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Obama il pacifista? I bilanci della Difesa Usa raccontano un’altra storia

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  • Tags: Afghanistan, Barack Obama, Difesa, Iran, iraq, Militari
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Obama, l'arte del dialogo

LEGGI ANCHE: Sulla battaglia di Helmand Obama si gioca tutto

È dalla guerra del Vietnam che non accade  di vedere così tanti marines scendere in campo per un’azione militare: per vincere la battaglia contro il terrorismo islamico in Afghanistan e Pakistan Obama  dispiega un numero di forze - 68mila entro la fine dell’anno, il doppio rispetto al 2008 - che nemmeno il suo predecessore, il bellicista Bush, aveva osato schierare. Puntando anche sull’addestramento delle truppe afghane: ora sono 65mila, il piano del presidente vuole arrivare, con la collaborazione di Kabul, a 134mila (a questo scopo sono appena atterrati in Afghanistan 4mila istruttori militari dagli Stati Uniti).  Il risultato è che il costo economico della guerra lieviterà a dismisura: i due miliardi spesi ogni mese in quest’area aumenteranno, secondo la stampa Usa, del 60 per cento grazie al piano Obama.

Certo, la strategia del presidente Usa, che ha messo in discussione l’ideologia sottostante alla war on terror dell’Amministrazione repubblicana, è tutta diversa nello stile  rispetto ai quattro anni del duo Cheney-Bush. Il dialogo con l’Iran, dopo le tensioni delle proteste di piazza a Teheran, è ripreso. I rapporti con il Pakistan sono intensi. Ma è prematuro dire se siano stati fatti passi avanti verso la pace. Perché a leggere i bilanci governativi per la Difesa americana sembra che le cose non sia così semplici. Anzi: oggi, come ai tempi di Bush,  sono sempre le società della sicurezza privata le più beneficiate del  fiume di denaro che proviene dal Dipartimento di Stato.

Un fiume di denaro e finanziamenti che non accennano a diminuire: secondo il Pentagono i contractors della sicurezza privata impegnati in Afghanistan sono aumentati del 29 per cento negli ultimi mesi. E ad accaparrarsi il boccone più ghiotto della torta, un quarto del denaro versato dalla Casa Bianca ai contractors,  sono un pugno di multinazionali: tre specializzate nel settore dell’aviazione (Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman), una in ingegneria navale (General Dynamics) e una in sistemi elettronici per la difesa (Raytheon). I dati arrivano dal sito Usaspending.gov, una banca dati  online da pochi giorni, che segna un indubbio passo in avanti nella battagia della trasparenza dopo gli scandali finanziari degli ultimi anni inauguarata da Obama. Che mostra in dettaglio persino i prestiti per le istituzioni locali (ospedali, banche, piccole e medie imprese) con puntuali informazioni sul luogo di produzione, sul tipo di contratto e sulla caratteristiche della ditta privata specializzata nella sicurezza.

Nelle pieghe della banca dati si scopre, però, anche che le commesse più sostanziose alle prime tre aziende sono state affidate non ora, ma durante l’interregno tra  Bush e Obama, cioè all’indomani delle elezioni e prima del giuramento alla Casa Bianca. Valore complessivo di cinque contratti firmati tra novembre e dicembre? Cinque miliardi di dollari. E tanti altri sono stati sottoscritti negli ultimi sette mesi. Obama insomma, che come John F. Kennedy incarna il sogno americano e l’ideologia della frontiera, rischia di seguire il suo leggendario predecessore anche nello crescita dell’impegno militare. A ben vedere non è una novità assoluta: all’inizio degli anni Sessanta non fu un repubblicano, ma il democratico Kennedy a intensificare prima l’attenzione sul Vietnam e poi a decidere un attacco a Cuba (la cosiddetta operazione della “Baia dei porci”)  che si è rivelato come uno dei più micidiali flop della storia militare della guerra fredda.

  • luca.delloiacovo
  • Mercoledì 8 Luglio 2009
Controllo 2.0: censura moderna per lo Xinjiang in rivolta »
« Blog iracheni tra sarcasmo e speranza: “Il ritiro dei marines? Solo propaganda”

Commenti

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Il 9 Luglio 2009 alle 20:08 jane55 ha scritto:

Considerando la miseria notevolmente diffusa negli States anche prima della crisi, la gran quantita’ di senzatetto statunitensi.Considerando la crisi economica, la disoccupazione e il dramma della gente che se non ha da pagare non puo’ permettersi il lusso di ammalarsi,vedi sistema sanitario americano, mi chiedo:ma tutti questi soldi non potevano avere una destinazione migliore,perche’ va bene la lotta al terrorismo e la sicurezza del mondo, ma si deve fare il possibile anche e soprattutto per il benessere sociale della gente,e mi sembra che se le premesse erano ottime i primissimi risultati lascino un pochino a desiderare.Comunque stiamo a vedere e speriamo nel futuro anche se chi di speranza vive…..

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