- Tags: ostaggi-uccisi, Saana, terroristi, yemen
- Un commento

Dopo aver saputo di quei corpi, dopo aver scoperto che tre di loro, tre donne, sono state anche mutilate, in segno di sfregio, dopo aver capito che anche un bambino è stato ucciso; dopo aver conosciuto il drammatico esito del rapimento di venerdì scorso; dopo aver lavorato per anni e anni, 35 per l’esattezza, in quell’ospedale nella provincia di
Saada, al confine con l’Arabia Saudita, ora per le organizzazioni internazionali che hanno operato in Yemen è giunto il momento di chiedersi: che senso ha restare? Perché continuare a lavorare in una situazione così pericolosa e gravida di incognite? Perché non ritirarsi, visto che il governo di Saan’a non è in grado di garantire la sicurezza degli operatori delle Ong occidentali nello Yemen?
Turisti La domanda non dovrebbe essere rivolta solo ai membri delle organizzazioni umanitarie, ma anche alle migliaia di turisti che ogni anno visitano le straordinarie bellezze di un paese molto “pericoloso” da esplorare, una terra alla mercé di gruppi di terroristi islamisti (lo Yemen è stata una delle patrie di Al Qaeda) o di formazioni armate, composte da uomini delle tribù locali, che usano la pratica del rapimento degli stranieri (occidentali in particolare) come forma di pressione per ottenere dal governo centrale soddisfazione delle richieste, e in particolare, come è avvenuto in passato, il rilascio di esponenti dei clan, imprigionati nelle carceri di Saan’a.
Sequestri a ripetizione Lo Yemen non dovrebbe essere evitato dal turismo internazionale fino quando non verranno garantite le più elementari tutele di sicurezza? In una decina di anni, almeno 200 stranieri sono stati sequestrati in Yemen, ma raramente il loro rapimento ha avuto un esito sanguinoso come quello avvenuto venerdì scorso, quando i nove cittadini stranieri, sette tedeschi — tra cui tre bambini - un ingegnere britannico e un’insegnante sudcoreana sono stati prelevati da un commando armato mentre facevano un pic nic in un parco non distante dall’ospedale Al Umhuri di Saada. Ieri, le autorità yemenite avevano accusato del sequestro una formazione di ribelli sciiti, vicina all’Iran, che da anni combatte contro il governo centrale dello Yemen ( la cui popolazione è a maggioranza sunnita).
Il gruppo, “I fratelli di Saada” , guidato da Abdel Malak al-Hawthi, aveva declinato ogni responsabilità e ha contro accusato il governo di San’a di voler discreditare l’immagine dei ribelli. Altre fonti, invece, hanno puntato il dito contro una cellula locale di Al Qaeda. In attesa di avere maggiori informazioni, e in attesa di sapere cosa è successo esattamente ai nove rapiti, visto che il governo tedesco non ha ancora confermato la loro morte, di fronte al possibile esito sanguinoso del rapimento, rimane il quesito per tutte le Ong presenti in Yemen: perché rimanere, perché rischiare la vita?
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- Lunedì 15 Giugno 2009

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Commenti
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Il 17 Giugno 2009 alle 1:30 shift ha scritto:
Francamente non riesco a capire questi sussulti di orrore dei giornali occidentali.
Semplicemente a loro, e a tutti coloro che vanno in quei posti, non gli vuole entrare in testa che quela gente con la civiltà non ha niente a che fare.
Ragionano solo con una “religione” il cui unico scopo è la morte e la conquista di chi non la pensa come loro.
Non si fermano nemmeno davanti alla gratitudine per l’opera svolta dalle organizzazioni umanitarie da loro, semplicemente perchè non ne hanno, la rifiutano del tutto.
Pensare che costoro siano protetti dalla potenza e superiorità nostrana non ha più senso, in un epoca di risveglio del fanatismo e della presa di coscienza delle loro potenzialità anche contro di noi.
Invece di preoccuparsi per i matti che vanno in quei luoghi, giocandosi la vita alla roulette della fortuna, i governi occidentali e i media si dovrebbero preoccupare che lo stesso “cancro” di questo modo di pensare si sta diffondendo anche da noi, in occidente, visto che allegramente glie lo si permette.
Siamo tutti spiacenti per le vittime, cosa del tutto ovvia e retorica, ma si cerchi di pensare ai “vivi”, a casa nostra e al rischio che ci siamo portati in casa ammettendoli fra noi.
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