Archivio di Luglio, 2009

Di Mario Sechi
La riforma della sanità ha subito un rinvio, la situazione finanziaria ed economica è sempre difficile, Barack Obama è sceso per la prima volta al di sotto del 50 per cento nei sondaggi, fra i repubblicani c’è chi vede un riscatto già nelle elezioni di mid-term, ma… c’è il commander-in-chief che non ti aspetti.
Perché il taglio del bilancio della difesa e il varo di una nuova dottrina della guerra procedono come un treno. Il Pentagono deve dimagrire, subito. I problemi del bilancio non concedono tempo a Obama, che ha l’obiettivo di fissare la spesa annua militare tra il 4 e il 5 per cento del pil.

Il problema è che gli Stati Uniti sono impegnati su due teatri di guerra (Iraq e soprattutto Afghanistan) e devono mantenere la loro supremazia. Se guardiamo i dati del 2008 sulle spese in armamenti pubblicati dal Sipri di Stoccolma, gli Stati Uniti sono saldamente in testa alla classifica del budget: 607 miliardi di dollari, pari al 41,5 per cento della torta mondiale. Lontanissima, al secondo posto c’è la Cina, con una stima di 84,9 miliardi di dollari, il 5,8 per cento del totale. Distanze siderali. Ma il rischio, che la Casa Bianca non ignora, è che l’arsenale diventi obsoleto nel giro di pochi anni e la supremazia in termini di spesa si riduca in misura esponenziale, se non resta al top della tecnologia e della ricerca. Che fare? L’orchestra cambia spartito, inserisce qualche nuovo elemento, ma si arrangia con gli strumenti che ha.
Così, mentre i soldati americani sono impegnati in Afghanistan nella prima grande operazione militare della presidenza Obama, i critici puntano il dito su Robert Gates
, ex direttore della Cia, già segretario della Difesa. Globetrotter della politica autodefinitosi come una sorta di Forrest Gump, l’uomo che il 28 luglio ha compiuto una visita lampo in Iraq è passato dall’amministrazione Bush a quella di Obama: nessuna soluzione di continuità per il primo presidente nero della storia americana, che con tale scelta ha voluto seguire le orme di un illustre predecessore, quel John Fitzgerald Kennedy, democratico, che scelse il repubblicano Robert McNamara per guidare il Pentagono.

Gates è un formidabile esecutore delle politiche di Obama. Non un semplice uomo macchina, ma la mente delle mosse che stanno rivoluzionando il Pentagono. Gates rappresenta la continuità con la strategia del secondo mandato di Bush jr. Così il generale David H. Petraeus, inventore del «surge» in Iraq, è diventato il responsabile del Centcom, il comando che controlla le operazioni militari in Medio Oriente.
La revisione del bilancio si è accompagnata a un ripensamento generale della strategia militare: meno investimenti su progetti hi-tech di dubbia efficacia, più attenzione alla guerra di fanteria (che da Iraq e Afghanistan ha tratto lezioni importanti) e all’assistenza dei soldati e delle loro famiglie durante e dopo i conflitti. È l’ennesima rivoluzione negli affari militari? Forse no, ma che il Pentagono in fatto di forniture sia ancora in piena guerra fredda è provato da molti ciclopici (e spesso fantasiosi) programmi di spesa e ricerca.
È anche certo che fra i repubblicani la svolta di Gates non piace.
La Heritage Foundation, centro studi repubblicano, ha addirittura lanciato il mese per la «protezione dell’America», sottolineando proprio i tagli al bilancio della difesa.
Le forbici del duo Obama-Gates non convincono il presidente della Heritage, Edward Feulner, che ha rispolverato un vecchio detto dei tempi della presidenza di John Adams: «Milioni per la difesa, non un centesimo per le tasse». Secondo i repubblicani, Obama ha scelto invece la via del fisco. Soluzione proposta dall’ex senatore James Talent, specialista in affari militari della Heritage: «Occorre un budget della difesa non inferiore al 4 per cento del pil, se gli Stati Uniti vogliono mantenere la loro superiorità militare».
