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Archivio di Agosto, 2009

Gheddafi ci riprova: il Darfur adesso è “colpa di Israele”

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  • Tags: africa, darfur, Generazione Tel Aviv, Gerusalemme, Israele, Libia, Muammar Gheddafi, tel-aviv
  • Un commento
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 28 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto Karma Kosher, un libro testimonianza sulla stagione delle speranze di pace della Rabin Generation

Ci risiamo: è tutta colpa di Israele. Il leader libico Muammar Gheddafi ha accusato Israele di “alimentare le crisi in Darfur, Sud Sudan, Ciad, per sfruttare le ricchezze di quelle aree”. Continua

  • annamomigliano
  • Lunedì 31 Agosto 2009

Il nuovo Giappone? Più vicino a Pechino, più lontano da Washington

OkNotizie

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  • Tags: Giappone, orientexpress
  • 4 commenti
Claudia Astarita, 29 anni, lavora da tre anni come ricercatrice presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Quello dei democratici di Yukio Hatoyama è  un successo senza precedenti.

Le elezioni del 30 agosto hanno tutti gli elementi per passare alla storia per la svolta data al paese. Dopo aver accettato 54 anni di dominio liberaldemocratico, gli elettori del Sol Levante hanno deciso di dare una chance a chi, pur senza esperienza, ha promesso di far uscire la nazione da una delle crisi economiche e sociali più profonde della storia giapponese.

I democratici si sono aggiudicati la maggioranza assoluta alla Camera Bassa, dove controllano ora 308 seggi su 480. Ai liberaldemocratici ne sono rimasti solo 119, circa un terzo rispetto a quelli di cui disponevano prima delle elezioni. Le rimanenti poltrone se le sono aggiudicate esponenti di partiti minori, ma anche con il loro sostegno -molto difficile da ottenere visto che si tratta per lo più di forze di sinistra- la nuova leadership liberaldemocratica, tutta da ridefinire dopo le dimissioni del premier uscente Taro Aso, riuscirà a fare ben poco per far sentire la sua voce.

Cosa potrebbe cambiare con Hatoyama alla guida del Giappone? Se il Presidente Barack Obama “attende di lavorare con il nuovo primo ministro su una vasta gamma di questioni globali, regionali e bilaterali”, il neo-eletto premier democratico aveva già annunciato in campagna elettorale la volontà di consolidare l’alleanza strategica con gli Stati Uniti “su basi più egualitarie” e di rinegoziare gli accordi che regolamentano la presenza militare americana sul suolo nipponico.

A conferma della volontà di muoversi in maniera più indipendente da Washington, Tokyo ha anche ipotizzato la sospensione della missione antiterrorismo della Marina nazionale nell’Oceano Indiano. Infine, per uscire dall’isolamento regionale Hatoyama ha intenzione di promuovere una politica di distensione con i vicini asiatici, a partire da Cina e Corea del Sud, vale a dire i paesi che, a sentire il leader democratico, potrebbero trasformarsi nei pilastri di un nuovo schema di integrazione regionale di sapore europeo.

Ma prima di pensare ad approfondire il regionalismo in Asia e ad allontanarsi dagli Stati Uniti, storico partner-protettore del partito liberaldemocratico, Hatoyama dovrà trovare i fondi per onorare il “contratto” che ha firmato con i giapponesi, che da oggi aspettano fiduciosi i contributi di 2.300 per ogni figlio, la cancellazione delle tasse scolastiche per gli alunni fino a 14 anni, la creazione di un milione di piccole e medie imprese, l’aumento di salari e pensioni minime, la riduzione delle tasse, e il contributo di 7,3 miliardi di Euro per gli agricoltori, con la certezza che la riduzione degli sprechi nella pubblica amministrazione non basterà a mantenere la parola data. giappone.jpg

  • claudia astarita
  • Lunedì 31 Agosto 2009

Riforma sanitaria: la rivolta dei Tea Party Patriots

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  • Tags: Barack Obama, obamamania, riforma sanitaria americana, Stati Uniti
  • 21 commenti
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
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Promettono un settembre di fuoco. E se non basterà, renderanno incandescenti anche i mesi seguenti.

