Obama il buono, il colto, l’uomo del dialogo, il presidente che ha il compito di fare dimenticare – agli americani e al mondo - il cattivo, muscolare e ignorante Bush jr. La speranza è che non deluda le attese, anche quelle del marketing, soprattutto quelle dell’America Latina, continente che ho scelto come mia casa e di cui, sia detto per inciso, agli Stati Uniti, da quando è finita la Guerra Fredda “non gliene potrebbe fregare de meno”.
Per Obama oggi, come per Bush jr ieri, prima di Venezuela, Brasile & co. viene l’Afghanistan (e di riflesso il Pakistan), il Medio Oriente (Israele, Palestina e l’Iran) e l’Asia. Forse persino l’Africa (in funzione soprattutto economica e anticinese) viene prima del Sud America negli interessi della nuova Casa Bianca che continuando la stessa politica di Bush qui ha delegato al Brasile il compito di stabilizzare la regione.
Messico e Cuba, però, sono “busillis” differenti.
Il primo è troppo vicino agli Stati Uniti per potere essere ignorato, soprattutto oggi che la guerra tra il presidente Calderòn e i narcos è arrivata al dunque e la violenza dei cartelli della droga ha avvolto con i suoi tentacoli il cuore degli States, entrando in oltre 120 città secondo l’ultimo rapporto del FBI. E non a caso l’intelligence Usa ha messo i cartelli messicani al secondo posto di pericolosità per la National Security, dopo Al Qaeda.
Per Cuba poi - lo avevano detto i consiglieri per l’America Latina di Obama in piena campagna elettorale – “qualcosa faremo” e in effetti parecchio è stato fatto. “Parlerò con tutti” aveva detto Obama prima di insediarsi alla Casa Bianca e non è escluso che prima o poi il presidente statunitense si incontri con Raul Castro. Le voci in tal senso sono aumentate negli ultimi giorni e qualche mese fa l’autorevole sito progressista Usa The Nation ha ospitato un’intervista al fratello di Fidel, attuale conducator della rivoluzione dei barbudos, fatta da Sean Penn cui il Castro bis si rivolgeva ad Obama in questi termini: “Incontriamoci al più presto in un territorio neutro”.
E Barack “il cubano”, in effetti, nelle ultime ore ha lanciato segnali assai distensivi verso il regime dei Castro. Dal primo agosto, ad esempio, Washington ha prorogato per sei mesi una parte consistente della Helms-Burton, la legge bipartisan che prende il nome dal deputato repubblicano Jesse Helms e da quello democratico Dan Burton, approvata dal Congresso statunitense nel 1996 per rafforzare l’embargo verso Cuba. La decisione di sospendere la parte della Helms-Burton che imponeva sanzioni contro quelle aziende Usa che investivano a Cuba e la “protezione delle proprietà di cittadini statunitensi espropriate” dopo la rivoluzione dei barbudos nel 1959 si è resa necessaria, sono le parole di Obama, “per proteggere gli interessi nazionali degli Stati Uniti e favorirà nella perla dei Caraibi una transizione verso la democrazia più rapida”.
Questa non è che la punta di un iceberg. L’annuncio della sospensione di parte significativa della Helms-Burton, infatti, è arrivato poche ore dopo la conclusione del primo summit cubano-statunitense sulle questioni migratorie, dopo lo stop negoziale imposto sul tema da Bush jr nel 2003. Un summit “fruttuoso” come è stato definito da entrambe le parti in questione, ennesimo segnale che tra Washington e L’Avana si potrebbe davvero essere ad una svolta nei rapporti, tanto più che entrambi sembrano essere interessati a muoversi in questa direzione. Nonostante l’embargo contro Cuba, infatti, gli Stati del sud che si affacciano sull’isola lo scavalcano tranquillamente come dimostrano i dati delle importazioni dell’Avana nel settore agroalimentare, il 30% delle quali arriva proprio dagli Usa. Grano dall’Iowa, bestiame dalla Florida, riso dal Texas, mele dallo stato di Washington. E la lista delle derrate alimentari statunitensi acquistate in contanti da Cuba è ancora molto lunga…
Inoltre, in questo periodo di crisi economica, crescono ogni giorno le pressioni da parte degli agricoltori statunitensi affinché il commercio da e verso Cuba venga liberalizzato. Dal canto suo negli ultimi sei mesi Raúl Castro ha detto più volte che vorrebbe “normalizzare i commerci con gli Stati Uniti”, addirittura offrendo anche “alle petroliere Usa di partecipare alle trivellazioni nelle acque territoriali cubane”.
Due domande per i miei lettori: ce la farà Obama il “dialogante” a ricucire con Cuba? Terranno i delicati equilibri del regime dei fratelli Castro – tra l’altro alle prese con una serie di purghe interne – in caso di un’apertura al new deal obamiano?

- Lunedì 20 Luglio 2009
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Commenti
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Il 20 Luglio 2009 alle 21:36 paolo.manzo ha scritto:
Caro Enrico, W la pace … ;)
Il mio email è pmanzo70@gmail.com
Ciao e parliamo là
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