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Sembra che la Repubblica popolare cinese abbia scelto, per la rivolta nello Xinjiang, la linea della trasparenza. O meglio: dell’allentamento della censura. Lo dimostrerebbero l’accuratezza dei resoconti pubblicati dalla stampa nazionale e l’autorizzazione concessa ai giornalisti stranieri di recarsi a Urumqi, la capitale di questa regione, per seguire in prima persona (ma scortati dalla polizia) le evoluzioni degli scontri. Sembra. Appunto. Perché la Cina non è in realtà né più trasparente né più aperta. È solo solo più moderna, anche anche quando deve censurare, perché ha capito che, nell’era dei social network, il silenzio è più controproducente dell’informazione pilotata e controllata.
Meglio allora passare alla fase del controllo 2.0: informazione parzialmente libera, almeno rispetto al passato, ma rispettando le esigenze del partito e del regime. Ed ecco che, per evitare che i cinesi cerchino sui siti stranieri gli aggiornamenti sulla guerriglia indipendentista nello Xinjiang, domenica notte il governo ha bloccato prima l’accesso alla rete e poi offerto in alternativa un resoconto dettagliatissimo degli scontri: 156 morti, oltre 1000 feriti, 261 veicoli incendiati e 1400 arresti. Peccato che dimentichi, Pechino, di aggiungere che 3000 cinesi di etnia han si sono addentrati ieri nei quartieri abitati dagli uighuri, la minoranza musulmana che abita quest’area al confine occidentale, “per vendicare gli attacchi di domenica”, costringendo così la polizia di stato a intervenire con gas lacrimogeni per riportare l’ordine.
Ancora: la stampa nazionale cinese non racconta che parallelamente al rientro anticipato di Hu Jintao dall’Italia per “gestire la crisi da vicino”, nello Xinjiang sono stati trasferiti migliaia di militari. Preferisce cospargere valium informativo, riferendo con toni generici e rassicuranti che il governo sta cercando di “stabilizzare la situazione per far in modo che han e highuri ricomincino a vivere come fratelli”.
Di fatto gli attivisti dei diritti umani cinesi hanno già trovato un modo per scavalcare anche il “controllo 2.0″: sposteranno i loro blog fuori dagli aggregatori convenzionali per trasformarli in siti autonomi trasferibili su nuovi server quando cala la mannaia della censura tecnologica. Continueranno a lottare, insomma, per far capire ai loro connazionali cosa significa vivere sotto un regime autoritario che annacqua e reprime i diritti delle minoranze. Continueranno a farlo anche per consentire che, almeno potenzialmente, in Cina la verità continui ad essere disponibile. Per chi ha un accesso a Internet e, naturalmente, vorrà cercarla.
Xinjiang » Il video della rivolta
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Twitter » Il racconto di MalcomMoore
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- Mercoledì 8 Luglio 2009
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Il 9 Luglio 2009 alle 18:10 Xinjiang, parla Alim Seytoff. Per primo ha denunciato la repressione. E ora dice: è genocidio » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] LEGGI ANCHE: Controllo 2.0: censura moderna per lo Xinjiang in rivolta [...]
Il 13 Luglio 2009 alle 12:10 Il G8 dalla A alla Z: glossario di un “vertice riuscito”. Berlusconi esulta » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] A come Aquila. B come Berlusconi. C come Carla Bruni. D come Documenti. [...]
Il 31 Marzo 2010 alle 15:54 Twitter, dove stiamo andando? - Hitech e Scienza - Panorama.it ha scritto:
[...] pericoloso in quanto strumento “troppo democratico”: si pensi agli esempi della Cina e [...]
Il 22 Giugno 2010 alle 21:29 Twitter, dove stiamo andando? ha scritto:
[...] pericoloso in quanto strumento “troppo democratico”: si pensi agli esempi della Cina e [...]
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