Si mobiliteranno, organizzeranno sit-in e manifestazioni, si recheranno a ogni incontro pubblico per far sentire la loro voce, marceranno con i loro cartelli in mano, parleranno attraverso le radio amiche, i giornali e le televisioni locali, si coordineranno usando la rete: non si daranno pace, ma soprattutto non daranno tregua fino a quando non avranno affondato il loro bersaglio (più grosso): la riforma sanitaria nazionale che Barack Obama vuole fare approvare entro la fine dell’anno.

I Tea Party Patriots hanno un nome che è già un programma, un’enunciazione di principi, un manifesto politico e ideologico. Saranno i protagonisti della battaglia contro la “socializzazione” (come loro la chiamano) della sanità americana. La loro forza è già grande. Partita come una scommessa, un po’ in sordina, per protestare contro i finanziamenti a pioggia (considerati uno spreco) del pacchetto di stimolo all’economia voluto da Barack Obama, il Tea Party Patriots è diventato nel giro di pochi mesi un movimento sociale di primaria importanza.

tea_party.jpg

Grazie alla sua azione capillare sulla rete, alle sue sezioni virtuali e non sparse in tutta America, il TTP è riuscito ad aggregare moltissimi simpatizzanti. Non necessariamente repubblicani, anche se è vero che la maggior parte dei membri sono elettori del Grand Old Party. I Patrioti sono anche semplici cittadini contrari (o spaventati) dalle politiche della Casa Bianca.

“La nostra è una organizzazione nata e cresciuta dal basso, composta per lo più da persone del ceto medio stanche di vedere i loro soldi sprecati in progetti “pubblici” inutili e dannosi, come quello della riforma sanitaria” - racconta Phillip Dennis, uno dei coordinatori del movimento. Che ha all’attivo nei primi mesi della presidenza Obama una serie innumerevole di iniziative.

La prima, la più importante, risale al 15 aprile scorso, nel Tax Day americano
. Più di 300.000 persone (mezzo milione secondo alcune fonti) presero parte in decine di città americane alle proteste contro il possibile aumento delle imposte. La replica di questa imponente mobilitazione (speculare, secondo alcuni osservatori, a quella contro la guerra in Iraq, all’epoca di George W. Bush) sarebbe arrivata qualche mese dopo, il 4 di luglio, Festa dell’Indipendenza, quando i Patrioti sarebbero scesi in campo per fare pressioni sulla Casa Bianca affinché modificasse il suo pacchetto di politica economica. Ma è stato con il lancio della riforma sanitaria, a metà dello scorso luglio, che i Tea Party Patriots hanno moltiplicato i loro sforzi.

Convinti che il progetto di Barack Obama toglierà loro la libertà di scegliere e li costringerà a mettere le loro “vite nelle mani dello Stato”.

Il tam tam attraverso i blog, twitter e facebook è diventato così forte e capillare che i Patrioti sono riusciti a organizzare numerose manifestazioni di protesta in occasione dei Town Hall Meetings dedicati - da parte di esponenti del partito democratico - alla spiegazione del progetto della Casa Bianca. Già nelle scorse settimane i loro cartelli e i loro slogan sono apparsi nelle città dove si tenevano gli incontri pubblici e nelle prossime settimane sono in programma altre iniziative. Cercheranno di convincere i lawmakers del Congresso a gettare la spugna, a rinunciare alla riforma di Obama. Ce la faranno?

Il Partito repubblicano, nonostante non li abbia creati, li supporta e contribuisce ad animarli; grande spazio per le loro proteste è (stato) dato dai media vicini al GOP.

La prima originaria apparizione di questo movimento è fatta risalire ad un’iniziativa del deputato repubblicano Ron Paul che nel 2007, in occasione di una campagna elettorale, nel giorno del 232°anniversario della rivolta del tè da parte dei patrioti americani contro gli inglesi, invitò i suoi elettori a “gettare” nel mare di fronte al porto di Boston, scatole e barilotti con incollati dei cartelli su cui erano scritti slogan contro le tasse.

