Riuscirà Barack Obama a condurre gli Stati Uniti fuori dal pantano dell’Afghanistan?
Il caos, la violenza che hanno caratterizzato i giorni prima e dopo le elezioni, le continue perdite di soldati della Nato (americani, in particolare), la disputa sui risultati delle presidenziali - la cui vittoria è stata reclamata sia da Hamid Karzai, sia dal suo avversario più diretto, Abdullah Abdullah, ex braccio destro del comandante Massoud - le accuse di brogli, lanciate da quest’ultimo nei confronti dell’attuale presidente, l’incertezza, quindi, sull’esito delle elezioni rendono la situazione molto difficile da governare.
Ma, Barack Obama, deve riuscirci, se non vuole vedere trasformarsi in carne e ossa quello che per ora appare il fantasma di un altro (il suo) Vietnam.
La Casa Bianca segue passo dopo passo le roventi polemiche del post voto.
Per stemperare la tensione, l’inviato speciale degli Usa per l’Afghanistan e il Pakistan, l’ambasciatore Richard Hoolbroke ha chiesto ai due contendenti di evitare di proclamarsi vincitore prima della diffusione dei risultati definitivi, forse tra qualche settimana.
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Nell’ultimo bollettino diffuso, Hamid Karzai sarebbe in testa con il 45% dei consensi, contro il 35% di Abdullah Adbullah. Ma, l’ex ministro degli esteri, ex figura di primo piano dell’Alleanza del Nord, non ci sta: non ha fiducia nella Commissione Elettorale (che, secondo lui, è al servizio del suo rivale) e ripete le sue denunce di clamorosi casi di manipolazione del voto ai seggi.
Il braccio di ferro andrà avanti e soltanto nei prossimi giorni si saprà se un secondo turno verrà tenuto, nel prossimo ottobre, come vuole la legge elettorale, oppure se uno dei due candidati (Karzai?) avrà oltrepassato la soglia del 50%.
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Comunque vada, anche se lui dovesse risultare vincitore, la sua figura (e il suo ufficio) sarà notevolmente indebolita. Molto più che un’anatra zoppa. Una prospettiva che non dispiace a Washington. Anzi. Hamid Karzai, le sue ambiguità, le sue incertezze non sono mai piaciute all’amministrazione Obama, che avrebbe voluto un altro al suo posto. Non solo.
I personaggi di cui si è contornato il presidente afghano per mantenere la sua rete di potere sono, per la Casa Bianca, la prova che Karzai non è realmente intenzionato a far voltare pagina all’Afghanistan.
Ultimo tra tutti ( o primo) l’attuale ministro della difesa Muhammad Fahim, considerato uomo implicato nella produzione e nel traffico di droga, sui
il Dipartimento di Stato ha messo gli occhi da tempo.
Così, se Hamid Karzai uscisse delegittimato da queste elezioni, gli Stati Uniti potrebbero approfittarne per tentare di rivedere lo stesso sistema politico afghano.

Il candidato Abdullah Abdullah
La questione istituzionale
Lo spiega un’analisi del settimanale Time, secondo la quale l’amministrazione Obama sarebbe giunta alla conclusione che è la stessa architettura istituzionale studiata dopo l’invasione del paese nel 2001 ad essere il maggiore ostacolo nella lotta ai Talebani.
La chiave è: garantire sicurezza e sviluppo economico e sociale a livello locale, così da impedire ai guerriglieri islamici di prendere il possesso del territorio.
Finora, questa opzione è stata resa impossibile da diversi fattori: la forza militare dei Talebani, la corruzione e l’interesse dei Signori della Guerra locali, la gestione a livello centrale degli aiuti e delle risorse internazionali, l’incapacità (o la scarsa volontà, secondo Barack Obama) da parte di Hamid Karzai di rompere questa spirale.
Per questo, l’amministrazione Usa vorrebbe andare a un reset del sistema politico e di potere afghano. Un’operazione impossibile da compiere senza il controllo delle province più lontane. E per ottenere questo risultato ci vogliono molti più soldati, come sa bene il Generale Petraues, l’artefice della stabilizzazione in Iraq. E come sanno bene gli ufficiali sul campo, visto anche il numero crescente di vittime ( 172 nei soli primi otto mesi dell’anno, contro i 155 dell’intero 2008).
Così, in questo caldo agosto, Obama si trova di fronte alla necessità di ripensare la sua strategia afghana. Colto nel mezzo tra i suoi generali che chiedono sempre più rinforzi, il suo partito - che non è convinto della necessità di uno sforzo militare maggiore a Kabul, l’opinione pubblica americana che inizia a chiedersi se tanto impegno sia
giustificato. Riuscirà Obama a districare una matassa (politico-militare) che, secondo alcuni, rimanda a quella che aveva per le mani Lyndon B. Johnson, il presidente dell’escalation in Vietnam.
- Giovedì 27 Agosto 2009


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Commenti
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Il 1 Settembre 2009 alle 15:31 È Fahim il vero vincitore delle elezioni afghane » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] Perché, se nel Paese asiatico vincono i Fahim, e se - come ha scritto McChrystal - ci vorranno anni prima che esercito e polizia afghani possano farcela da soli, l’unica alternativa che rimane alla coalizione occidentale è quella di abbandonare qualsiasi ipotesi di exit strategy e rimanere ad oltranza, per almeno altri quattro anni. Per competare il lavoro. E per dimostrare che Enduring Freedom a qualcosa è servita. fahim: le news in tempo reale (fonte Google News)Sulaiman al-Fahim’s Pompey era kicked… - guardian.co.ukAl - Fahim Completes Portsmouth Takeover - New York TimesPortsmouth 0 Manchester City 1: Al-Fa… - Daily MailUS worried about Fahim’s drug ties - Daily TimesThe Real Winner of Afghanistan’s Elec… - Foreign Policy [...]
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