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Archivio di Giugno, 2009

Iran: Twitter, la vera arma politica contro gli Ayatollah

OkNotizie

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  • Tags: Iran, Mahmoud Ahmadinejad, twitter
  • 9 commenti

il regime reprime la protesta

Guarda la GALLERY: Neda, fiore della libertà

I messaggi si susseguono, uno dopo l’altro, ogni due-tre minuti, a volte ogni 30 secondi, a seconda del fuso orario di Teheran. A postarli, nelle bacheche  di Twitter sulla crisi iraniana, sono gli oppositori del regime di Ahmadinejad, a migliaia, in patria e all’estero, che stanno cercando in queste ore di organizzare la resistenza.

Sono uomini e donne con un alto livello di preparazione politica e tecnologica,  che scrivono  in    inglese  (anziché  in farsi) per rendere più difficili i controlli della famigerata polizia postale iraniana e che, in generale,  sembrano tutti convinti che bisogna vincere  la battaglia della comunicazione, della capacità di auto-organizzarsi   senza prendere le armi.
Twitter, in Iran, è tutto questo: l’unica piattaforma   accessibile ai dissidenti, l’unica fonte di informazione non ufficiale cui abbia accesso chiunque simpatizzi per i rivoltosi. Una bacheca virtuale - con migliaia di messaggi spot -  che irrompe nella politica iraniana con la forza di uragano: i medici vicini al movimento - per esempio - possono avvertire i loro fratelli di non portare i feriti in quell’ospedale X di Teheran perché vengono fatti sparire (mettendo anche a disposizione    una  guida per il primo soccorso al di fuori del circuito sanitario nazionale).

Gli oppositori possono  condividere qui manuali di sopravvivenza in caso di arresto o fornire   indicazioni puntuali e molto importanti, scritte da un ex miliziano pentito, su come sopravvivere agli scontri di piazza, agli abusi delle squadracce.
Oltre che una straordinaria leva di organizzazione politica, però, Twitter è diventata anche - dopo le elezioni farsa - il punto di osservazione migliore per chi voglia capire  la natura e gli obiettivi dell’élite più colta dela variegato movimento che sta scuotendo le fondamenta della Repubblica islamica.

Pochi puntano in realtà a una una nuova rivoluzione antikhomenista. Ne hanno abbastanza, di sangue versato, sia gli esuli che gli iraniani di opposizione. L’impressione è che siano proprio quello che dicono, dei riformisti che vogliono solo ripristinare le regole della decenza istituzionale dopo il golpe elettorale e vivere la vita di ogni giorno senza dover temere le squadracce religiose di Khamenei e Ahmadinejad. A dimostrazione di questa moderazione del movimento, una iscritta, Oxfordgirl, suggerisce per esempio che l’unica speranza  è Rafsanjani, l’eminenza grigia del potere rivoluzionario, l’ex braccio destro di Khomeini  che alle ultime elezioni ha sostenuto i riformisti e si è sentito  accusare di corruzione da un giovane fanatico che non ha nemmeno fatto la Rivoluzione, come Ahmadinejad.

Un altro utente paragona Ahmadinejad allo Shah e invita gli altri  a ribellarsi senza però mettere in discussione le fondamenta  del regime. Per tutti la parola d’ordine rimane comunque quella della nonviolenza. Del non accettare le provocazioni. Del bannare chiunque su Twitter sia sospettabile di essere una spia. Del non dare al governo un pretesto per vendicarsi su tutti coloro che sono sospettati di simpatizzare per i manifestanti. C’è insomma grande prudenza tattica, ma anche   determinazione per sventare il golpe.

Per ora la maggior parte degli oppositori su Twitter si limita a dare suggerimenti pratici, a fornire informazioni su quanto avvenuto ieri, per esempio, in quell’angolo preciso di Teheran, dove un ragazzo è stato portato via dopo essere stato malmenato. O a organizzare improvvise manifestazioni che spiazzino la polizia. Il momento di dividersi sulle strategie   non è insomma ancora arrivato: Donne, non ascoltate chi vi dice che ci si deve togliere il velo in piazza giovedì. Teniamo ferma la parola d’ordine delle rielezioni. Dobbiamo avere una voce soltanto!