Nel campo opposto, oltre ai pensatoi vicini ai democratici, è da leggere con attenzione Slate, rivista del gruppo Washington post, e soprattutto la rubrica «War Stories» dove Fred Kaplan (al Boston Globe vinse il premio Pulitzer per un’inchiesta sulla corsa al nucleare tra Stati Uniti e Russia) applaude Gates a scena aperta e dice che il voto contro il rinnovo del programma per costruire il caccia F-22 «è l’inizio di una nuova fase nella politica della difesa, un ridimensionamento dell’influenza che i contractor hanno sulla politica e sul budget» del Pentagono.
Mentre si discute Gates va avanti come un rullo compressore (vedere schede qui sopra). Oltre ad avere tagliato il programma per l’aereo da caccia F-22, preferendo il più collaudato caccia multiruolo F-35, ha pigiato il tasto reset sulla costruzione del supercacciatorpediniere Ddg-1000 Zumwalt (nave da guerra avveniristica, ma secondo alcuni esperti vulnerabile); ha archiviato il progetto del soldato del futuro (una cosa buona al massimo per una pellicola in stile Starship Troopers).
Ciliegina sulla torta, il nuovo trattato di disarmo nucleare siglato a Mosca dal presidente Obama e dal presidente russo Dmitri Medvedev, un’ulteriore revisione della dottrina della deterrenza. Non piace né ai nixoniani né ai neoconservatori, né agli esperti di giochi nucleari. Questi ultimi, tra cui il Lexington institute, temono che un taglio troppo netto possa fare crescere l’appetito dei paesi che fanno già parte del club nucleare o che la bomba la cercano e vogliono moltiplicarla.
Dai tagli non si salva nessuno: aviazione e marina, settori dove gli investimenti in tecnologia sono enormi, sono a dieta forzata. Le difficoltà nel ricambio della fanteria in Iraq e Afghanistan e la situazione critica della Guardia nazionale hanno convinto il trio
Obama-Gates-Petraeus a puntare sulla quantità e qualità delle truppe di terra, sul loro addestramento e sulla logistica. La ricerca in campo militare ne esce ridimensionata? Forse, ma Gates non è un pacifista travestito da segretario della Difesa e Obama non vuole mettere i fiori nei cannoni.
La visione della guerra al Pentagono è cambiata, ma sempre di conflitto si tratta. Sono cambiati i toni e le risorse si stanno spostando su altri settori. L’Air Force avrà l’opportunità di sviluppare un piano massiccio di investimenti sugli aerei senza pilota (i Predator e i Reaper 9), una delle armi su cui la Casa Bianca punta per assestare colpi decisivi alle cellule terroristiche in Medio Oriente.
Il piano per lo sviluppo degli aerei senza pilota, in gergo Uav (unmanned aerial vehicle), è una lettura affascinante. Parte dal 2009, arriva al 2047 e prevede lo sviluppo di una flotta costituita da centinaia di velivoli. Prima saranno guidati da uomini a terra, ma in futuro alla cloche (anzi, al joystick) ci sarà un computer. Il risparmio economico sui costi dei piloti e la prospettiva mitica dello «zero perdite» (è dai tempi della guerra del Golfo nel 1991 condotta magistralmente dal generale Norman Schwarzkopf che se ne parla) favoriscono questa scelta strategica.
Questa è la guerra che più o meno si vede, però ce n’è un’altra: invisibile, fatta di operazioni coperte (e, a detta di non pochi, i fondi riservati sarebbero addirittura aumentati), affidata alla comunità dell’intelligence di cui la Cia è lo specialista. Un po’ logorato a dire il vero dai continui scandali sugli interrogatori e dalla battaglia di fine mandato tra il vicepresidente Dick Cheney e il presidente George W. Bush. C’è chi parla di una vera e propria «caccia alle streghe» non solo sul personale Cia, ma anche sui consiglieri della Casa Bianca che hanno gestito la fase post 11 settembre. Ecco, alla fine del tutto, si torna alla data chiave da cui non solo ha origine la guerra di Bush, ma anche quella di Obama.

