Troppa cautela, Mr President. Un po’ più di vigore, c’mon, contro gli Ayatollah. Il modo in cui Barack Obama sta “gestendo” la crisi iraniana sta suscitando qualche perplessità nella stessa amministrazione statunitense - il vice, Joe Biden e Hillary Clinton, in testa - diversi malumori tra i democratici e aperte critiche da parte dei repubblicani. Il tono usato per condannare i brogli e la repressione, sarebbe (è, dicono i critici) troppo prudente, quasi sommesso. Obama, nel timore di soffocare sul nascere ogni possibile spazio di dialogo con il regime di Teheran, ha deciso di seguire una linea verbale (e politica) “soft” nei confronti delle proteste per la rielezione (truccata) di Mahmoud Ahmadinejad.
Siamo per la democrazia, ma questi sono affari interni del popolo iraniano, è il messaggio lanciato in dichiarazioni e interviste. Un approccio così poco “duro” da sfociare in una frase che è apparsa un vero e proprio infortunio, quando in una intervista al New York Times, il presidente ha detto che, dal punto di vista della politica di sicurezza degli Usa, non c’è molta differenza tra Ahmadinejad e il suo rivale riformista Mir Hossein Mousavi. Tradotto, parliamo con tutti, demoni e angeli. Ma, questo esercizio di pragmatismo, forse può essere utile alla causa della diplomazia barackiana, ma non è certo un aiuto alle migliaia e migliaia di persone che ogni giorno scendono per le strade di Teheran per chiedere conto dei brogli elettorali.
Un’uscita che li può far sentire più isolati nella loro lotta per mandare a casa il “dittatore” Mahmoud Ahmadinejad. Lo ha espresso bene, con chiarezza Karim Sadjadpour, un ricercatore del Carnegie Endowment fo International Peace: “I dimostranti stanno rischiando la loro vita. Non possiamo mandargli il messaggio che per gli Usa, questo, fa poca differenza”. Un’altra voce iraniana negli Usa, Mehdi Khalaji, si è espresso con altrettanta nettezza. “La frase su Mousavi è stata un errore. Forse poteva dirla prima del 12 giugno, prima dei brogli. Ma, dopo no, visto che il candidato riformista è diventato il simbolo, l’emblema di un possibile cambiamento in Iran”.
La Casa Bianca ha risposto a tutte queste critiche, ribattendo sul tasto che, comunque finisca in Iran, qualunque governo vada ( o rimanga) al potere, gli Usa dovranno fare i conti con il regime degli Ayatollah. E che poi, un approccio più determinato, in realtà, danneggerebbe proprio i dimostranti. Darebbe fiato ai falchi del regime, che potrebbero incolpare i dimostranti di essere al servizio del Satana a stelle e strisce; che potrebbero puntare il dito contro Washington, con l’accusa di ingerenza ai ingerenza, di volere organizzare complotti contro la teocrazia iraniana, dicono fonti vicini a Barack Obama. Quindi per ora, la rotta non cambia. Il tono rimane prudente. Ma la discussione è aperta all’interno dell’amministrazione. Obama ascolterà chi gli chiederà di prendere una più forte posizione contro la repressione a Teheran. Ma poi, seguirà i consigli? E poi, la cautela di questi giorni non ha già rafforzato la poltrona di Ahmadinejad, invece di indebolirla? Forse ci vuole veramente meno prudenza, Mr President.
La lettera aperta degli artisti iraniani in esilio
Wolfram Alfa » L'Iran in cifre
Panorama.it » Parla l'iranologa Sabahi
Globalvoices » I blog dell'opposizione
New York Times » Spazio al dibattito
American Foundation » Il sondaggio: vince Mahmoud
Limes » Lo speciale sull'Iran
Haaretz » Io, israeliano, invidio gli iraniani
Flickr » Foto da Teheran
Washington Posr » Perché difendo Obama sull'Iran
- Giovedì 18 Giugno 2009

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Commenti
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Il 18 Giugno 2009 alle 17:57 shift ha scritto:
Mi chiedo se i democratici americani ci sono o ci fanno.
Dopo aver eletto un islamico a Presidente USA cosa si aspettavano?
Che agisse negli interessi della democrazia e contro l’islam?
E’ ovvio che non muova una foglia che possa danneggiare l’islam e che possa distruggere i sogni di democrazia e libertà di chicchessia.
Se potesse lo farebbe alla grande anche in USA.
Le scuse poste da Obama, per non intervenire nemmeno con delle dichiarazioni, sono del tutto ridicole.
Se ai prepotenti li si lascia fare per timore di non farli divenire più aggressivi, è un atteggiamento che condanna a subire in partenza chi lo attua.