C’è poi chi chiede    di partecipare alla campagna di boicottaggio della Nokia e della Siemens, che avrebbero messo a disposizione del governo un centro di monitoraggio per spiare e intercettare i messaggi dell’opposizione. E l’attenzione alla comunicazione digitale e ai rischi di censura è vitale. Sono   molti quelli che segnalano i punti deboli nel sistema informatico  di censura messo in piedi dal governo. Il traffico che passa attraverso i protocolli usati da giochi come WoW e Xbox non è filtrato. Usiamo quello! Attenti a SSH, ai torrents e a Flash! Suggerimenti per comunicare, molto sofisticati dal punto di vista tecnologico: per scambiarsi email che non facciano risultare l’indirizzo IP della macchina da cui vengono inviate, scrive un iraniano, bisogna scambiarsi messaggi attraverso l’anonymous remailer, un sistema originariamente usato dai primi movimenti cyberpunk.
I messaggi, su Internet, vengono comunque fatti sparire con grande rapidità. La polizia iraniana è solerte quando si tratta i informazioni che possano danneggiare il governo:   questo articolo per esempio, postato ieri da un blogger,   segnalava una choccante intervista, tradotta attraverso il Google translator, a un presunto miliziano, che confessava di ricevere dal governo 200 euro al giorno per picchiare i manifestanti. Lo faccio perché sono disoccupato e devo pagarmi la casa. Ora quel link è invisibile.
La questione della lingua da utilizzare diventa poi  strategica per i rivoltosi online: postate messaggi in farsi con informazioni false e aggiustate il vostro Pc sul  fuso orario iraniano, per ingannare i poliziotti -  scrivono in tanti. E cioé: inondate il centro della censura tecnologica di messaggi per mandare in tilt il sistema di controllo.  Altri inviano manuali di resistenza urbana: dividetevi in piccoli gruppi, evitate assembramenti troppo numerosi, non diamo un vantaggio al dittatore. O ancora viene fornita  l’ultima news sulle manifestazioni: Karoubi (un altro candidato di opposizione) sarà oggi in sei piazze, Bahareset, Vanak, Tajrish, Sadehgieh. Venite numerosi. E intanto avanza la delazione contro le spie informatiche:  non scrivete su questa pagina di Twitter. Lo gestisce un provocatore!.  Hakim Rasmullah. Parvez Afsenay. Pardesh Marvasi Ibrahimzadeh! Segnatevi questi nomi: sono studenti dell’Università di Teheran iscritti a Twitter che in realtà lavorano per i Basji!

Infine, due avvertimenti, che dimostrano il livello di sofisticazione politica, e non solo tecnologica, raggiunta dai dissidenti: Non ritirate il vostro denaro dalle banche! E’ il modo migliore per farvi identificare come nemici! E un altro: Non attaccate i siti del governo iraniano. La tv di Stato darebbe  un’immagine negativa del nostro movimento! Sanno, questi ragazzi, che la battaglia, anche informatica, si vince sul piano della comunicazione, non su quello delle armi. Anche perché nessuno mette in dubbio il concetto di Repubblica islamica. Sono appunto tutti giovani democratici e gradualisti, che il golpe sta   trasformando in nemici del popolo e servi della Cia.

