record (60% dei voti al primo turno), lo deve anche in parte al predecessore socialdemocratico Fernando Henrique Cardoso, che nel 1997 cambiò la Costituzione per potersi presentare alle elezioni dell’anno seguente.

Il presidente honduregno Manuel Zelaya Rosales
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Il golpe in Honduras si ripercuote in tutta l’America Latina. Lo spettro del ritorno dei colpi di stato militari mobilita gli internauti e i governi, contro un incubo che ricorda le dittature degli anni ‘70. Ma anche i governi della sinistra “bolivariana”, alleati del presidente deposto Manuel Zelaya sono sotto accusa per i loro leader sempre più accentratori. Zelaya, scacciato da casa sua a Tegucigalpa dai militari, è apparso ieri in Costa Rica e oggi ha parlato in una conferenza stampa dal Nicaragua a fianco dei presidenti della cosiddetta “Alleanza bolivariana delle americhe”, Alba: Hugo Chavez (Venezuela), Daniel Ortega (Nicaragua), Ernesto Correa (Ecuador) e il cancelliere cubano Bruno Rodriguez a nome di Raùl Castro. Chavez ha approfittato dell’occasione per uno dei suoi show, citando Fidel Castro e chiamando “Gorilletti” il neo presidente Micheletti. (Mentre Correa lo ha chiamato “Pinochetti“). Il link al video del discorso di Zelaya sta già facendo il giro della rete spinto da Twitter. Sul sito di “microblogging” vengono citate le parole del presidente dell’Honduras “Sono vivo per la grazia di Dio, avevo più di otto militari incappucciati che mi puntavano le armi in faccia” trovano sostenitori e oppositori.
Dal paese centroamericano arrivano report contrastanti: c’è chi parla di censura “Hanno bloccato la CNN e stanno dando partite di calcio”, “I militari sono nelle redazioni dei giornali”. Si lanciano appelli per uno sciopero generale, proclamato da domani da parte del principale sindacato Central General de Trabajadores. In Spagna sono state convocate manifestazioni davanti al consolato honduregno a Madrid per oggi pomeriggio.
Molti indicano i colpevoli del “complotto” ai danni del presidente eletto: “Sono le élites militari che temevano una svolta a sinistra”, ma c’è anche chi rispolvera la mano dei “gringos”: “è il primo golpe di Obama, sono stati addestrati dalla Cia”. Poco importa che il presidente americano e Hillary Clinton si siano premurati di non riconoscere il nuovo presidente e di dare solidarietà a Zelaya, i cospirazionisti sono già in moto.
Ma su Twitter trovano spazio anche i detrattori di Zelaya che vedono con favore il golpe: “Zelaya Rosales ha messo in pericolo lo stato di diritto”, “lasciate che Honduras risolva i suoi problemi e non immettetevi nelle nostre questioni interne”. Il presidente nominato dal parlamento Micheletti ha garantito che ci saranno elezioni generali per il 29 novembre. “Zelaya voleva farsi Dio dell’Honduras e per questo è stato deposto, la gente non è con lui” viene scritto in inglese sul sito “Ireport” che accusa Zelaya e Chavez di essere i responsabili della situazione. Ma almeno ufficialmente, dall’esterno nessuno sembra appoggiare i golpisti. I vicini del Salvador hanno mobilitato le forze armate alla frontiera. “Daremo una lezione indimenticabile a questa borghesia irresponsabile” tuona Chavez. Nei prossimi giorni si capirà se il vero bluff è quello dei militari o quello dei “bolivariani” al potere in buona parte dell’America Latina.
VIDEO: Proteste a Tegucigalpa, la capitale

Un’immagine del profilo su FB del blogger Saeed Valadbaygi
Si è dato alla macchia Saeed Valadbaygi, il giovane blogger iraniano che su Revolutionary Road ha contribuito nei giorni scorsi, con foto, testi e video, a tenerci informati su quanto sta avvenendo a Teheran, rompendo la cappa del silenzio calata sui media iraniani dopo l’elezione farsa di Ahmadinejad.
L’ultima volta che lo abbiamo sentito, su Facebook, è stato il 22 giugno. Ci eravamo promessi che ci saremmo sentiti per un’intervista. Poi, più nulla, salvo qualche sporadico messaggio, come questo, postato il 23 giugno su Fb: Gli agenti iraniani hanno fatto irruzione in casa nostra e continuano a darmi la caccia in tutto il Paese. Oggi Ana Darvish, un membro del suo staff, aggiunge: Hanno arrestato suo fratello. La sua vita è in pericolo (…). Non possiamo più aggiornare il suo blog né la sua pagina su Fb.
