In occasione della prima visita di Stato in Italia da parte di un leader cinese, Giorgio Napolitano ricorda al collega di Pechino che “lo sviluppo e il progresso economico e sociale che si stanno realizzando in Cina pongono nuove esigenze in materia di diritti umani”. Hu Jintao risponde diplomaticamente che l’amicizia tra Italia e Cina “è radicata nella tradizione” e si fonda su uguaglianza, mutuo rispetto e fiducia reciproca. Il leader cinese ribadisce quindi di non essere disposto ad accettare interferenze nella politica interna del suo Paese. E lo fa in un momento in cui la comunità internazionale vorrebbe ricevere spiegazioni sul perché domenica pomeriggio nel corso di una manifestazione cui hanno partecipato circa 3.000 persone la polizia ha aperto il fuoco trasformando la marcia silenziosa in una guerriglia in cui hanno perso la vita 140 persone e più di 800 sono rimaste ferite.
Tutto questo è successo a Urumqi, la città principale dello Xinjiang cinese, la regione occidentale a maggioranza musulmana che Pechino da sempre fatica ad assimilare.
La stampa occidentale sostiene che la manifestazione sia nata come protesta contro l’uccisione di due operai uighuri a Shauguan, nel sud della Cina, alla fine del mese scorso. Secondo la stampa di Hong Kong a Shanguan alcuni operai cinesi (di etnia Han) armati di sbarre di ferro hanno attaccato il dormitorio dei colleghi uighuri accusandoli di molestie e piccole azioni criminali. Per proteggersi gli operai dello Xinjiang hanno utilizzato coltelli con cui hanno ferito diverse persone.
La stampa cinese, nel riportare la notizia di “dimostranti violenti che senza motivo hanno attaccato i passanti, dato alle fiamme alcuni veicoli e bloccato il traffico” assolve la polizia locale -che sarebbe intervenuta solo per tutelare i civili- e accusa il Congresso Mondiale degli Uighuri guidato dalla dissidente Rebiya Kadeer di essere la mente di queste ”violenze premeditate, istigate e dirette dall’estero e messe in atto dai fuorilegge residenti nella Repubblica popolare”. A detta dei cinesi, non si contano gli appelli lanciati tramite la rete ai rivoltosi per spingerli ad essere “più coraggiosi” e ad “organizzare qualcosa di grosso”, sabotando la pace e la stabilità che lo Xinjiang ha finalmente raggiunto sessant’anni dopo la sua “liberazione pacifica”.
I rappresentanti politici dello Xinjiang fanno finta di non sapere che la manifestazione di domenica sia stata organizzata anche per protestare contro la distruzione di Kashgar, che fino a pochi mesi fa rappresentava l’unica città autenticamente musulmana della regione, la sua ricostruzione fatta a immagine e somiglianza degli altri centri urbani cinesi e contro l’obbligo da poco imposto agli uighuri di “tagliarsi barba e capelli per essere più simili ai cinesi Han”.
Al contrario, la polizia ha fatto sapere oggi che chi non contribuirà al mantenimento dell’ordine sociale verrà arrestato e messo in prigione: nello Xinjiang, l’armonia di cui si fa promotore Hu Jintao è ancora molto lontana.
xinjiang2
- Lunedì 6 Luglio 2009

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Commenti
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Il 6 Luglio 2009 alle 18:07 Xinjiang, la rete rompe la censura: “Il peggior massacro da Tienanmen” » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Centoquaranta morti, più di ottocento feriti, sono le cifre ufficiali dell’agenzia Xinhua. La rivolta degli Uiguri a Urumqi, nella provincia cinese di Xinjang, per dimensioni è una delle più gravi verificatesi negli ultimi anni in Cina. Il massacro è il peggiore dai tempi di Tienanmen. Ma a differenza di quanto accadde nel marzo 2008 in Tibet, con la rivolta anticinese a Lhasa e la successiva repressione, il flusso di testimonianze via internet è relativamente scarso. Colpa di un minore “glamour” della zona, ma anche della censura di regime, che ha affinato le tecniche di controllo verso l’esterno. Ciononostante, tra le maglie della rete sono passati video che mostrano i violenti scontri di domenica. E anche quelli che sono stati all’origine, a quanto pare, della rivolta: il 26 giugno scorso in una fabbrica di Guangdong, dove Uiguri e Han sono venuti alle mani per un’accusa di stupro. [...]
Il 8 Luglio 2009 alle 17:45 Controllo 2.0: censura moderna per lo Xinjiang in rivolta » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Meglio allora passare alla fase del controllo 2.0: informazione parzialmente libera, almeno rispetto al passato, ma rispettando le esigenze del partito e del regime. Ed ecco che, per evitare che i cinesi cerchino sui siti stranieri gli aggiornamenti sulla guerriglia indipendentista nello Xinjiang, domenica notte il governo ha bloccato prima l’accesso alla rete e poi offerto in alternativa un resoconto dettagliatissimo degli scontri: 156 morti, oltre 1000 feriti, 261 veicoli incendiati e 1400 arresti. Peccato che dimentichi, Pechino, di aggiungere che 3000 cinesi di etnia han si sono addentrati ieri nei quartieri abitati dagli uighuri, la minoranza musulmana che abita quest’area al confine occidentale, “per vendicare gli attacchi di domenica”, costringendo così la polizia di stato a intervenire con gas lacrimogeni per riportare l’ordine. [...]
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