Ma fu solo un episodio. Sarebbe dovuto arrivare Barack Obama per risvegliare i patrioti. E’ stato un giornalista televisivo a “battezzare” involontariamente il movimento. Agli inizi del 2009, durante una diretta da Chicago, il commentatore della CNBC Rick Santelli disse che il piano di rifinanziamento dei mutui varato dell’amministrazione avrebbe potuto provocare una protesta in stile “Tea Party”.

Da allora il nome ha iniziato a correre sulla rete e le prime le manifestazioni sono state organizzate. Ora, a mesi di distanza, il Tea Party Patriots è un uno dei protagonisti della scena politica americana. “Libera impresa in libero mercato, senza alcuna ingerenza dello Stato” - dice Phillip Dennis. Per questo, le politiche di Barack Obama vengono viste come “pericolose”. Per difendere la loro libertà di scelta, i patrioti non risparmieranno energie e cercheranno di “buttare a mare” la riforma sanitaria, simbolo di un governo, per loro, ritenuto troppo opprimente.

  • michele.zurleni
  • Lunedì 31 Agosto 2009

Influenza suina: i dati del contagio (aggiornati)

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  • Tags: h1n1, influenza-suina
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Phuket, Thailandia
- Credits: Ansa/YONGYOT PRUKSARAK

Il Data blog del Guardian ha aggiornato la lista dei casi di influenza suina (H1N1) nel mondo.

Non si tratta di un elenco ufficiale - l’Organizzazione mondiale della sanità, come noto ha interrotto il conteggio globale - ma di una lista compilata aggregando informazioni da varie fonti.

I dati relativi all’Italia - al 26 agosto 2009 - sono: 1517 casi di infezione; nessun morto; tasso di infezione per un milione: 25,34 (per gli Usa il tasso è di 139,11; per Uk: 210,46).

Il Data Blog aggiorna frequentemente i dati, conviene quindi ritornare spesso a controllare.
Oltre al post del blog è possibile vedere i dati (e riutilizzarli) in uno Spreadsheet Google.

  • luigi.gavazzi
  • Venerdì 28 Agosto 2009

Afghanistan e Iraq: libertà di stampa sotto tutela

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  • Tags: Afghanistan, iraq, kabul, libertà-di-stampa
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Hamid Karzai, presidente afghano

Sembra un paradosso ma in Iraq e Afghanistan, giovani democrazie nate dalla rimozione manu militari dei regimi dispotici di Saddam Hussein e dei talebani, la libertà di stampa soffre sotto i duri colpi dei governi.

Difficoltà a far convivere la marea di giornali, radio e televisioni indipendenti nati negli ultimi anni a Baghdad e Kabul, con governi che sempre più a fatica riescono a controllare il malcontento della popolazione per le riforme mancate, l’insicurezza diffusa, la corruzione dilagante e le pessime condizioni economiche e la disoccupazione.

Tutti fenomeni denunciati dalla stampa che in Iraq è rappresentata da ben 300 giornali e numerose TV nate dopo il 2003 mentre in Afghanistan sono attivi oggi quasi 300 quotidiani e periodici, un centinaio di emittenti radiofoniche e 25 televisioni: un vero miracolo per un Paese nel quale gli analfabeti sono stimati intono al 70 per cento della popolazione.

In agosto le contestazioni contro le disposizioni del governo sono esplose in entrambi i Paesi. Prima a Baghdad dove il 13 agosto un centinaio tra giornalisti, politici e rappresentanti della società civile hanno manifestato nella centrale e storica via Mutanabbi, cuore culturale della capitale irachena ricca di librerie e caffè frequentate da intellettuali.

Nel mirino dei manifestanti, che inneggiavano al “rispetto della libertà di stampa sancito dalla Costituzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani”, la sospensione di un redattore del quotidiano As Sabah, finanziato dal Parlamento, perchè autore di un articolo considerato “offensivo” nei confronti di alcuni partiti sciiti d’ispirazione islamica.

Il governo di Baghdad aveva inoltre annunciato a inizio agosto di voler prendere nuove misure per controllare il flusso d’informazioni circolanti su Internet e di voler riesumare la legge sull’editoria in vigore durante il regime di Saddam Hussein.