Il crimine di Saed è stato quello di voler informare, in un Paese dove la tv di Stato sta cercando di far passare i giovani che sono scesi in piazza come dei criminali comuni. Su Twitter, nella sua stanza, prosegue il tam tam dei blogger per non lasciare solo Saed e quelli come lui che già sono stati arrestati. Come Vahid o Ali Mosleh, redattore di The Mailman ring twice, per citare i più noti. Ma sarebbero almeno trenta i giornalisti di opposizionee i cyber dissidenti di cui non si sa più nulla, rinchiusi chissà dove, secondo Reporters sans frontier: da Mohammad Ghochani, sostenitore di Karoubi, all’attivista Shiva Nazar Ahari fino Ali Mazroui, il presidente dell’Associazione dei Giornalisti iraniani. Quando un regime arriva a tappare la bocca ai giornalisti e ai dissidenti ci attendono tempi bui.
Che fosse una montagna da scalare, il Presidente lo sapeva. Che fosse così alta, se lo immaginava fin dalla campagna elettorale. Che a renderla quasi invalicabile, contribuissero anche elementi del suo partito, forse, non l’aveva previsto. Il cammino di Barack Obama verso l’approvazione della (sua) riforma sanitaria è sempre più ripido, in salita. Troppi dubbi e distinguo dei legislatori, ma anche di una buona percentuale dell’opinione pubblica, timorosa di perdere le attuali prestazioni fornite dal settore privato. Un attrito così forte che Obama, dopo aver spinto sull’acceleratore nei giorni scorsi, ha dovuto poi compiere una decisa frenata.
Così, racconta il New York Times, l’annunciato discorso agli americani di sabato mattina via radio e web sulla riforma è stato letteralmente cancellato (dopo che il testo era già stato distribuito ai giornalisti) e al suo posto, il presidente ha letto un messaggio sulla riforma del settore energetico, sua altro cavallo di battaglia, che, però, in un primo momento era stato messa in secondo piano.
L’inquilino della Casa Bianca ha preferito glissare e attendere momenti migliori. La sua decisione è stata condizionata soprattutto dall’atteggiamento di una parte dei senatori del suo partito, i quali, dopo aver visto quanto costerebbe la proposta presidenziale, hanno espresso (pubblicamente) le loro perplessità, e (in privato) si sono lasciati andare ad un vero coro di critiche, spaventati dall’ammontare dell’operazione. I democratici “centristi” (come li ha chiamati il Premio Nobel per l’Economia, il liberal Paul Krugman) rischiano, con la loro opposizione, di snaturare — e molto - l’idea originale di Obama, se non addirittura di affossarla. Insieme a tutti gli altri “nemici” della riforma. Che non sono pochi.
Non solo i repubblicani — contrari da sempre — ma anche molti delgi operatori del settore. In prima fila la compagnie di assicurazione che, con la nascita dell’opzione “pubblica” vedrebbero calare di molto i loro profitti. E che, con una lettera, hanno messo in guardia il vecchio Edward M Kennedy, presidente del Comitato per la Riforma del Senato, sulle possibili “devastanti” conseguenze sull’intero settore, in particolare per quanto riguarda i posti di lavoro. Anche i medici non sono entusiasti della riforma. Benedicono la nascita di un sistema nazionale che garantisca i 46 milioni di americani senza copertura sanitaria, ma hanno il timore che la concorrenza pubblico-privato invece di arricchire le prestazioni date, in realtà produca solo un abbassamento del livello delle cure offerte.
Non solo. L’American Medical Association ha detto chiaramente che la categoria rischia di diventare più povera. Diminuirebbe l’entità dei rimborsi che ora finiscono nelle tasche dei migliori camici bianchi. Al recente convengo dell’associazione, a Chicago, Barack Oabama ha cercato di spiegare i lati positivi della sua campagna, ma nonostante gli applausi concessi al presidente, i membri dell’AMA rimangono freddini sulla riforma. Ma anche i cittadini si pongono molti quesiti.
Un recente sondaggio commissionato dal Washington Post afferma che anche una parte dell’opinione pubblica ha delle forti perplessità. Molti degli interpellati hanno ammesso di avere il timore che la riforma possa portare a costi più alti e a una minore qualità, dell’intero servizio. Il poll rivela poi che otto americani su dieci si dicono soddisfatti delle attuali prestazioni e si dicono timorosi di perderle nel caso in cui nascesse un sistema sanitario pubblico. La rilevazione del quotidiano della capitale cozza con quello pubblicato qualche giorno prima dal New York Times, secondo cui ila maggioranza egli statunitensi è d’accordo con il principio di dare a tutti gli americani di accedere alle cure. E’ in mezzo a questo mare di dubbi, perplessità, interessi e consigli che deve districarsi Barack Obama. La strada è sempre più in salita.