Se a suo tempo Chamberlain non si fosse mostrato moscio e accondiscendente con Hitler, questi quasi sicuramente avrebbe avuto maggiori difficoltà a fare i disastri che ha poi fatto.
E’ vero che tra Mousavi e Ahmadinejad non c’è poi tanta grande differenza, ma come si dice è sempre meglio per il popolo iraniano un uovo oggi che una gallina domani.
Infine Obama dimentica un “piccolo” particolare, che finora l’amministrazione USA ha proceduto al sostegno degli oppositori iraniani finanziandoli, come d’altronde tutta la politica USA è indirizzata nei confronti dell’Iran a farli recedere dai loro obiettivi di guerra, boicottandoli economicamente, linea “morbida”, mentre si dovrebbe intervenire militarmente per distruggere tutti i siti atomici in costruzione.
Adesso invece è arrivato il “Messia” Obama che dichiara pace e bene fratelli, lasciamoli fare e dimentichiamo il passato, il presente e il futuro, che purtroppo non riguarderà solo l’Iran ma tutto l’Occidente e tutto il Medio Oriente.
Non c’è che dire, i democratici USA sono proprio dei fessi, speriamo che si sveglino prima che sia troppo tardi con Obama alla guida USA.
Il 18 Giugno 2009 alle 18:17 cini ha scritto:
La politica del Presidente Obama comincia a ricordarmi sempre più da vicino quella politica buonista e disastrosa di Jimmy Carter.
Vorrei veramente sbagliarmi, il mondo oggi si trova in un momento critico che richiede oltre al rispetto di tutti i paesi, un´assoluta chiara fermezza e determinazione da parte della più grande democratica potenza mondiale.
Certi leader di paesi in fase di sviluppo confondono facilmente il rispetto come un segnale di debolezza.
Il 19 Giugno 2009 alle 15:48 Bush torna e attacca Obama: “Stai sbagliando tutto” » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Tre siluri Il primo intervento, però, con una caratteristica precisa: le eleganti, velate, sommesse, a volte quasi omesse, ma pur sempre assolutamente chiare critiche nei confronti di Barack Obama. Sul podio del 104°anniversario del Manufacturer and Business Association, tra i tavoli degli ospiti che hanno pagato 1500 dollari a testa per assistere all’evento, il 43°inquilino della White House ha risposto a domande sulla politica del suo successore. Un fuoco di fila contro il democratico. Il primo missile l’ha lanciato sulla riforma sanitaria. “Mi dispiace che il governo possa credere che svuotare il settore privato sia il modo per risolvere il problema”. Secondo missile, sulla gestione della crisi economica, con i pesanti interventi dello stato: “Come potete pensare che il governo possa spendere i vostri soldi meglio di voi?” Terzo missile, sull’Iran, sulle reazioni di Obama al coup d’état a Teheran: “C’è un livello di frustrazione negli iraniani molto forte di fronte a elezioni truccate”. [...]
Il 24 Giugno 2009 alle 12:25 Obama avverte l’Iran: ascolti la voce del popolo » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Gli avevano chiesto di essere molto meno cauto sulla condanna della violenta repressione della proteste contro il golpe “elettorale” a Teheran, e il presidente degli Usa, come mai avvenuto nelle ultime due settimane, ha usato parole, espressioni e toni più duri nei confronti del governo iraniano mettendo seriamente in dubbio il risultato della consultazione: “Ci sono molti interrogativi sull’esito della votazione” ha detto Obama. Ma non solo. Ha anche condannato con forza “queste azioni ingiuste”, e cioè, i pestaggi, gli arresti, ma anche gli uccisioni dei dimostranti che hanno lasciato, come ha detto, il mondo “sconvolto e indignato”. [...]
Il 26 Giugno 2009 alle 16:40 Iran: Rafsanjani, lo squalo che potrebbe salvare i giovani in rivolta » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] La speranza, per i giovani iraniani in rivolta, non si chiama Obama, che ha scelto la linea della prudenza. E nemmeno Mousavi, il leader dimezzato del campo riformista che, in piazza, a volte, sembra quasi capitato per caso, e suo malgrado. La speranza, a leggere quanto scrive il giornalista Reza Aslan, uno che le cose le viene a sapere sempre un po’ prima, si chiama Rafsanjani, l’ex braccio destro di Khomeini che i giornalisti chiamano neanche troppo affettuosamente Lo Squalo per la sua abitudine di azzannare ed eliminare i nemici interni, cui si è aggiunto recentemente anche il presidente Ahmadinejad. [...]
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