
L’ordine regna nel cuore di Pechino, ma il ricordo della repressione di vent’anni fa, quando il regime spense nel sangue il sogno democratico degli studenti, ossessiona ancora gli eredi di Mao riveduti e corretti ai tempi della globalizzazione. Nella foto, l’avvocato dei diritti umani Pu Zhiqiang, mentre fuma una sigaretta sotto lo sguardo vigile dei poliziotti nel suo ufficio di Beijing. Era un semplice studente di legge quando nel giugno 1989, nella stessa piazza dove Mao proclamò la vittoria del comunismo nell’ottobre ‘49, scoppiò la rivolta pacifica di migliaia di studenti e operai cinesi che chiedevano riforme democratiche in un regime che ha sposato il libero mercato, ma non ha mai voluto fare i conti con la memoria della furia totalitaria delle Guardie Rosse e con le tragedie delle collettivizzazioni forzate. Oggi la polizia ha messo lui, e centinaia di altri dissidenti, agli arresti domiciliari. Obiettivo: evitare che a qualcuno, nel ventennale della strage, venga la malaugura idea di sfidare il regime ricordando il sacrificio di quelli che erano in strada vent’anni fa - disarmati - nella piazza principale di Pechino. Per il regime il numero delle vittime della repressione è tuttora un segreto di Stato, ma secondo le stime raccolte da Amnesty International i morti furono dai 700 ai 3000. Molti ancora senza nome o qualcuno che li possa ricordare. E anche del ragazzo che sfidò il potere di fronte ai carrarmati, in un’immagine che avrebbe fatto la storia, non c’è più traccia. Alcuni sostengono che sia stato ucciso. Altri che, grazie a una plastica facciale, viva nascosto chissà dove.
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La situazione dei diritti umani in Cina secondo Amnesty - Carta 08: il manifesto degli intellettuali dissidenti
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- Giovedì 4 Giugno 2009
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