Il silenzio di Obama  appare poi a molti come un insopportabile tradimento. Ma nessuno (ancora) gli butta la croce addosso. Gode ancora, Obama,  di grande stima, si manifestano i primi segnali di insofferenza per la prudenza americana.  Bisogna cavarcela da soli e continuare a informare. Il mondo ci guarda!  
Il video (animato) di propaganda della tv di Stato

  • paolo.papi
  • Giovedì 25 Giugno 2009

Economia della disoccupazione

OkNotizie

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  • Tags: disoccupazione, economie, istat, oecd
  • 6 commenti

La Spagna è il paese che soffre di più per la disoccupazione, con un tasso che ha superato il 18%; tasso che è cresciuto di ben 8 punti negli ultimi 12 mesi. In Russia invece la disoccupazione è aumentata del 4,2 nell’ultimo anno, quasi 4% per gli Usa. In Italia il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 7,9% (Istat).
Per
Disoccupazione

L’Oecd intanto ha pubblicato le previsioni per il 2010: il tasso medio di disoccupazione nei paesi Oecd raggiungerà il 10%, che significa: 57 milioni di persone.

E’ arrivato il momento di una riforma delle politiche e della legislazione sul lavoro, come chiede L’Economist?

  • luigi.gavazzi
  • Mercoledì 24 Giugno 2009

Arabia saudita: la battaglia della lingerie sexy

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  • Tags: Arabia-Saudita, lingerie
  • 4 commenti

Dubai

In Arabia Saudita le donne, per tutelare l’onore, si muovono solo se accompagnate da un uomo di famiglia, possono andare all’estero solo se viaggiano con un maharam (guardiano maschio) o con un suo permesso scritto, non possono guidare o restare in compagnia maschile in un luogo pubblico, ma possono acquistare biancheria intima da un commesso di sesso maschile.

Certo, in Arabia Saudita l’intimo si vende eccome e i negozi di lingerie hanno un enorme successo. Le vetrine sobrie espongono manichini anonimi senza capo, che, pur ricordando il meno possibile il corpo femminile, attraggono gli sguardi dei passanti. All’interno dei negozi i capi sono più sexy e sofisticati, tanto che un occidentale resterebbe sbigottito. Autorizzati alla vendita dei capi sono solo commessi di sesso maschile. Gli spogliatoi sono proibiti dalle autorità governative e le clienti si trovano costrette ad acquistare i modelli alla cieca e a provarseli in un bagno pubblico o a casa. Qualora la taglia o il modello non andasse bene, posso essere rimborsate o cambiare il capo acquistato. Peccato che per l’imbarazzo nessuna delle clienti lo faccia, piuttosto che perdere la dignità preferisce perdere il denaro.

Normalmente i negozi di lingerie sono luoghi intimi, privati, accoglienti e dedicati principalmente ad un pubblico femminile. Ma nei punti vendita di intimo in Arabia Saudita le donne non si sentono a proprio agio. Come fanno ad essere squadrate da testa a piedi da uno sconosciuto che cerca di individuare la loro taglia? Come riescono a parlare di esigenze personali con un uomo o addirittura ad accettare un suo consiglio? Le saudite chiedono quindi che venga applicata una legge, approvata nel 2006, che permette alle donne di lavorare nei negozi che commercializzano prodotti femminili, tra cui accessori, vestiti o intimo.

La legge in questione non è mai entrata ufficialmente in vigore a causa dell’opposizione delle autorità religiose più conservatrici del paese e sicuramente anche per l’aumento della disoccupazione tra gli uomini, che si aggira già intorno al 13%. Reem Asaad, insegnante presso il Collegio femminile di Jeddah Dar al-Hikma da mesi ormai sta portando avanti su Facebook una campagna per boicottare i negozi di lingerie e spingere il governo a prendere una posizione definitiva. L’intento è quello di sostituire i dipendenti di sesso maschile che lavorano nei negozi di intimo con delle dipendenti donne. Nulla di più sensato e naturale!

  • silvia dogliani
  • Mercoledì 24 Giugno 2009

Alluvione in Bassa Austria: fotogallery

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  • Tags: alluvione, austria, Bassa-Austria, Enns, fiume, fiumi, Fotogallery, Steyr
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Alluvione in Bassa Austri: GUARDA LA FOTOGALLERY

Alluvione in Bassa Austria
Credits: Ansa/HELMUT FOHRINGER
24/06/2009 - Le pioggie torrenziali degli ultimi giorni hanno causato un’alluvione nella zona di confluenza dei fiumi Enns e Steyr, nel Land della Bassa Austria.


