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Stati Uniti: così vuole rivoluzionare la guerra Obama

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  • Tags: Barack Obama, robert-gates, Stati Uniti
  • 2 commenti

Obama e marines

Di Mario Sechi

La riforma della sanità ha subito un rinvio, la situazione finanziaria ed economica è sempre difficile, Barack Obama è sceso per la prima volta al di sotto del 50 per cento nei sondaggi, fra i repubblicani c’è chi vede un riscatto già nelle elezioni di mid-term, ma… c’è il commander-in-chief che non ti aspetti.

Perché il taglio del bilancio della difesa e il varo di una nuova dottrina della guerra procedono come un treno. Il Pentagono deve dimagrire, subito. I problemi del bilancio non concedono tempo a Obama, che ha l’obiettivo di fissare la spesa annua militare tra il 4 e il 5 per cento del pil.

obama_medevedev

Il problema è che gli Stati Uniti sono impegnati su due teatri di guerra (Iraq e soprattutto Afghanistan) e devono mantenere la loro supremazia. Se guardiamo i dati del 2008 sulle spese in armamenti pubblicati dal Sipri di Stoccolma, gli Stati Uniti sono saldamente in testa alla classifica del budget: 607 miliardi di dollari, pari al 41,5 per cento della torta mondiale. Lontanissima, al secondo posto c’è la Cina, con una stima di 84,9 miliardi di dollari, il 5,8 per cento del totale. Distanze siderali. Ma il rischio, che la Casa Bianca non ignora, è che l’arsenale diventi obsoleto nel giro di pochi anni e la supremazia in termini di spesa si riduca in misura esponenziale, se non resta al top della tecnologia e della ricerca. Che fare? L’orchestra cambia spartito, inserisce qualche nuovo elemento, ma si arrangia con gli strumenti che ha.

Così, mentre i soldati americani sono impegnati in Afghanistan nella prima grande operazione militare della presidenza Obama, i critici puntano il dito su Robert Gates
, ex direttore della Cia, già segretario della Difesa. Globetrotter della politica autodefinitosi come una sorta di Forrest Gump, l’uomo che il 28 luglio ha compiuto una visita lampo in Iraq è passato dall’amministrazione Bush a quella di Obama: nessuna soluzione di continuità per il primo presidente nero della storia americana, che con tale scelta ha voluto seguire le orme di un illustre predecessore, quel John Fitzgerald Kennedy, democratico, che scelse il repubblicano Robert McNamara per guidare il Pentagono.

obama_dresda

Gates è un formidabile esecutore delle politiche di Obama. Non un semplice uomo macchina, ma la mente delle mosse che stanno rivoluzionando il Pentagono. Gates rappresenta la continuità con la strategia del secondo mandato di Bush jr. Così il generale David H. Petraeus, inventore del «surge» in Iraq, è diventato il responsabile del Centcom, il comando che controlla le operazioni militari in Medio Oriente.
La revisione del bilancio si è accompagnata a un ripensamento generale della strategia militare: meno investimenti su progetti hi-tech di dubbia efficacia, più attenzione alla guerra di fanteria (che da Iraq e Afghanistan ha tratto lezioni importanti) e all’assistenza dei soldati e delle loro famiglie durante e dopo i conflitti. È l’ennesima rivoluzione negli affari militari? Forse no, ma che il Pentagono in fatto di forniture sia ancora in piena guerra fredda è provato da molti ciclopici (e spesso fantasiosi) programmi di spesa e ricerca.
È anche certo che fra i repubblicani la svolta di Gates non piace.
La Heritage Foundation, centro studi repubblicano, ha addirittura lanciato il mese per la «protezione dell’America», sottolineando proprio i tagli al bilancio della difesa.

Le forbici del duo Obama-Gates non convincono il presidente della Heritage, Edward Feulner, che ha rispolverato un vecchio detto dei tempi della presidenza di John Adams: «Milioni per la difesa, non un centesimo per le tasse». Secondo i repubblicani, Obama ha scelto invece la via del fisco. Soluzione proposta dall’ex senatore James Talent, specialista in affari militari della Heritage: «Occorre un budget della difesa non inferiore al 4 per cento del pil, se gli Stati Uniti vogliono mantenere la loro superiorità militare».

