Sindrome di Stoccolma, pragmatismo o, più semplicemente, desiderio di non mettersi contro i poteri forti di Teheran? Sta di fatto che, quando uno legge che la maggioranza dei 25mila ebrei iraniani voterà per Ahmadinejad nelle presidenziali di venerdì, un brivido gli corre lungo la schiena. E pensa ai fetentissimi kapò al servizio dei carcerieri hitleriani: cittadini ebrei normalissimi che nei lager si trasformavano in aguzzini per assecondare i diktat dei loro padroni e avere salva la vita. Poi ci riflette sopra e capisce che le cose, in realtà, sono un po’ più complesse. Anche perché la fonte di questo sondaggio casereccio tra i sefarditi iraniani non è l’ufficio stampa dei Guardiani della Rivoluzione, ma un quotidiano israeliano, Ynet, che ha passato gli ultimi giorni a intervistare alcuni esperti super-partes dello Stato d’Israele.
Uno di questi, il portavoce dell’Organizzazione centrale degli immigrati iraniani in Israele, David Mutai, sostiene che Ahmadinejad è un cane che abbaia ma non morde, mentre il suo principale rivale, Mir Hosein Mousavi, molto amato tra i giovani e i riformisti iraniani, è “imprevedibile” e per questo realmente più pericoloso per gli ebrei. “Sarà un voto per il male minore. In questi quattro anni - ha spiegato Mutai - il presidente iraniano ha infiammato la sua gente e reso furibonde le nazioni del mondo. Ma si conosce ciò che dice e ciò che poi in effetti fa, mentre Mousavi rappresenta l’ignoto e la preoccupazione è che invece di parlare possa agire”.
Dello stesso parere di Mutai, è anche David Menashri, direttore del centro di studi iraniani dell’università di Tel Aviv secondo il quale il motivo di questa scelta, da parte degli ebrei iraniani, è un altro. Ovvero: mai mettersi contro l’establishment politico, come ha insegnato (agli ebrei) la storia secolare delle persecuzioni. “Preferiscono mantenere un profilo basso e non avere a che fare con la politica interna e le lotte di potere. Per questo sostengono chi vince”. Come dire: non svegliare il cane che dorme (o abbaia). E tenersi buono chi comanda. Anche questa, in fondo, è saggezza yiddish.
- Mercoledì 10 Giugno 2009
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