Sean Penn intervista Rafsanjani
Guarda la GALLERY delle proteste. Tutti i post sull’Iran
La speranza, per i giovani iraniani in rivolta, non si chiama Obama, che ha scelto la linea della prudenza. E nemmeno Mousavi, il leader dimezzato del campo riformista che, in piazza, a volte, sembra quasi capitato per caso, e suo malgrado. La speranza, a leggere quanto scrive il giornalista Reza Aslan, uno che le cose le viene a sapere sempre un po’ prima, si chiama Rafsanjani, l’ex braccio destro di Khomeini che i giornalisti chiamano neanche troppo affettuosamente Lo Squalo per la sua abitudine di eliminare i nemici interni, cui si è aggiunto recentemente anche il presidente Ahmadinejad.
È lui, l’eminenza grigia del regime, l’ex braccio destro di Khomeini, che - stando alle indiscrezioni - starebbe cercando di spingere alle dimissioni Ali Khamenei, la Guida Suprema che ha scelto di benedire l’elezione farsa di Ahmadinejad mettendosi contro una parte rilevante del clero sciita e dell’establishment politico della Rivoluzione.
Ex presidente della Repubblica negli anni 90, khomeinista della prima ora, garante degli equilibri in seno alla Repubblica, Rafsanjani - accusato di corruzione da Ahmadinejad durante la campagna elettorale - è un Andreotti in salsa iraniana, un conservatore a tutto tondo (tatticamente alleato con Mousavi) che conosce i segreti delle stanze del potere come nessun altro in Iran. Come capo dell’Assemblea degli Esperti, il consiglio dei giureconsulti islamici che nomina la Guida Suprema (e in teoria potrebbe anche dimissionarla) è l’unico che almeno teoricamente potrebbe contrastare i piani golpisti di Ahmadinejad che di fatto annunciano una repressione su vasta scala.
Nella trentennale storia rivoluzionaria non è però mai accaduto che l’Ayatollah supremo venisse costretto alle dimissioni, neanche in modo pilotato. Quella in corso non è però una crisi qualsiasi. E’ una frattura profonda, forse insanabile, tra le varie anime del clero e dell’establishment rivoluzionario. Anche tra i chierici sciiti delle alte sfere cominciano ad avvertirsi i primi dubbi sulla legittimità di queste elezioni e sull’opportunità di schiacciare nel sangue la rivolta. Prendete Ali Larijani, alleato di Ali Khamenei, e portavoce del parlamento. In teoria dovrebbe solidarizzare con il presidente. L’altro giorno, invece, alla festa della vittoria presidenziale, non si è fatto vedere. E come lui hanno dato buca due terzi dei parlamentari. Solo piccoli segnali che però a Rafsanjani non sono certamente sfuggiti. Prendete Ali Fazli, l’ex eroe della guerra Iraq-Iran (quello con un occhio solo) che era chiamato dirigere la repressione delle manifestazioni. Lo hanno rimosso dalla sua carica di capo del Corpo delle Guardie rivoluzionarie, dopo anni di onorata e fedele carriera, in men che non si dica. Dicono le indiscrezione che non condivideva la linea repressiva contro i manifestanti.
Insomma: alcuni pezzi grossi del regime sono sempre più insofferenti e sperano che sia lui, lo Squalo, a trovare la soluzione per salvare la faccia e la Rivoluzione. A evitare un inutile bagno di sangue che potrebbe decretare la fine della teocrazia khomeinista in Iran.
Il segnale più evidente su queste e spaccature è però un altro: pochi giorni fa - e la notizia è apparsa sulla tv di Stato - il Consiglio dei Guardiani, una specie di Corte costituzionale dei giureconsulti islamici, ha ammesso irregolarità nel voto in almeno 50 città iraniane (c’erano più voti di quanti fossero gli iscritti alle liste). Un’ammissione, ancora sussurrata, che equivale di fatto- secondo gli analisti - a dichiarare davanti a milioni di telespettatori che l’elezione di Ahmadinejad non è stata pulita e che Ali Khamenei può sbagliare.
Ieri Rafsanjani, che ha visto arrestare anche sua figlia durante le manifestazioni, era a Qom, la città sacra dell’Iran che già Khomeini aveva eletto a suo quartier generale. Una mossa altamente simbolica in un Paese dove anche i riformisti di Mousavi non mettono in discussione il carattere islamico dello Stato. E oggi due tra le più importantri cariche religiose iraniane - Hossein Ali Montazeri, ex vice dell’Ayatollah Khomeini, e Hossein Moussavi Tabrizi, segretario generale del Comitato scientifico della Scuola religiosa di Qom - hanno criticato aspramente la dura repressione decisa dal governo. Sono i segnali che forse si aspettava Rafsanjani per muoversi. Ed è comunque a lui, il garante della Repubblica khomeinista, più che a Barack Obama, che possono guardare i giovani in rivolta. La speranza per loro che sognano libertà e democrazia viene da chi, come Rafsanjani, rappresenta ai massimi livelli la continuità dello Stato khomeinista, la conservazione dei vecchi equilibri istituzionali e politici della Repubblica teocratica. Ed è tutto qui il paradosso.
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