Non vanno meglio le cose a Kabul dove alle esecuzioni sommarie dei giornalisti effettuate dai talebani si uniscono le leggi che pevedono la condanna a morte per “offesa all’Islam” si sono unite le disposizioni del governo del presidente Hamid Karzai che in occasione delle elezioni del 20 agosto ha vietato a giornali locali e stranieri di diffondere notizie sule violenze in atto e gli attacchi talebani ai seggi.

Un tentativo di “normalizzare” la situazione che non è piaciuto ai giornalisti afgani che hanno respinto il decreto governativo di censura. Non obbediremo a quest’ordine, ma continueremo con la nostra normale attività”, ha dichiarato il 19 agosto Rahimullah Samander, responsabile dell’Associazione dei Giornalisti Indipendenti afghana mentre l’agenzia di stampa Pajwok faceva sapere che avrebbe continuato a fornire informazioni su tutte le province afgane ai suoi clienti afgani e internazionali.

Il ministero degli Esteri e il ministero dell’Interno hanno emesso due decreti che impongono il black out dei media proibendo la trasmissione televisiva delle notizie di violenze a seggi aperti e vietando ai giornalisti l’accesso alle zone colpite da attentati.

La minaccia del governo afghano di chiudere i giornali locali ed espellere i giornalisti stranieri che avessero fornito notizie di attacchi terroristici si è concretizzata solo con qualche ammonimento e l’accompagnamento forzato alla propria ambasciata a Kabul di un giornalista giapponese ma i timori per la libertà di stampa in Afghanistan restano.

  • gianandrea gaiani
  • Venerdì 28 Agosto 2009

La settimana raccontata per immagini: 24-28 agosto

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  • Tags: Berlino, Filippine, foto della settimana, grecia, Guantanamo, India, Julia Roberts, Sud-Africa, ted kennedy, Valencia
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 Photostream - India, la peggiore siccità degli ultimi vent’anni

Siccita' in India

Ansa/Epa/Sanjeev Gupta

24/08/09 - Sono 47 i distretti indiani colpiti ufficialmente (dichiarati cioè tali dal governo) dalla siccità in in Uttar Pradesh anche se sono molti di più quelli dove le pioggie sono state di molto inferiori alla media stagionale. Sono 700 milioni gli indiani che vivono di attività agricole e che sono dipendenti per queste dalle precipitazioni monsoniche.

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Mondiali di Atletica a Berlino: le foto più belle

GUARDA LA FOTOGALLERY

24/08/2009 - Si sono conclusi il 23 agosto a Berlino i Mondiali di atletica, che hanno visto trionfare, quanto a ricchezza dei medaglieri, gli Stati Uniti (con 22 medaglie, di cui 10 ori), la Giamaica (13 medaglie) e il Kenya (11 medaglie). Nessuna medaglia in nessuna specialità per l’Italia. Nella foto: Yarisley Collado (cuba), lancio del disco.

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Grecia: incendio “di proporzioni bibliche”

incendio

Credits: AP Photos/Nikolas Giakoumidis

GUARDA LA FOTOGALLERY

24/08/2009 - Con l’aiuto di mezza Europa, la Grecia sta cercando di far fronte agli incendi che minacciano Atene e che già hanno distrutto decine di case e devastato 15.000 ettari di terreno nella regione dell’Attica, a nord-est della capitale.

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 Photostream - Filippine: Arrestato terrorista islamista

Photostream - Filippine: Arrestato terrorista islamista

AP Photo/Bullit Marquez

25/08/09 - Dino Amor Pareja, conosciuto anche come Khalil Pareja, importante esponente del movimento terrorista-islamista filippino di Rajah Solaiman, connesso ad al-Qaida, èstato arrestato lo scorso venerdì a Marawi, nel sud delle Filippine. Nella foto, Pareja è ritratto mentre grida “Allahu Akbar” (Dio è grande), durante il trasferimento verso la detenzione.