Ahmid Karzai, il presidente afghano
Il suo debutto sulla scena internazionale, alla conferenza di Tokyo dei paesi donatori nel 2002, era stato trionfale. A pochi mesi dalla sconfitta talebana Hamid Karzai, acclamato presidente ad interim dalla «loya jirga» dei capi tribali, era per tutti il salvatore dell’Afghanistan: lo statista destinato a pacificare il paese devastato da 30 anni di guerre, il prudente e fedele alleato dell’Occidente, l’amico personale di George W. Bush. Tornò a Kabul con un bottino di 25 miliardi di dollari per la ricostruzione e con la palma di «uomo politico più elegante del mondo» attribuitagli dallo stilista Tom Ford, impressionato dal berretto di lana karakul e dal mantello uzbeko verde smeraldo del leader afghano.
Sette anni dopo, alla vigilia della sua probabile riconferma alle presidenziali del 20 agosto, Karzai è diventato un problema. Per gli afghani, che lo accusano di nepotismo e gli rimproverano di non avere mantenuto le molte promesse. Per i comandi della coalizione, che gli imputano la scarsa preparazione e affidabilità delle forze di sicurezza locali. Per i donatori, che il mese scorso a Parigi non hanno apprezzato la richiesta di altri 50 miliardi di dollari (ne hanno, alla fine, stanziati 21). Per le Nazioni Unite, che per bocca del segretario generale Ban Ki-moon hanno invocato «misure concrete» per rendere più trasparente l’attività del governo di Kabul; e per l’amministrazione Obama, irritata dall’impunità concessa ai signori della guerra e della droga, dall’inefficienza e dalla debolezza dell’esecutivo.
«Karzai ha fallito su tutti i fronti» afferma la deputata Shukria Barakzai. «Senza sviluppo e opportunità di lavoro non avremo mai sicurezza. E al governo abbiamo gente che un tempo predicava la guerra santa e ora parla di democrazia. Come possiamo fidarci?».
Anche l’offensiva nella provincia dell’Helmand, dove 4 mila marine e 700 afghani al comando del generale Stanley McChrystal sono impegnati nella più vasta campagna di terra e aerea dai tempi del Vietnam, pare destinata all’insuccesso. «L’offensiva non raggiungerà lo scopo di eliminare gli insorti» prevede Rory Stewart, ex diplomatico inglese (era vice dell’amministratore civile provvisorio Barbara Contini a Nassiriya in Iraq) ora docente a Harvard. «Avrà invece un impatto negativo sulle comunità pashtun del sud e alimenterà la propaganda antioccidentale. Quanto al governo di Kabul, che incentivo può avere a varare le auspicate riforme se un paese che produce il 92 per cento dell’eroina del pianeta continua a ricevere decine di miliardi di dollari in aiuti?».
Analisti e diplomatici si chiedono oggi se Karzai sia l’uomo giusto per affrontare le tre principali sfide che ha di fronte l’Afghanistan: i talebani, l’oppio e la dilagante corruzione. E la risposta è sempre la stessa: non ci sono alternative. Fra i 40 candidati alle elezioni, solo l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah e l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani sono accreditati di un certo seguito tra la popolazione urbana. Non tale tuttavia da impensierire il presidente, che ha saputo tessere una rete di alleanze con comandanti mujaheddin e governatori di dubbia reputazione, ma con solide basi elettorali.
Si è assicurato l’appoggio di Mohammed Fahim Qasim, ex ministro della Difesa, ex braccio destro del «Leone del Panjshir» Ahmed Shah Massud, capo dei tajiki del nord, gradito a Mosca.

Di Mohammed Karim Khalili, leader degli sciiti di etnia hazara, sostenuto da Teheran. E di Abdul Rashid Dostum, signore della guerra uzbeko esiliato in Turchia, da poco reinsediato nell’incarico di responsabile della sicurezza di Karzai: una mossa che ha fatto infuriare la Casa Bianca.
Furono i miliziani di Dostum, nel novembre 2001, a rinchiudere in container oltre 1.500 talebani arresisi a Kunduz, a lasciarli morire di sete e a seppellirli in una fossa comune nel deserto di Dasht-i-Leili, vicino a Sheberghan. Nel 2002 il generale Abad Khan, capo della sicurezza di Dostum, assicurava a Panorama che «solo 150 talebani sono sepolti nella fossa e tutti sono morti di malattia o per le ferite ricevute in combattimento». Ma gli abitanti del villaggio raccontavano che il viavai dei container era durato una settimana. E che gli americani, presenti nella zona, non potevano non sapere. Barack Obama ha ora ordinato un’inchiesta sull’eccidio, crimine che l’amministrazione Bush aveva nascosto al Congresso.
