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Sean Penn intervista Rafsanjani
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La speranza, per i giovani iraniani in rivolta, non si chiama Obama, che ha scelto la linea della prudenza. E nemmeno Mousavi, il leader dimezzato del campo riformista che, in piazza, a volte, sembra quasi capitato per caso, e suo malgrado. La speranza, a leggere quanto scrive il giornalista Reza Aslan, uno che le cose le viene a sapere sempre un po’ prima, si chiama Rafsanjani, l’ex braccio destro di Khomeini che i giornalisti chiamano neanche troppo affettuosamente Lo Squalo per la sua abitudine di eliminare i nemici interni, cui si è aggiunto recentemente anche il presidente Ahmadinejad.
È lui, l’eminenza grigia del regime, l’ex braccio destro di Khomeini, che - stando alle indiscrezioni - starebbe cercando di spingere alle dimissioni Ali Khamenei, la Guida Suprema che ha scelto di benedire l’elezione farsa di Ahmadinejad mettendosi contro una parte rilevante del clero sciita e dell’establishment politico della Rivoluzione.
Ex presidente della Repubblica negli anni 90, khomeinista della prima ora, garante degli equilibri in seno alla Repubblica, Rafsanjani - accusato di corruzione da Ahmadinejad durante la campagna elettorale - è un Andreotti in salsa iraniana, un conservatore a tutto tondo (tatticamente alleato con Mousavi) che conosce i segreti delle stanze del potere come nessun altro in Iran. Come capo dell’Assemblea degli Esperti, il consiglio dei giureconsulti islamici che nomina la Guida Suprema (e in teoria potrebbe anche dimissionarla) è l’unico che almeno teoricamente potrebbe contrastare i piani golpisti di Ahmadinejad che di fatto annunciano una repressione su vasta scala.
Nella trentennale storia rivoluzionaria non è però mai accaduto che l’Ayatollah supremo venisse costretto alle dimissioni, neanche in modo pilotato. Quella in corso non è però una crisi qualsiasi. E’ una frattura profonda, forse insanabile, tra le varie anime del clero e dell’establishment rivoluzionario. Anche tra i chierici sciiti delle alte sfere cominciano ad avvertirsi i primi dubbi sulla legittimità di queste elezioni e sull’opportunità di schiacciare nel sangue la rivolta. Prendete Ali Larijani, alleato di Ali Khamenei, e portavoce del parlamento. In teoria dovrebbe solidarizzare con il presidente. L’altro giorno, invece, alla festa della vittoria presidenziale, non si è fatto vedere. E come lui hanno dato buca due terzi dei parlamentari. Solo piccoli segnali che però a Rafsanjani non sono certamente sfuggiti. Prendete Ali Fazli, l’ex eroe della guerra Iraq-Iran (quello con un occhio solo) che era chiamato dirigere la repressione delle manifestazioni. Lo hanno rimosso dalla sua carica di capo del Corpo delle Guardie rivoluzionarie, dopo anni di onorata e fedele carriera, in men che non si dica. Dicono le indiscrezione che non condivideva la linea repressiva contro i manifestanti.
Insomma: alcuni pezzi grossi del regime sono sempre più insofferenti e sperano che sia lui, lo Squalo, a trovare la soluzione per salvare la faccia e la Rivoluzione. A evitare un inutile bagno di sangue che potrebbe decretare la fine della teocrazia khomeinista in Iran.
Il segnale più evidente su queste e spaccature è però un altro: pochi giorni fa - e la notizia è apparsa sulla tv di Stato - il Consiglio dei Guardiani, una specie di Corte costituzionale dei giureconsulti islamici, ha ammesso irregolarità nel voto in almeno 50 città iraniane (c’erano più voti di quanti fossero gli iscritti alle liste). Un’ammissione, ancora sussurrata, che equivale di fatto- secondo gli analisti - a dichiarare davanti a milioni di telespettatori che l’elezione di Ahmadinejad non è stata pulita e che Ali Khamenei può sbagliare.
Ieri Rafsanjani, che ha visto arrestare anche sua figlia durante le manifestazioni, era a Qom, la città sacra dell’Iran che già Khomeini aveva eletto a suo quartier generale. Una mossa altamente simbolica in un Paese dove anche i riformisti di Mousavi non mettono in discussione il carattere islamico dello Stato. E oggi due tra le più importantri cariche religiose iraniane - Hossein Ali Montazeri, ex vice dell’Ayatollah Khomeini, e Hossein Moussavi Tabrizi, segretario generale del Comitato scientifico della Scuola religiosa di Qom - hanno criticato aspramente la dura repressione decisa dal governo. Sono i segnali che forse si aspettava Rafsanjani per muoversi. Ed è comunque a lui, il garante della Repubblica khomeinista, più che a Barack Obama, che possono guardare i giovani in rivolta. La speranza per loro che sognano libertà e democrazia viene da chi, come Rafsanjani, rappresenta ai massimi livelli la continuità dello Stato khomeinista, la conservazione dei vecchi equilibri istituzionali e politici della Repubblica teocratica. Ed è tutto qui il paradosso.
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- Venerdì 26 Giugno 2009
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