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 Photostream - Rientrato a Kabul “detenuto-ragazzo” di Guantanamo

detenuto ragazzo guantanamo

Credits: AP Photo/Rafiq Maqbool

25/08/2009 - Gli avvocati di Mohammed Jawad hanno annunciato ieri il rientro in Afghanistan del “detenuto-ragazzo” incarcerato a Guantanamo. Jawad era stato acciuffato nel 2002 e accusato di aver lanciato una bomba a mano a Kabul, provocando il ferimento di due soldati americani e del suo interprete. Era entrato a Guantanamo l’anno successivo; secondo gli avvocati aveva, all’epoca, 12 anni. Oggi ne ha 18, sei dei quali passati nel carcere su territorio cubano.

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 Photostream - Ted Kennedy

Photostream - Ted Kennedy

AP Photo/Manuel Balce Ceneta

26/08/09 - La morte del senatore Ted Kennedy è stata annunciata dalla famiglia mercoledì mattina. In questa foto del 2004 è ritratto durante un discorso, tenuto alla George Washington University a Washington, sugli effetti della guerra in Iraq sulla sicurezza degli Stati Uniti. Il profilo di Ted Kennedy sul New York Times.

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Festa della Tomatina: battaglia di pomodori a Valencia

Credits: Alberto Saiz/AP/LaPresse

GUARDA LA FOTOGALLERY

27/08/2009 - Battaglia di pomodori nel villaggio di Bunol, vicino a Valencia, per la Festa della Tomatina. Più di quaranamila persone prendono parte ogni anno alla festa, che si tiene ormai da 64 anni.

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Julia Roberts a Roma sul set di Eat, Pray, Love

Credits: Ansa/Claudio Onorati

GUARDA LA FOTOGALLERY

27/08/2009 - L’attrice statunitense Julia Roberts è a Roma, impegnata sul set del film “Eat, pray, love”, trasposizione cinematografica dell’omonimo libro di Elizabeth Gilbert, con la regia di Ryan Murphy. Oltre a Julia Roberts, “Eat, pray, love” avrà come protagonisti Javier Bardem e Luca Argentero, al suo esordio in una grande produzione internazionale. In questa foto, eccola aggirarsi nel centro storico di Roma, nei pressi di Piazza Navona.

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Photostream - Caster Semenya accolta come una star nel suo villaggio

Credits: AP Photo/Themba Hadebe

28/08/09 - L’atleta sudafricana Caster Semenya - vincitrice della medaglia d’oro ai mondiali di atletica di Berlino negli 800 metri e al centro di polemiche riguardanti la sua effettiva appartenenza al genere femminile - è stata accolta da un bagno di folla entusiasta anche nel suo villaggio di origine, Masehlong, nella regione di Moletjie.
Circa 1000 persone del suo villaggio hanno cantato e ballato intorno a lei.

  • redazione
  • Venerdì 28 Agosto 2009

Ma può funzionare la sanità alla Obama? L’esperimento in Massachusetts

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  • Tags: Barack Obama, Stati Uniti
  • 2 commenti

barack_obama

di Elena Molinari

Keith Rudolph entra nell’ambulatorio della Codman square house con il figlio James per mano. Ha un appuntamento, dice all’infermiera. Le mostra il cartellino dell’assicurazione, paga un ticket di 10 dollari e si siede ad aspettare. Cinque anni fa Rudolph ha subito un ictus e i controlli mensili sono routine. Ma solo dal 2006.

Prima non aveva l’assicurazione sanitaria e si limitava a «incrociare le dita». «Guadagno 45 mila dollari lordi l’anno e l’assicurazione più economica ne costava 600 al mese. Il ricovero per l’ictus mi ha quasi mandato in bancarotta».
La differenza tra Rudolph e i 46 milioni di americani che ancora non possono permettersi di andare dal dottore una volta al mese è che lui vive a Boston. E nel 2006 il Massachusetts è stato il primo stato americano a tentare di offrire ai cittadini una copertura sanitaria universale.