Paradossalmente, agli occhi di osservatori occidentali gli elementi di debolezza di Karzai sono proprio la capacità di mediazione, l’attitudine al dialogo e l’inclinazione al compromesso, tutte doti che gli hanno consentito di destreggiarsi nel labirinto etnico-politico dell’Afghanistan.
Nato nel 1957 a Karz, nel distretto di Kandahar, figlio del potente capo pashtun della tribù dei Popalzai, laureato in scienze politiche all’Università indiana di Simla, Karzai, tranne una breve esperienza come viceministro degli Esteri nel governo Rabbani (1992), ha vissuto quasi sempre a Quetta, in Pakistan.
Collaboratore della Cia durante la guerra contro i sovietici, consigliere dell’ex re Zahir Shah, è musulmano praticante: prega cinque volte al giorno e in teoria non beve alcolici, anche se ha creato clamore una recente immagine nella quale il presidente porta alle labbra un bicchiere di vino.
Karzai guardò con favore l’ascesa dei talebani, ai quali giurò vendetta dopo la morte del padre, ucciso nel 1999 dai sicari degli «studenti di religione». Quando la comunità internazionale lo catapultò al vertice dello stato, Karzai, privo di una milizia personale e titolare della poltrona meno invidiata al mondo, fu costretto a scendere a patti con signori della guerra e sicofanti di ogni sorta, senza mai riuscire a imporre saldamente la propria autorità oltre i confini della capitale Kabul.
Due fattori hanno contribuito al suo ulteriore indebolimento: la scelta di finanziare la ricostruzione attraverso le ong e le agenzie dell’Onu, aggirando il governo afghano, e il massiccio trasferimento di uomini e risorse dal teatro afghano a quello iracheno deciso da Bush alla fine del 2002.
Il bilancio di Karzai, sfuggito ad almeno quattro attentati, non è però del tutto negativo: il paese ha una nuova costituzione, il tasso di scolarizzazione è cresciuto, sono stati aperti 4 mila chilometri di strade e Kabul pullula di nuovi alberghi e centri commerciali. Ma gran parte dell’Afghanistan resta alla mercé degli insorti. Il 60 per cento delle abitazioni è privo di corrente elettrica e l’80 per cento è senz’acqua potabile. L’illegalità è diffusa, la disoccupazione aumenta, la corruzione infetta tutti gli ingranaggi della società. E il traffico di oppio e di eroina, un business da 4 miliardi di dollari all’anno, continua ad alimentare l’insicurezza e a rimpinguare le casse dei talebani che controllano i campi di papaveri.
Negli ultimi mesi la Casa Bianca ha preso le distanze da Karzai. Il presidente afghano non era presente il 20 gennaio alla cerimonia di insediamento di Obama, che ha cancellato la consuetudine delle videoconferenze bisettimanali con Kabul.
E Karzai non si è certo adoperato per dissipare lo scetticismo e la freddezza di Washington: in aprile solo le proteste americane ed europee lo hanno indotto a bocciare una legge «talebana» che obbligava le donne a sottostare ai voleri sessuali dei mariti. E ai primi di luglio ha amnistiato cinque trafficanti di eroina, tra i quali un parente del suo consigliere per la campagna elettorale.
Al dipartimento di Stato sono al vaglio anche due dossier scottanti. Il primo riguarda gli exploit imprenditoriali del fratello maggiore di Karzai, Mahmud, che da proprietario di alcuni modesti ristoranti negli Usa è diventato in pochi anni un tycoon con interessi ramificati nell’immobiliare, nell’unico cementificio afghano, nella principale banca del paese, in quattro miniere di carbone, ed è il concessionario esclusivo della Toyota.
Il secondo, più incandescente, è intestato ad Ahmad Wali Karzai, 48 anni, fratello minore del presidente e capo del consiglio provinciale di Kandahar. Sebbene non vi siano prove certe, il Dipartimento antidroga americano ha raccolto fin dal 2004 numerosi indizi del coinvolgimento di Ahmad Wali nel traffico di eroina.