  • redazione
  • Mercoledì 24 Giugno 2009

Iran: fotogallery della rivoluzione

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  • Tags: brogli, elezioni, Fotogallery, Iran, Mahmoud Ahmadinejad, mousavi, protesta, rivoluzione
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la protesta continua

GUARDA LA FOTO-GALLERY

Iran: la protesta continua

20/06/2009 - Un manifestante di fronte alla polizia anti-sommossa a Teheran.

Credits: Ansa/Demotix
In seguito al divieto ufficiale del governo iraniano alla copertura mediatica degli eventi in corso da parte di operatori stranieri, è necessario fare ricorso ad immagini fornite da altre fonti.

  • redazione
  • Mercoledì 24 Giugno 2009

Obama avverte l’Iran: ascolti la voce del popolo

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  • Tags: Barack Obama, Iran, neda, Teheran
  • 2 commenti

Barack Obama

Guarda la GALLERY: Neda, fiore della libertà

Giorni e giorni di pressione sono serviti. I toni sono cambiati. Più duri, più netti, anche se le sue dichiarazioni contengono ancora una forte venatura di cautela e diplomazia. Obama è apparso di fronte ai giornalisti in una attesissima conferenza stampa, convocata per parlare della situazione in Iran, della crisi economica statunitense e della riforma sanitaria.

Gli avevano chiesto di essere molto meno cauto sulla condanna della violenta repressione della proteste contro il golpe “elettorale” a Teheran, e il presidente degli Usa, come mai avvenuto nelle ultime due settimane, ha usato parole, espressioni e toni più duri nei confronti del governo iraniano mettendo seriamente in dubbio il risultato della consultazione: “Ci sono molti interrogativi sull’esito della votazione” ha detto Obama. Ma non solo. Ha anche condannato con forza “queste azioni ingiuste”, e cioè, i pestaggi, gli arresti, ma anche gli uccisioni dei dimostranti che hanno lasciato, come ha detto, il mondo “sconvolto e indignato”.

Ha ricordato ai dirigenti iraniani che si governa “con il consenso, e non con la costrizione”. Con la violenza. Termini espliciti, messaggi chiari, parole inequivocabili. Come il riconoscimento del coraggio di quegli iraniani che in questi giorni scendono in piazza, per la strade di Teheran per protestare contro i brogli elettorali.

In particolare delle donne, in prima fila nella protesta, tra le maggiori vittime della brutale violenza del regime, come nel caso di Neda Agha Soltan, la giovane donna uccisa da un pallottola al cuore, colpita dalla polizia durante una manifestazione popolare, diventata simbolo di questa rivolta contro gli ayatollah. Obama l’ha ricordata, durante la conferenza stampa. E ha aggiunto, con una frase tipica della sua retorica, che “coloro che si schierano a fianco della giustizia sono sempre dalla parte giusta della Storia”.

Pragmatismo Il presidente ha voluto dire che si schiera dalla loro parte, ma limitandosi, per ora, a un condanna verbale delle azioni dell’esecutivo guidato da Ahmadinejad. Già perché, nelle risposte ai giornalisti nella sala stampa della Casa Bianca, Obama ha ripetuto concetti noti, espressi negli ultimi giorni, tutti intrisi del pragmatismo con cui ha improntato il rapporto con l’Iran. E che, secondo lui, dovrebbe portare a un dialogo diretto con il regime iraniano, chiunque governi a Teheran.