Ora che il dibattito sulla riforma della mutua statunitense si è fatto infuocato, molti americani scrutano proprio il New England per controllare l’esito dell’esperimento. Rudolph, che adesso paga 105 dollari al mese per assicurare la sua famiglia, per loro ha un solo messaggio: fatelo anche voi. «Quando vidi Romney annunciare la nuova legge, chiamai il numero verde e dissi: fatemi iscrivere». La legge che l’allora governatore repubblicano (e futuro candidato presidenziale) Mitt Romney firmò in diretta tv è molto simile alla proposta in discussione in Congresso che ha pure sollevato violente proteste contro il maggiore promotore, Barack Obama, paragonato in più di un’assemblea cittadina addirittura ad Adolf Hitler o a Stalin.
Cardine della riforma in Massachusetts è obbligare tutti ad avere una copertura sanitaria, come l’assicurazione dell’auto, che può essere fornita dallo stato, dal datore di lavoro o da un gruppo privato.

L’alternativa è pagare una multa dai 200 ai 900 dollari l’anno. Lo stato si fa carico di parte dell’onere mensile per le famiglie che guadagnano fino a 66 mila dollari l’anno e gestisce un’agenzia che negozia, per tutti gli altri, pacchetti assicurativi a prezzi vantaggiosi. Il Massachusetts ha pure esteso il diritto alla mutua gratuita statale, ma non ha creato un’assicurazione pubblica in concorrenza con quelle private. Non prevede insomma la cosiddetta «public option» che l’amministrazione Obama sta riconsiderando, dopo aver subito l’accusa di voler distruggere il mercato privato della sanità.

Il risultato è che in tre anni 440 mila abitanti di Boston e regione hanno ottenuto una copertura sanitaria. La percentuale dei non assicurati nello stato è passata dal 7 per cento a poco più del 2 (sono il 15 per cento a livello nazionale). «Ora tutta questa gente può andare dal medico» si compiace Matt Fishman, vicepresidente della Partners Healthcare, la più grande rete di cliniche e ambulatori del Massachusetts. «È stato un successo».

Non tutti sono d’accordo. Anche in questa roccaforte del Partito democratico nel nord-est c’è chi condivide la reazione scandalizzata, su blog e talk-show repubblicani ma anche di moderati democratici, all’idea di costringere milioni di persone a procurarsi un’assicurazione per poterla fornire, a costi più bassi, a chi non potrebbe permettersela. Tra loro c’è Christina Heies, bancaria di Boston: «La legge è stata concepita per costringere lavoratori giovani e sani come me a comprare pacchetti di cui non hanno bisogno» spiega. «Lo scopo non è far stare meglio la gente, ma regalare clienti alle assicurazioni, che possono continuare a vendere polizze che non rimborsano quasi nulla in caso di emergenza».

Avere mantenuto il sistema essenzialmente privato ha permesso alla riforma del Massachusetts di andare in porto senza logoranti attriti con le assicurazioni, che da mesi fanno lobby a Washington contro la nascita di un pilastro assicurativo pubblico.

Però scontento è anche chi prima riceveva cure e medicine gratis e adesso le deve pagare, seppur poco. Alvaro Espinoza, sessantenne con diabete e ipertensione, è passato da 0 a 77 dollari al mese per potersi curare e ha confidato ai medici che il prossimo mese cancellerà il piano. «Molti che prima semplicemente andavano al pronto soccorso» spiega l’infermiera Morrow Rally «sono stati trasferiti sotto la competenza di Commonwealth Care che non copre del tutto i costi».

La carica di nuovi assicurati ha messo in luce per di più una seria carenza di medici generalisti. Risultato: molti pazienti si ritrovano in fila al pronto soccorso, come quando non avevano la copertura.
Kamela Christara ha la borreliosi di Lyme, un’infezione trasmessa dalle zecche, e non riesce a trovare un dottore che la segua: «Ogni volta devo ricominciare da capo al pronto soccorso. Anche per farmi scrivere una ricetta». Ma per Bill Walczak, direttore della Codman square house, la scarsità di medici di base è un vecchio problema «di tutto il paese. La riforma l’ha solo portato a galla».