La buona fede e l’integrità di Hamid Karzai, per ora, non sembrano essere in discussione. Ma la luna di miele tra l’Occidente e Kabul è ormai finita.
L’aeroporto e il porto di Maiorca, tra le più frequentate mete turistiche delle Baleari, sono chiusi fino a nuovo ordine. Centinaia di turisti barricati nelle loro stanze d’albergo. E la polizia che ha di fatto disseminato l’isola di posti di blocco lungo le principali arterie stradali. Continua
Il luglio del 2009 è stato il mese più sanguinoso in Afghanistan dall’ottobre 2001. Quest’anno sono morti 39 soldati statunitensi e 22 inglesi. Per il ministro degli esteri, David Miliband, è giunta l’ora, per isolare le fazioni più radicali, di aprire un dialogo con i “talebani moderati” e trovare così una via d’uscita politica a una guerra che, a otto anni dal lancio di Enduring Freedom, continua a dilaniare il Paese, a infiacchire il morale delle truppe della coalizione, a lasciare aperto qualsiasi scenario futuro. E lo scetticismo dell’opinione pubblica, anche europea, rispetto ai destini della guerra è lì a dimostrarlo: un sondaggio del quotidiano Independent ha rivelato per esempio che il 58 per cento degli inglesi, infatti, vede la guerra come una “causa persa”. 
La scelta di Miliband di lanciare un’offerta ai cosiddetti talebani moderati non è in contrasto con le decisioni del presidente Usa, Barack Obama: aumentare l’impegno militare fino a 68mila soldati entro l’anno e, contemporaneamente, addestrare truppe locali. Negli Stati Uniti il 54 per cento delle persone sono favorevoli alla missione in Afghanistan: il 36 per cento, invece, pensa che sia stato un errore fin dall’inizio. E la crisi economica fa lievitare i costi dell’impegno militare. Spiragli per l’apertura di colloqui sono stati aperti anche dai talebani. Fanno discutere le “Regole dell’emirato islamico di Afghanistan per i mujaheddin“: una sorta di codice etico voluto dal Mullah Omar che dovrebbe segnare una svolta nelle regole del conflitto, vietando di “attaccare o di recare danno a funzionari, soldati, guardie o lavoratori”. Ma, secondo gli analisti del Pentagono, bisogna essere cauti.
Newsweek è riuscito a contattare attraverso la posta elettronica il braccio destro del mullah Omar, il mullah Abdul Ghani Baradar. E gli ha chiesto se sarebbero disposti ad accettare la rottura dei legami con Al Qaeda come condizione per l’accordo di pace: Baradar ha risposto, sibillino, che “le nostre decisioni sono prese sulla base dei nostri interessi nazionali”. La prossima data decisiva è il 20 luglio, il giorno delle elezioni presidenziali. Amid Kharzai, l’attuale capo di Stato, è favorito per un secondo mandato. Ma 500 sezioni elettorali su 7mila sono a rischio per attacchi dei talebani.
Washington punta il dito contro i flussi di denaro che arrivano dall’area del Golfo: secondo Richard Holbrooke, inviato speciale Usa per Afghanistan e Pakistan, i talebani guadagnano dai 60 ai 100 milioni di dollari dalle piantagioni di oppio. Soltanto una frazione del tesoro che finanzia il conflitto. La maggior parte del denaro arriverebbe da facoltosi sostenitori in Medio Oriente.
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 28 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher, un libro testimonianza sulla stagione delle speranze di pace della
Rabin Generation Bruno, il nuovo film del comico demenzial-situazionista Sasha Baron Cohen è appena arrivato in Israele. E sta già creando problemi… nei Territori palestinesi. Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha da diverso tempo una bandiera Usa sulla scrivania. La guarda e pensa alla forza che sprigiona: quella di guardare al futuro, anche in modo discutibile. Ma guardare avanti. Come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
Si chiama David Scheiner, ha 70 anni, e professa a Chicago. Da 20 anni è il medico di Barack Obama. È stato uno dei personaggi che lo ha accompagnato nella corsa alla Casa Bianca. L’ultima volta che l’ha visto, qualche settimana fa, per una visita di routine, i due hanno scherzato come al solito. È il suo doctor personale. E lui, Scheiner, da medico, boccia la riforma sanitaria del presidente. Senza appello, o quasi.