Nel campo opposto, oltre ai pensatoi vicini ai democratici, è da leggere con attenzione Slate, rivista del gruppo Washington post, e soprattutto la rubrica «War Stories» dove Fred Kaplan (al Boston Globe vinse il premio Pulitzer per un’inchiesta sulla corsa al nucleare tra Stati Uniti e Russia) applaude Gates a scena aperta e dice che il voto contro il rinnovo del programma per costruire il caccia F-22 «è l’inizio di una nuova fase nella politica della difesa, un ridimensionamento dell’influenza che i contractor hanno sulla politica e sul budget» del Pentagono.
Mentre si discute Gates va avanti come un rullo compressore (vedere schede qui sopra). Oltre ad avere tagliato il programma per l’aereo da caccia F-22, preferendo il più collaudato caccia multiruolo F-35, ha pigiato il tasto reset sulla costruzione del supercacciatorpediniere Ddg-1000 Zumwalt (nave da guerra avveniristica, ma secondo alcuni esperti vulnerabile); ha archiviato il progetto del soldato del futuro (una cosa buona al massimo per una pellicola in stile Starship Troopers).
blitz per un hamburger

Ciliegina sulla torta, il nuovo trattato di disarmo nucleare siglato a Mosca dal presidente Obama e dal presidente russo Dmitri Medvedev, un’ulteriore revisione della dottrina della deterrenza. Non piace né ai nixoniani né ai neoconservatori, né agli esperti di giochi nucleari. Questi ultimi, tra cui il Lexington institute, temono che un taglio troppo netto possa fare crescere l’appetito dei paesi che fanno già parte del club nucleare o che la bomba la cercano e vogliono moltiplicarla.

Dai tagli non si salva nessuno: aviazione e marina, settori dove gli investimenti in tecnologia sono enormi, sono a dieta forzata. Le difficoltà nel ricambio della fanteria in Iraq e Afghanistan e la situazione critica della Guardia nazionale hanno convinto il trio
Obama-Gates-Petraeus
a puntare sulla quantità e qualità delle truppe di terra, sul loro addestramento e sulla logistica. La ricerca in campo militare ne esce ridimensionata? Forse, ma Gates non è un pacifista travestito da segretario della Difesa e Obama non vuole mettere i fiori nei cannoni.

La visione della guerra al Pentagono è cambiata, ma sempre di conflitto si tratta. Sono cambiati i toni e le risorse si stanno spostando su altri settori. L’Air Force avrà l’opportunità di sviluppare un piano massiccio di investimenti sugli aerei senza pilota (i Predator e i Reaper 9), una delle armi su cui la Casa Bianca punta per assestare colpi decisivi alle cellule terroristiche in Medio Oriente.

Il piano per lo sviluppo degli aerei senza pilota, in gergo Uav (unmanned aerial vehicle), è una lettura affascinante. Parte dal 2009, arriva al 2047 e prevede lo sviluppo di una flotta costituita da centinaia di velivoli. Prima saranno guidati da uomini a terra, ma in futuro alla cloche (anzi, al joystick) ci sarà un computer. Il risparmio economico sui costi dei piloti e la prospettiva mitica dello «zero perdite» (è dai tempi della guerra del Golfo nel 1991 condotta magistralmente dal generale Norman Schwarzkopf che se ne parla) favoriscono questa scelta strategica.

Questa è la guerra che più o meno si vede, però ce n’è un’altra: invisibile, fatta di operazioni coperte (e, a detta di non pochi, i fondi riservati sarebbero addirittura aumentati), affidata alla comunità dell’intelligence di cui la Cia è lo specialista. Un po’ logorato a dire il vero dai continui scandali sugli interrogatori e dalla battaglia di fine mandato tra il vicepresidente Dick Cheney e il presidente George W. Bush. C’è chi parla di una vera e propria «caccia alle streghe» non solo sul personale Cia, ma anche sui consiglieri della Casa Bianca che hanno gestito la fase post 11 settembre. Ecco, alla fine del tutto, si torna alla data chiave da cui non solo ha origine la guerra di Bush, ma anche quella di Obama.

  • redazione
  • Venerdì 31 Luglio 2009

Vedi anche:

  • Stati Uniti:un generale alla Casa Bianca. David Petraeus scende in campo?
Se l’omofobia arriva fino a Tel Aviv »
« Karzai, abbiamo sbagliato uomo?

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