Altro che brogli. Per spiegare le ragioni della sconfitta del fronte riformista in Iran basta citare la vecchia massima di Giancarlo Pajetta: piazze piene, urne vuote. Ovvero: i riformisti dell’ex premier Mousavi hanno perso perché, al di là delle loro roccaforti giovanili ed universitarie di Teheran, al di là della loro capacità di mobilitazione su Twitter e tra i ceti più dinamici della capitale, non sono riusciti a sfondare tra l’elettorato poco scolarizzato delle campagne. È lì, tra i contadini poveri e tradizionalisti, che Ahmadinejad ha costruito la sua vittoria. Grazie soprattutto a una campagna martellante, villaggio per villaggio, iniziata ormai tre anni e mezzo fa.
Lo dice a Panorma. it Farian Sabahi, opinionista del Tg1, del Corsera e di Vanity Fair e massima esperta di Iran in Italia. “I brogli non sono sufficienti a spiegare la dimensione della vittoria di Ahmadinejad”. Un punto di vista su cui vale la pena riflettere, soprattutto qui in Occidente, dove quello che accade a Teheran, nel variegato mondo giovanile, viene scambiato spesso, erroneamente, per una tendenza più generale del Paese. Le cose non stanno così, come dice Sabahi. Che piaccia o meno, il presidente populista che ha fatto del suo odio contro Israele la sua bandiera, ha vinto perché è entrato in sintonia con l’Iran profondo, quello di cui i giornalisti occidentali non si occupano mai. Giocando anche con perizia, sulla questione nucleare, la carta dell’orgoglio nazionale.
Perché ha vinto Ahmadinejad?
Innanzittutto, perché la sua campagna elettorale è iniziata tre anni fa, mentre Mousavi ha iniziato solo pochi mesi fa. Poi, grazie ai proventi petroliferi, Ahmadinejad ha dato in questi anni l’assistenza sanitaria gratuita a 22 milioni di iraniani, ha aumentato lo stipendio del 30% agli insegnanti, ha garantito il pagamento delle bollette agli iraniani più poveri, ha aumentato le pensioni del 50 % permettendo agli anziani di arrivare a fine mese. E’ con queste misure che Ahmadinejad ha messo le basi del suo successo. E per la gente comune son cose che contano di più, nelle urne, del dibattito sui diritti civili caro ai riformisti.
Qual è il rovescio della medaglia?
Le politiche redistributive di Ahmadinejad hanno creato inflazione a due cifre, peggiorato tutti i parametri macroeconomici del Paese e prosciugato i fondi accumulati per affrontare le oscillazioni del costo del greggio Ma le chiedo: è quello cui pensa la gente quando va a votare? La verità è che Ahmadinejad non è mai stato amato dagli intellettuali ma nelle zone rurali, la gente, più che dei diritti umani, si preoccupa del benessere quotidiano o dei mutui a tassi agevolati del governo. Non pensa al Pil o ai dati macroeconomici.
Che Iran esce dalle urne?
Un Paese sempre più spaccato tra città e campagna, tra ceti borghesi della capitale e ceti poveri. Un Iran dove Ahmadinejad, con le sue critiche violentissime a Rafsanjani, che ha accusato di corruzione, ha rotto anche il muro di omertà all’interno dell’establishment politico-religioso nato con la Rivoluzione. Creando una crisi istituzionale senza precedenti.
C’è il pericolo di una Tienanmen persiana come scrive oggi Annunziata su La Stampa?
Mi auguro di no, anche se le notizie che arrivano da Teheran (con sette morti tra i manifestanti ndr) sono molto preoccupanti. Gli iraniani hanno già avuto il loro massacro 30 anni fa, in piazza Jaleh, l’8 settembre 1978. Il famoso Venerdì nero.
Chi è Mousavi?
E’ stato sopravvalutato in Occidente. Più in generale non sappiamo che cosa avrebbe fatto se fosse stato eletto. Sappiamo solo che era l’ex braccio destro di Khamenei, non proprio un innovatore, e che è di origine azera, una minoranza etnica. Inoltre sua moglie si presentava con il chador nero ai comizi persino a Teheran, dove le ragazze si limitano al foulard.
La reazione americana è stata insolitamente cauta. Non vede il pericolo che con queste elezioni entri in crisi la strategia di Obama del dialogo con l’Iran?
No, perché come le dicevo non sappiamo come si sarebbe comportato Mousavi. E poi, va detto che, con l’attuale quadro istituzionale, la politica estera e nucleare la decide la Guida suprema Khamenei. Non il presidente. Queste elezioni sono state sopravvalutate. E il dialogo va avanti.
** Farian Sabahi ha pubblicato nel 2008 per Bruno Mondadori Storia dell’Iran 1890-2008, aggiornato fino agli avvenimenti a ridosso del 30esimo anniversario della Rivoluzione khomeinista
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- Lunedì 15 Giugno 2009
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Commenti
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Il 17 Giugno 2009 alle 18:20 Blog di Jimmi - “Dio ha fatto la neve, ma c’è chi la scioglie: cane, lupo e catena!” 7Girello ha scritto:
[...] La seconda considerazione viene da una brava giornalista, Farian Sabahi, che dal blog di panorama ci ricorda prima cosa che Mousavi non ha certo un passato da riformista. Inoltre il buon Ahmadinejad, con tutti i suoi difetti sul piano internazionale, ha iniziato la sua campagna elettorale tre anni fa con una serie di interventi che hanno impegnato i proventi petroliferi per aumentare lo stato sociale anzichè facilitare l’economia finanziaria. E difatti chi oggi scende in piazza sono quelle elitè che vorrebbero giocarsi la partita sulle piazze finanziarie mondiali, non certo le classi meno abbienti che badano più alla pagnotta quotidiana che alla parità dei diritti. [...]
Il 23 Giugno 2009 alle 15:07 “Nessuna soluzione politica: è iniziata la fine degli Ayatollah” » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Balle. False voci diffuse dal regime, veleno che è stato raccolto dai giornalisti occidentali. Le elezioni erano una farsa e la partecipazione è stata bassa. Io sapevo già nel pomeriggio che avrebbe “vinto” Ahmadinejad, il regime aveva bisogno di questa fiction, anche quattro anni fa avevano organizzato i brogli per fare vincere i conservatori. Mousavi è stato imbrogliato, pensava di potercela fare. Ma questa volta è stato un boomerang perché la gente che è andata a votare si è resa conto della truffa. [...]
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