L’incredibile scoop è stato fatto dall’Huffington Post, il blog liberal che ha deciso di non essere tenero con l’inquilino della Casa Bianca.

Scheiner è stato intervistato e (attenzione, da sinistra, attenzione!) ha esternato tutte le sue critiche nei confronti del progetto del presidente.
“Non credo che funzioni - ha detto il medico di Chicago - Non ho ancora capito quanto possa costare; non so so come possano controllare la spesa sanitaria nei prossimi anni. Alla fine credo che la riforma si rivelerà inefficace”.
Concetti chiari e implacabili, in linea con l’ultima rilevazione del New York Times/CBS News poll sul gradimento decrescente della riforma sanitaria presso l’opinione pubblica.
Scheiner (che ha voluto specificare di non voler dare giudizi politici) ha poi aggiunto che, secondo lui, la proposta di Obama va incontro a un fallimento. Lui, questo medico settantenne che vorrebbe un “approccio più progressista”, ha detto
che “il pragmatismo di Obama lo danneggerà in questa come in altre vicende”.
Perchè, secondo Scheiner, “il presidente non potrà fare altro che accettare un compromesso al ribasso“. Certo, ha aggiunto, capisco che si tratti di dire “meglio qualche cosa che niente”, ma - ha ribadito - questo atteggiamento porterà al fallimento della riforma sanitaria. Quella che una parte di americani avevano sognato; un nuovo welfare esteso a tutti coloro che, ora, non ne possono usufruire.

Le parole di Scheiner rispecchiano il pensiero dei settori più radicali dello schieramento progressista. I giochi però non li fanno loro, ma altri. In particolare, in questo momento, i congressmen democratici. Nonostante il progetto di Barack Obama abbia subito una
battuta d’arresto perchè verrà discusso solo a partire da settembre (e non prima di agosto, come aveva chiesto il presidente) qualche spiraglio di accordo si intravvede.
In particolare, al Senato, la Commissione Finanze avrebbe trovato un’intesa sulla copertura finanziaria della riforma: 900 miliardi di dollari in 10 anni per avere la copertura sanitaria per il 95% degli americani entro il 2015.
L’accordo non è stato ancora siglato, ma sembra che ci siano buone prospettive per arrivare a questo risultato. Anzi, secondo il presidente
della Commissione, il democratico Max Baucus, nel 2019, la riforma porterà i primi benefici per quanto riguarda la riduzione della spesa sanitaria.
La (parziale) intesa è giunta dopo che il potente capo dello staff della Casa Bianca, Rahm Emanuel, aveva incontrato la Speaker di Capitol Hill, Nancy Pelosi, e sei dei sette Blue Dogs, i democratici moderati, contrari alla riforma di Obama.
Superate le loro perplessità, in settembre, il cammino del progetto della Casa Bianca, potrebbe essere in discesa. Ma il condizionale è d’obbligo. I dubbi rimangono. Anche e soprattutto
nell’opinione pubblica. Dopo la conferenza stampa a reti unificate, Barack Obama ha ripreso il suo viaggio nell’America profonda to sell, per
“vendere come al supermarket” - come ha scritto un importante giornale - ” la sua riforma”. A Relaigh, nella Carolina del Nord, ha incontrato un gruppo di cittadini. Ha cercato di rassicurarli. Molti applausi, ma anche
molti dubbi.
Per Barack Obama, la riforma sanitaria, diventa sempre di più la pietra miliare della sua presidenza. E se avesse ragione il suo dottore personale? E se fallisse?
Credits: AP Photo/Rafiq Maqbool
le altre foto
28/07/2009 - Si torna a parlare molto di Afghanistan, in questi giorni.
Si parla delle polemiche politiche intorno alla partecipazione italiana alla missione; delle violenze contro i militari italiani e degli altri contingenti presenti; della campagna elettorale, in corso, che sta lentamente preparando il Paese alle elezioni presidenziali del prossimo 20 agosto.
