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La prima volta che ho incontrato un profugo del Darfur è stato proprio qui, a Tel Aviv. In un piccolo ufficio dove da anni un’Ong israeliana si batte per dare ai rifugiati la possibilità di costruirsi una vita dignitosa.
Israele ospita diverse centinaia di profughi del Darfur. Ogni storia di chi fugge da questa travagliata regione del Sudan, che ormai da anni è teatro di un genocidio, è diversa. Ma quasi tutte le storie hanno alcuni punti in comune: un villaggio in fiamme, una famiglia o un paio di persone che riescono a sfuggire al massacro delle milizie filogovernative. Poi la fuga a piedi, verso un campo profughi nel Ciad, dove spesso i profughi subiscono altre violenze. E da lì una nuova fuga, verso l’Egitto.
Una volta giunti al Cairo, i fuggiaschi hanno una brutta sorpresa: sono trattati come bestie, a volte la polizia arriva persino a sparargli addosso.
A questo punto non hanno altra scelta se non tentare di attraversare il confine con Israele, nel deserto del Sinai: “E’ l’unica democrazia che conosciamo”, racconta uno di loro nel documentario Asylum City, di cui potete vedere qui sotto il trailer.
In Israele nessuno spara contro i rifugiati. Ma anche qui i problemi non mancano. La difficoltà principale sta nel trovare un lavoro e superare le restrizioni territoriali che, fino a pochi giorni fa, il governo imponeva.
Qui entra in gioco il lavoro di Kav La’Oved, un’organizzazione nata inizialmente per fornire consulenze legali ai lavoratori stanieri in territorio israeliano (il loro nome significa letteralmente “una linea per il lavoratore”), ma che oggi si occupa soprattutto di rifugiati africani.
Sono andata a trovarli due settimane fa nel loro piccolo ufficio di Nahalat Byniamin, nel centro di Tel Aviv. Una donna africana visibilmente incinta e con due bambini piccoli era venuta a chiedere il loro aiuto. Ha chiesto di non essere citata per nome e di non essere fotografata in volto. Suo marito, unica fonte di sostentamento per la famiglia, si trovava in una prigione israeliana da quando la polizia aveva scoperto che lavorava illegalmente a Tel Aviv.

Una volta fatta domanda per ottenere lo status di rifugiati, i profughi hanno il diritto di rimanere sul territorio israeliano - senza timore di essere espulsi, anche prima di avere ricevuto una risposta. Il problema è che, fino a pochi giorni fa, avevano il permesso di lavorare solamente a Sud di Gedera o a Nord di Hedera, onde evitare di affollare il centro del Paese: “Una legge assurda, perché di fatto tiene lontano i rifugiati da Tel Aviv, dove si trovano molti più posti di lavoro“, dice Sigal Rosen di Kav La’Oved. E aggiunge: “Che senso ha accogliere un rifugiato, se poi non gli si consente di trovarsi un lavoro?”.
Proprio come il marito della donna che ho incontrato, molti profughi infatti hanno continuato a lavorare a Tel Aviv illegalmente: era l’unico modo di mantenere una famiglia.
Risultato? In un primo momento alcuni di loro sono stati incarcerati. Ma poi recentemente il governo israeliano ha cancellato questa legge assurda, messo sotto pressione dall’opinione pubblica e dalle Ong per i diritti civili.
Anche Tel Aviv, finalmente, ha aperto le porte ai rifugiati: una vittoria per i profughi del Darfur e per gli attivisti Kav la’Oved. Ma anche per tutta la società civile israeliana.
- Lunedì 10 Agosto 2009

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Commenti
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Il 10 Agosto 2009 alle 18:29 annamomigliano ha scritto:
grazie, speriamo di averne altre di belle notizie.
ultimamente non abbondano…
Il 31 Agosto 2009 alle 21:05 Gheddafi ci riprova: il Darfur adesso è “colpa di Israele” » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Se Israele ha una colpa, è quella di tutta la comunità internazionale. Cioè di non fare abbastanza. Con una piccola differenza: se non altro, a differenza di molte nazioni europee, Israele accoglie centinaia di rifugiati del Darfur. Quindi almeno qualcosa fa. [...]
Il 12 Gennaio 2010 alle 12:07 Israele, un altro muro. Per fermare gli immigrati africani - Mondo - Panorama.it ha scritto:
[...] Per leggere un reportage di Panorama.it sui rifugiati del Darfur in Israele, cliccate qui. [...]
Il 27 Dicembre 2010 alle 16:34 Inchiesta:Hamas dietro il traffico di profughi africani – L’INCHIESTA di una Ong italiana | Vastese News ha scritto:
[...] senza scrupoli che trasportano come bestie, e facendosi pagare profumatamente, disperati in fuga da Paesi come l’Eritrea il Sudan, la Somalia e l’Etiopia. Obiettivo: raggiungere Israele, isola di relativa stabilità, attraverso l’Egitto o Gaza. [...]
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