Nessuna interferenza Il presidente degli Stati Uniti ha ricordato, sottolineandolo, che il suo paese rispetterà la sovranità “della Repubblica Islamica e che non intende interferire negli affari interni iraniani”. Nessuna iniziativa unilaterale, quindi. Qualsiasi passo intrapreso dagli Usa, verrà fatto con l’avvallo e l’appoggio della comunità internazionale. In questo senso, rispetto ai nuovi toni usati, nella sostanza, Obama non si è andato molto lontano rispetto alle dichiarazioni fatte nelle ore immediatamente seguenti all’inzio delle proteste. E che molti hanno considerato troppo deboli. Per ora, gli Usa non intendono compiere azioni più decise. Una politica che gli ha attirato addosso le critiche non solo dei repubblicani, ma anche di alcuni membri della sua stessa amministrazione.

Obama la difende, sostenendo che qualsiasi mossa azzardata, aprirebbe il fianco alle accuse di ingerenza, ma soprattutto indebolirebbe il movimento di protesta contro i brogli. Metterebbe Ahmadinejad e la suprema guida dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei nella condizione di accusare coloro che scendono nelle piazze di essere al soldo del Grande Satana Americano. Indebolirebbe il grande movimento di popolo che sta mettendo in discussione l’autorità dell’ala dura del regime. Chi lo critica, afferma il contrario. Dice, cioè, che la sua cautela e la sua prudenza, abbiamo già rafforzato le posizioni del duo Ahmadinejad Khamenei. Obama scommette invece che, alla lunga, la sua politica, pagherà. Perchè li costringerà al dialogo, per uscire dall’isolamento internazionale. Solo i prossimi mesi diranno se lui avrà avuto ragione.

Iran in rivolta. Cosa dovrebbe fare l’Amministrazione americana?

LEGGI ANCHE: Iran in fiamme, i video che il regime vuole oscurare - Tutti gli articoli sulla rivolta in Iran - La cronologia degli avvenimenti - “Come l’Iran ha diviso la mia famiglia“

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 24 Giugno 2009

Iran: “Come la morte di Neda ha diviso la mia famiglia”

OkNotizie

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  • Tags: Iran, neda, Teheran
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simbolo di libertà

Guarda la GALLERY: Neda, fiore della libertà

Una blogger iraniana, Telmah Parsa, racconta oggi sul Daily Beast come ha reagito sua madre, una donna pia e devota alle istituzioni, dopo aver visto il video della morte di Neda, la ragazzina di Teheran uccisa dai tiratori scelti delle milizie del Basji. La domanda che ci facciamo ora, dopo aver letto questo post, è: quante madri di Telmah Parsa ci sono  in Iran? E la risposta, probabilmente e purtroppo, è: molte di più di quanto si creda. Ed è su quelle come lei - donne religiose che non farebbero mai male a una mosca ma che rappresentano  forse  la maggioranza silenziosa del Paese  - che fa affidamento il regime degli Ayatollah per spazzare via la rivolta giovanile che in questi giorni sta infiammando Teheran.

Ecco cosa scrive Telmah Parsa
Dopo aver visto il video, gli occhi di mio fratello erano pieni di lacrime. Ero anch’io tentata di piangere. Ma non tutti (nella mia famiglia ndr) erano infastiditi da quel video. “Ecco quello che accade a scendere in piazza” ha buttato lì mia madre mentre le mostravo il video. Mia madre non è una cattiva persona, anzi. Venerdì, quando la Guida Suprema Khamenei ha dichiarato nel suo sermone che è disposto a morire pur di difendere l’Islam, mia madre, come la maggior parte delle persone che lo stavano ascoltando, ha pianto, di lacrime vere. Senmplicemente non era commossa dal video della morte di Neda perché quelle immagini erano incompatibili con quello cui aveva creduto per tutta una vita. Non poteva credere, ad esempio, che un miliziano Basj possa uccidere una ragazza innocente. Secondo lei  i Basji impersonificano quanto di più ammirevole ci sia nella società iraniana: la religiosità profonda e la devozione alla Guida suprema. Il loro atteggiamento pieno di contegno ricorda a lei, e quelli come lei, il sacrificio dei martiri uccisi durante la guerra Iraq-Iran. Non riesce a credere che qualcuno come suo fratello possa uccidere una ragazza innocente. Ci doveva essere un’altra spiegazione - secondo mia madre -  per quello che era accaduto a Neda. E siccome le risultava difficile trovarne una, ha risolto il problema dicendo: “Ecco quello che accade a scendere in piazza”.