Con questa galleria di immagini, Panorama.it vuole tornare a parlare della condizione delle donne in quel Paese.
A commentare le immagini, alcuni dati forniti dal rapporto Silence is violence. End the Abuse of Women in Afghanistan (Il silenzio è violenza. La fine dell’abuso sulle donne in Afghanistan), presentato a Kabul lo scorso 8 luglio dal’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Navi Pillay.
Michele Zurleni, giornalista, ha da diverso tempo una bandiera Usa sulla scrivania. La guarda e pensa alla forza che sprigiona: quella di guardare al futuro, anche in modo discutibile. Ma guardare avanti. Come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Ma Barack Obama è nato veramente il 4 agosto 1961 al Kapi’olani Medical Center di Honolulu, Hawaii, stella (stato) numero 50 degli Stati Uniti?
A otto mesi dall’insediamento alla Casa Bianca, la domanda, nonostante tutte le assicurazioni date dall’interessato, continua a girare sulla rete, sui blog e sui siti ultraconservatori, alimentando la teoria (della cospirazione) secondo la quale l’elezione di Obama dovrebbe essere annullata perchè lui non sarebbe nato negli Usa, ma altrove. E solo chi nasce sul suolo americano - o da cittadini statunitensi - può essere eleggibile alla più alta carica.
Il fuoco di fila di interventi sulla rete è stato così incessante, così diffuso e capillare che della questione, oltre ad averne dibattuto milioni di persone, ne hanno parlato anche i grandi network televisivi.
Qualche settimana fa ci sono state polemiche quando uno dei più famosi anchor della Cnn Lou Dobbs durante la sua trasmissione è sembrata dare credito ai dubbi sul luogo di nascita di Obama. I rumours si sono duplicati in vista del primo compleanno di Barack Hussein come presidente degli Usa. Tanto che un trasecolato Robert Gibbs, il portavoce della Casa Bianca, l’altro giorno ha dovuto rispondere a domande sul tema durante il quotidiano briefing con i giornalisti.
“Cosa può dire per far tacere una volta per tutte i Birthers (coloro che non credono che Obama sia nato negli Stati Uniti)?” gli ha chiesto un
cronista. E Gibbs, di solito compassato, è sbottato: “Ma perchè dobbiamo parlare di cose senza senso come questa?”
In realtà del tema ne ha discusso anche il Congresso. Due giorni fa, il repubblicano Michele Bachmann ha bloccato una risoluzione alla Camera dei rappresentanti in cui si proclamavano le Hawaii come luogo di nascita di Barack Obama.
La mozione era stata presentata per festeggiare il cinquantesimo anniversario dell’adesione dell’arcipelago agli Stati Uniti, ma nel testo, tra i motivi di gloria di quello stato, si indicava anche “l’aver dato i natali al 44°presidente”. Bachmann si è opposto e la mozione è stata approvata solo verbalmente.
I democratici sperano di ratificarla entro breve. Tanta attenzione alla questione è comprensibile.
Il sogno dei gruppi conservatori è che intervenga la Corte Suprema, chieda a Barack Obama di produrre il suo certificato di nascita orginale e, nella impossibilità di farlo, venga destituito.
Per arrivare a questo obiettivo una ventina di semplici cittadini o associazioni vicine al Partito Repubblicano hanno intentato cause legali contro Obama presso i tribunali di contea o statali. Molti di queste denunce sono state archiviate. Altre no. Famoso è il caso del riservista che si era rifiutato di partire per l’Afghanistan perchè, secondo lui, l’ordine del comandante in capo (Obama) non era valido in quanto ineleggibile.
Il soldato ha fatto causa, ma l’ha persa. I rumours, la teoria della cospirazione nasce dal fatto che Obama ha prodotto solo una copia del certificato di nascita e non l’originale.
Su di un pezzo di carta si alimenta il sogno (ma anche l’incubo) di coloro che vedono in Obama un personaggio troppo lontano, troppo alieno, troppo diverso dalla loro visione dell’America, dei suoi valori e della sua missione, per pensare di esser nati - loro e Barack Hussein - sulla stessa terra, sotto la stessa bandiera.
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