Xinjiang, la Rete rompe la censura: “Il peggior massacro da Tienanmen”


Visualizza Cina, repressione nello Xinjiang in una mappa di dimensioni maggiori

Centoquaranta morti, più di ottocento feriti, sono le cifre ufficiali dell’agenzia Xinhua. La rivolta degli Uiguri a Urumqi, nella provincia cinese di Xinjang, per dimensioni è una delle più gravi verificatesi negli ultimi anni in Cina. Il massacro è il peggiore dai tempi di Tienanmen. Ma a differenza di quanto accadde nel marzo 2008 in Tibet, con la rivolta anticinese a Lhasa e la successiva repressione, il flusso di testimonianze via internet è relativamente scarso. Colpa di un minore “glamour” della zona, ma anche della censura di regime, che ha affinato le tecniche di controllo verso l’esterno. Ciononostante, tra le maglie della rete sono passati video che mostrano i violenti scontri di domenica. E anche quelli che sono stati all’origine, a quanto pare, della rivolta: il 26 giugno scorso in una fabbrica di Guangdong, dove Uiguri e Han sono venuti alle mani per un’accusa di stupro.

Un modo per ottenere informazioni diverse da quelle delle agenzie ufficiali cinesi è controllare sul sito di “Global voices” dove anche in inglese vengono tradotti messaggi provenienti dalla regione dello Xinjang. Un articolo della corrispondente dalla Cina Oiwan Lam racconta la storia all’origine dello scontro e il suo scoppio a Urumqi, capitale dello Xinjiang, città dove gli Uiguri sono una minoranza per la politica demografica del partito comunista che ha dislocato nella zona molte famiglie di etnia Han, la stessa tattica applicata a Lhasa.
Il blogger cinese Drunken Pig, citato nell’articolo, punta il dito contro “i privilegi degli Uiguri” nelle altre regioni della Cina: “sono un gruppo sociale privilegiato ma nella loro terra vengono privati della libertà religiosa”. Un’altra versione viene invece sostenuta da Uighur Online: “Per i cinesi (Han) gli Uiguri sono allo strato più basso della società e i loro bambini sono trattati come ladri, altro che privilegiati”. Il flusso più consistente di immagini e video è quello del sito EastSouthWestNorth.


I resoconti “di prima mano” su quanto sta accadendo nello Xinjiang sono comunque pochi: Twitter è bloccato in Cina e i social network più utilizzati (vedi la mappa globale) sono sotto il controllo della censura. Anche così, comunque, qualche informazione riesce a rendersi visibile: come si vede dai link segnalati dal blogger italiano Chen ying: alcuni utenti su twitter raccontano che la connessione alla rete era bloccata a Urumqi questa mattina e che i tagli all’elettricità sono frequenti. Mentre un altro twitterer sostiene che ci sia il coprifuoco e guardie armate davanti agli hotel. Tutte informazioni da verificare, quello che è certo invece è il blocco del sito da parte delle autorità: basta guardare il grafico pubblicato da herdict.org.

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xinjiang2

Commenti

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Il 13 Luglio 2009 alle 12:14 shift ha scritto:

Non credo che sia possibile comparare quanto avviene tra musulmani cinesi di etnia uiguri con altre situazioni cinesi come Tienammen o il Tibet.

Negli ultimi due casi i comunisti cinesi hanno tutti i torti, ma non nel caso attuale.

Gli uiguri sono musulmani e come tutti i musulmani sono abituati a contrastare gli altri nel tentativo di far prevalere la loro “fede” intransigente e fanatica.

Basterebbe pensare a tutti i focolai creati dai musulmani in diverse parti del mondo e con diverse culture e popoli, per rendersene conto facilmente.

E’ evidente che si differenziano dalla normale comunità cinese e che il loro fanatismo rischi di diffondersi in un prossimo futuro, così come stanno facendo attualmente i musulmani in varie parti del mondo.

Il fatto è che invece di scontrarsi con le morbide democrazie occidentali che pedissequamente gli danno spazio e opportunità, in Cina si trovano a dover affrontare un altro fanatismo, seppur smussato negli ultimi decenni, il comunismo.

E’ ovvio che il comunismo non ammetta un fanatismo diverso dal suo, tanto meno quando tenta di rivoltarsi contro la comunità nazionale ed etnica cinese, oltre che le antiche tradizioni rimaste in Cina nonostante il comunismo stesso.

Questa storia non è quindi altro che l’ennesimo tentativo musulmano, come in altre parti del mondo e con altri popoli, d’affermarsi con le buone o con le cattive.

Di conseguenza non mi sento in questo caso di condannare le reazioni cinesi contro i musulmani locali, come per il Tibet o Tienammen, ma addirittura di condividerle, non tanto per il partito comunista cinese, ma a favore del popolo cinese, la vera vittima.

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