La sua reazione mi ha profondamente offesa e turbata, comunque. Ma lei è stata rapida a stoppare la mia indignazione. “Figlia mia, tu e tuo fratello avete subito un lavaggio del cervello dei media occidentali. Perché credete a tutto quello che scrivono?” Questo dicono i nostri genitori quando la pensiamo diversamente. Ed è completamente inutile controbattere discutendo con loro su chi abbia veramente subito il lavaggio del cervello. Loro, a differenza di quelli della nostra generazione, non hanno formato le loro convinzioni in un giorno soltanto, a conclusione di un dibattito libero e aperto. Io e mio fratello dimentichiamo spesso che la tv di stato ha rappresentato per decenni, per i nostri genitori, l’unico canale attraverso cui ricevono le informazioni. Lo Stato, tutto questo, lo sa bene. E non è un caso che il palazzo della televisione pubblica sia uno dei più fortificati di tutto Teheran (un tank è parcheggiato stabilmente lì davanti)… 

Continua a leggere qui

Iran in rivolta. Cosa dovrebbe fare l’Amministrazione americana?

Neda, la ragazza martire, simbolo della protesta (20 giugno)
Karekar Avenue, all’angolo tra Khosravi Street e Salehi Street, a Teheran: cade con un colpo al cuore sparato da un tiratore scelto delle milizie Basji, il 20 giugno, Neda, 16 anni, in un video che ha fatto il giro del mondo su Youtube.

LEGGI ANCHE: Iran in fiamme, i video che il regime vuole oscurare - Tutti gli articoli sulla rivolta in Iran - La cronologia degli avvenimenti

  • evita.rosario
  • Martedì 23 Giugno 2009

“Nessuna soluzione politica: è iniziata la fine degli Ayatollah”

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  • Tags: Davood-Karimi, Iran, Khamenei, mousavi, pasdaran, resistenza, resistenza-iraniana, rifugiati
  • 4 commenti

la protesta degli iraniani a Bucarest

Guarda la GALLERY: Neda, fiore della libertà

La voce di Davood Karimi tradisce la pre-occupazione e l’eccitazione per quanto sta accadendo a Teheran. Aspetta questo momento da trent’anni. Lui come gli altri rifugiati iraniani e gli oppositori politici del regime islamista che si riconoscono nella guida della Resistenza Iraniana, Massoud Rajavi. Karimi cura un blog molto aggiornato con notizie e foto dall’Iran ed è il presidente dell’Agenzia Iran democratico. A Panorama.it parla della rivolta nelle strade delle città iraniane.

Cosa vogliono davvero i manifestanti? Un riconteggio dei voti, l’elezione di Mousavi o un cambiamento più radicale dell’intero sistema? 

La protesta ripercuote la volontà di un popolo oppresso da trent’anni, che vuole semplicemente libertà e democrazia. Le elezioni sono state il pretesto di cui c’era bisogno, anche se quasi tutti sapevano che si trattava di una fiction tv.

Ma Mousavi non è propriamente contro il sistema e finora l’obiettivo delle proteste non è Khamenei ma Ahmadinejad

Non è vero. La contestazione è più radicale. Ieri nelle piazze di Rezai, a Teheran, i giovani gridavano “Morte a Khamenei”, la Guida suprema. Non si limitano a chiedere un cambio del governo. I nostri amici e colleghi tentano di testimoniarlo, ma temo che il regime non tornerà sui suoi passi. Non c’è una soluzione politica all’orizzonte, l’Occidente deve ascoltare il popolo iraniano e non concentrarsi sul colore verde.

Ma chi c’è dietro ai manifestanti? Chi organizza le proteste? Gli appoggi politici sono da cercarsi nella parte vicina a Rafsanjani?

