- Tags: Barack Obama, basket, cestista, Cina, Houston-Rockets, orientexpress, shanghai, Usa, Yao-Ming
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Da qualche settimana è tornato alla ribalta Yao Ming, il cestista 29enne di Shanghai, dal 2002 mago degli Houston Rockets oltre che unica stella orientale dell’NBA, che Obama ha proposto nella sua visita a Pechino come un simbolo della nuova integrazione tra Stati Uniti e Cina, come se la ping pong diplomacy di sapore nixoniano fosse stata rispolverata e trasformata in basket diplomacy.
Perché Obama ha scelto Yao Ming come simbolo? Il campione cinese è davvero un esempio di integrazione perfetta tra oriente e occidente? Per alcuni, il fatto che il giocatore di basket in Cina abbia partecipato a una campagna in difesa delle specie animali protette, scontrandosi con i concittadini che li considerano piatti prelibati, dimostrerebbe che Yao Ming ha fatto propri i valori americani. E la recente donazione (circa 50 milioni di dollari) con cui ha salvato la sua prima squadra, gli Shanghai Sharks, dalla bancarotta confermerebbe una predisposizione alla cultura tipicamente americana del give back.
In realtà, l’idea del restituire a coloro da cui si è avuto in Cina è tutt’altro che sconosciuta. Dai tempi delle riforme economiche ad oggi non si contano i cinesi d’oltremare che si sono sentiti in dovere di contribuire allo sviluppo economico della madrepatria. E Yao Ming nel suo Paese è da sempre una super star. Nel 2004 ha portato la bandiera nazionale nella cerimonia di apertura del Giochi Olimpici di Atene. Nel 2008, a Pechino, ha fatto sfilare la fiaccola in Piazza Tiananmen. Da sei anni è in testa alle classifiche di Forbes delle celebrità della Repubblica popolare per guadagni e popolarità, tanto da aver spinto multinazionali come Apple, McDonald’s, Pepsi e Nike a sceglierlo come testimonial nelle campagne pubblicitarie destinate alla Cina.
Più interessante è però scoprire che per arrivare a un tale livello di popolarità Yao Ming ha lavorato parecchio. Quando vide la luce, il 12 settembre del 1980, nell’ospedale numero 6 di Shanghai, nelle corsie iniziò a girare la voce che lo strano neonato di cinque chili fosse il risultato di un esperimento genetico. Apparentemente sarebbe bastato dare un’occhiata ai genitori per smentire tali dicerie: ex giocatori di basket, alti 1.88 metri lei e 2.08 lui, soprannominati, rispettivamente, Grande Fang e Grande Yao. Ma fu la Commissione Sport della municipalità di Shanghai a sciogliere ogni dubbio annunciando che la nascita di Yao Ming era il coronamento di un sogno, quello di far nascere una nuova generazione di atleti capaci di rappresentare per capacità e prestanza fisica la nuova Cina, la potenza in ascesa. La Commissione aveva proposto a Grande Fang, a fine carriera, di sposarsi per mettere al mondo un campione. E lo stesso organo identificò Grande Yao come il marito ideale, costringendolo ad appendere le scarpe al chiodo, visto che all’epoca il matrimonio per gli atleti professionisti era proibito. Lo spiccato spirito patriottico dei due cestisti li spinse ad accettare “l’incarico”, convinti che il talento del figlio sarebbe stato un dono rivoluzionario per l’intera nazione.
A vent’anni, quando Yao Ming aveva già raggiunto i 2.26 metri di altezza e con la dura disciplina imposta dai genitori si era affermato nella lega cinese, fu Grande Fang la prima a immaginare per lui un futuro nell’NBA. Pechino non perse tempo ad informare la famiglia che il 50% dei guadagni futuri del ragazzo sarebbero stati incassati dal governo, e, inaspettatamente, autorizzò Grande Fang a trasferirsi negli Stati Uniti col figlio non appena l’agognato contratto arrivò. Ex guardia rossa ai tempi della Rivoluzione culturale e fedelissima agli insegnamenti del Grande timoniere, Grande Fang sembrò la persona più adatta a proteggere il figlio dalle tentazioni a stelle e strisce. Ecco perché, forse, Yao Ming è e resterà sempre un cinese negli Stati Uniti più che un neo-americano in Cina.
- Martedì 18 Agosto 2009
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