Gli oppositori dell’«Obamacare» che guardano al Massachusetts per sostenere le loro critiche hanno dati più solidi cui aggrapparsi. Negli ultimi tre anni i tempi per le visite specialistiche e gli esami si sono allungati. Secondo uno studio della società di consulenza Merritt Hawkins and associates, Boston è la città con le attese più lunghe d’America, 49 giorni in media, seguita da Filadelfia con 27 e Los Angeles con 24.
Altro punto controverso sono i costi della riforma, che sono più alti del previsto o relativamente modesti a seconda di chi li legge. Gli amministratori del Boston Medical Center sono convinti che il nuovo sistema li farà fallire. L’ospedale pubblico chiuderà il 2009 in rosso, per la prima volta in cinque anni, con un deficit di 38 milioni di dollari, e ha fatto causa allo stato accusandolo di non rimborsare adeguatamente le cure offerte ai poveri e agli anziani. Il motivo? Il costo dell’assicurazione allargata impedisce alle casse pubbliche di versare di più.
Altri sostengono che avvicinarsi alla copertura universale ha portato a un aumento tutto sommato contenuto del budget per la sanità, salito da 1 miliardo di dollari nel 2006 a uno stimato 1,8 miliardi nel 2010, su una finanziaria statale di 27 miliardi, e caldeggiano un’estensione nazionale dell’esperimento, soprattutto per quanto riguarda il ruolo del governo.
«Mantiene accessibili i prezzi delle assicurazioni, ma non compete direttamente con loro» sostiene Fishman, della Partners Healthcare, «sovvenziona la copertura sanitaria ma non la regala. Incentiva i datori di lavoro a fornire l’assicurazione sanitaria ma non li costringe». Se è andata bene sia al senatore del Massachusetts e icona liberal Ted Kennedy (scomparso martedì 25 agosto a causa di un cancro) sia al conservatore Romney, insomma, può essere digerita anche dalle fazioni opposte del Congresso.
I testimonial più convincenti della riforma sono gli abitanti dello stato che, pur giudicando il nuovo sistema imperfetto, non farebbero marcia indietro. Due su tre, secondo un sondaggio della Harvard School of public health, sono soddisfatti della loro sanità. Tra loro Thomas Carly, che non aveva assicurazione nel 2007, quando si accasciò con le mani al petto: infarto. Le figlie lo portarono al pronto soccorso e, mentre i medici lo stabilizzavano, compilarono i moduli del Commonwealth Care. Carly era terrorizzato all’idea di ricevere il conto dell’ospedale. Invece le cure gli sono costate 500 dollari. E oggi con 90 al mese può prendere le medicine per prevenire un altro attacco. «Mi sembra ancora di vedere le mie figlie in ospedale» ricorda «pensavano che non ce l’avrei fatta. Invece sono qui, e mi posso curare».

  • redazione
  • Venerdì 28 Agosto 2009

Ahmadinejad, che faccia tosta!

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  • Tags: farian-sbahi, il mio iran, Iran, Mahmoud Ahmadinejad, Teheran
  • Un commento
Farian Sabahi, docente presso l'Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere. Per Bruno Mondadori ha scritto Storia dell'Iran (dal 1892 a oggi)

Il presidente iraniano Ahmadinejad sembra deciso a colpire i riformisti, colpevoli di aver partecipato alle proteste seguite alle contestate elezioni del 12 giugno.

Oggi, in occasione del sermone durante la preghiera del venerdì, Ahmadinejad ha detto che “seri provvedimenti devono essere presi nei confronti dei capi dell’opposizione e dei principali istigatori degli incidenti. Coloro che hanno provocato, organizzato e attuato la dottrina nemica dovrebbero essere contrastati con fermezza”.

Sui riformatori cala quindi la vendetta dei radicali, in controtendenza con quello che aveva dichiarato Amadinejad in passato, quando raccomandava alla magistratura la massima clemenza nei confronti dei manifestanti arrestati, sostenendo che erano stati manipolati dalla propaganda nemica. E viene da chiedersi con quale faccia tosta il presidente si impicci di questioni giudiziarie dopo aver passato anni a dichiarare che la magistratura è autonoma, indipendente dal suo governo.

la protesta degli iraniani a Bucarest

  • farian
  • Venerdì 28 Agosto 2009
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