Il giorno dopo le elezioni il ministro dell’Interno ha detto che le manifestazioni erano sostenute da gruppi terroristici e non dai partiti. L’unica leadership riconosciuta è quella della resistenza iraniana, quello che vogliono gli studenti è la morte del regime e la democrazia. E hanno colto le elezioni come occasione per allargare le spaccature interne al clero e ai politici.

Crede che Mousavi continuerà con l’opposizione se questa si radicalizzerà?

Ci sono due strade per Mousavi: o si arrende a Khamenei o sceglie la resistenza che lotta da trent’anni. E’ l’unica via. Ormai il popolo è in piazza, nonostante i Basiji e la repressione.

La grande maggioranza delle informazioni ci giungono da Teheran, ma cosa sta succedendo nel resto del paese?
A quanto sappiamo in ogni città ci sono focolai di protesta e tensioni soffocate nella repressione. Il nord dell’Iran e la zona dove vivono i Curdi è paralizzata da scioperi e manifestazioni. Ma la partita decisiva si gioca a Teheran.

Sembra ormai accertato che ci siano stati brogli, ma il sostegno ad Ahmadinejad nelle aree rurali non era comunque molto alto?

Balle. False voci diffuse dal regime, veleno che è stato raccolto dai giornalisti occidentali. Le elezioni erano una farsa e la partecipazione è stata bassa. Io sapevo già nel pomeriggio che avrebbe “vinto” Ahmadinejad, il regime aveva bisogno di questa fiction, anche quattro anni fa avevano organizzato i brogli per fare vincere i conservatori. Mousavi è stato imbrogliato, pensava di potercela fare. Ma questa volta è stato un boomerang perché la gente che è andata a votare si è resa conto della truffa.

Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale in questo scenario?

La resistenza iraniana ha chiesto di sostenere il popolo iraniano e chiudere ogni accondiscendenza nei confronti del regime: il dialogo non ha prodotto nulla

Un intervento militare?

Assolutamente no. Sarebbe sfruttato dagli ayatollah, maestri dell’inganno, e ricompatterebbe il consenso contro l’Occidente. C’è una terza via: il sostegno politico alla resistenza e al popolo iraniano, che sa camminare con le sue gambe.

Voi rifugiati e oppositori politici all’estero come agite?

Cerchiamo di fare pressione e dare informazione. Pochi giorni fa a Parigi c’è stata una grande manifestazione di 95mila persone. Il nostro dovere è di tenere alta l’attenzione internazionale, fare arrivare le storie di chi muore per manifestare, come quella povera ragazza, Neda. Dobbiamo dimostrare che non è morta inutilmente. Per questo ho organizzato una manifestazione domani a Roma, a Montecitorio, alle 5 del pomeriggio, in suo nome.

Cosa pensa che accadrà in Iran se le proteste continueranno?

La diga della paura, del terrore, ormai è saltata. Aumenteranno le violenze e la repressione dei Basiji, il regime si chiuderà in se stesso e porterà a termine la chirurgia interna eliminando le voci più critiche. Ma per loro la fine è iniziata. Andiamo verso la resa dei conti.

Mi sembra difficile che il movimento abbia successo senza alcun appoggio tra i militari…

Proprio ieri ho saputo che uno dei maggiori capi dei Pasdaran è stato rimosso dall’incarico per essersi rifiutato di sparare ai manifestanti. Il nome non lo posso dire. Ma l’opposizone tra le forze armate c’è, molti sono già stati eliminati. Ma il colpo finale verrà dalle donne: sono loro a dare la svolta. Scendono in piazza, incitano i compagni e i figli e sono più efficaci delle armi. La libertà e la democrazia sono vicine.

Iran in rivolta. Cosa dovrebbe fare l’Amministrazione americana?

LEGGI ANCHE: Iran in fiamme, i video che il regime vuole oscurare - Tutti gli articoli sulla rivolta in Iran - La cronologia degli avvenimenti

  • emanuele rossi
  • Martedì 23 Giugno 2009
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