Archivio di Agosto, 2009
Claudia Astarita, 29 anni, lavora da tre anni come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.
Lo slogan elettorale che ha portato fortuna a Barack Obama sta facendo il giro del mondo. Anche in Giappone, dove domenica si voterà per il rinnovo della camera bassa: l’opposizione democratica guidata da Yukio Hatoyama, per promuovere il suo programma, ha abusato del verbo giapponese kaeru, di quello di origine cinese henka, e, ancora più spesso, di chenji, il terzo verbo giapponese che traduce cambiamento che, per assonanza, meglio ricorda l’ormai celebre Yes, we can.
Panorama.it ha già spiegato che chi vincerà le elezioni giapponesi si troverà a dover gestire un fallimento. Tutto questo perchè il partito liberaldemocratico guidato da Taro Aso e al potere da cinquant’anni, oltre ad essere internamente diviso, ha anche mostrato ai giapponesi di non essere più in grado di affrontare i problemi del paese.

Supporter del partito democratico a un comizio di Hatoyama
Quelli economici, legati a una crescita molto bassa, a tratti negativa, che si trascina da troppi anni, a una disuccupazione in aumento e a un deficit commerciale troppo elevato, e quelli sociali, visto che la popolazione lamenta uno stato assistenziale poco presente, per i giovani e per gli anziani.
Il partito democratico, invece, avendo accumulato in cinquant’anni solo dieci mesi di esperienza governativa, ha proposto sì qualcosa di nuovo, ma il contratto che ha siglato con gli elettori appare tutt’altro che concreto: vorrebbe riportare la crescita al 2% entro il 2010 e finanziare un ampio programma di spesa attraverso la riduzione degli sprechi nella pubblica amministrazione.
Gli ultimi sondaggi preannunciano una vittoria senza precedenti per i democratici, ma il successo di Hatoyama potrebbe essere minato in partenza da una maggioranza che va alle urne più per esprimere la propria frustrazione nei confronti dei leader liberaldemocratici che perchè convinta dai programmi poco realistici dell’attuale opposizione.
Lo dimostrerebbero le risposte dei giapponesi intervistati nelle strade del paese. Alla domanda “chi preferisce tra Yukio Hatoyama e Taro Aso?” la risposta più frequente è “nessuno dei due”. Sono in troppi in Giappone ad essere convinti che il Sol Levante abbia bisogno di un cambiamento incisivo che potrà essere garantito solo dall’alternanza politica ma che, contemporaneamente, la squadra di Hatoyama non sia, oggi, un’alternativa valida.
Un governo democratico rappresenta senza dubbio un cambiamento epocale, ma gli stessi elettori che in tre anni hanno mandato a casa tre primi ministri liberaldemocratici e che domenica potrebbero decidere di dare fiducia ad Hatoyama non ci penseranno due volte a revocargliela nel caso in cui l’eventuale nuovo premier si riveli non all’altezza dell’incarico.

Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Riuscirà Barack Obama a condurre gli Stati Uniti fuori dal pantano dell’Afghanistan?
Il caos, la violenza che hanno caratterizzato i giorni prima e dopo le elezioni, le continue perdite di soldati della Nato (americani, in particolare), la disputa sui risultati delle presidenziali - la cui vittoria è stata reclamata sia da Hamid Karzai, sia dal suo avversario più diretto, Abdullah Abdullah, ex braccio destro del comandante Massoud - le accuse di brogli, lanciate da quest’ultimo nei confronti dell’attuale presidente, l’incertezza, quindi, sull’esito delle elezioni rendono la situazione molto difficile da governare.
Ma, Barack Obama, deve riuscirci, se non vuole vedere trasformarsi in carne e ossa quello che per ora appare il fantasma di un altro (il suo) Vietnam.
La Casa Bianca segue passo dopo passo le roventi polemiche del post voto.
Per stemperare la tensione, l’inviato speciale degli Usa per l’Afghanistan e il Pakistan, l’ambasciatore Richard Hoolbroke ha chiesto ai due contendenti di evitare di proclamarsi vincitore prima della diffusione dei risultati definitivi, forse tra qualche settimana.
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Nell’ultimo bollettino diffuso, Hamid Karzai sarebbe in testa con il 45% dei consensi, contro il 35% di Abdullah Adbullah. Ma, l’ex ministro degli esteri, ex figura di primo piano dell’Alleanza del Nord, non ci sta: non ha fiducia nella Commissione Elettorale (che, secondo lui, è al servizio del suo rivale) e ripete le sue denunce di clamorosi casi di manipolazione del voto ai seggi.
Il braccio di ferro andrà avanti e soltanto nei prossimi giorni si saprà se un secondo turno verrà tenuto, nel prossimo ottobre, come vuole la legge elettorale, oppure se uno dei due candidati (Karzai?) avrà oltrepassato la soglia del 50%.
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Comunque vada, anche se lui dovesse risultare vincitore, la sua figura (e il suo ufficio) sarà notevolmente indebolita. Molto più che un’anatra zoppa. Una prospettiva che non dispiace a Washington. Anzi. Hamid Karzai, le sue ambiguità, le sue incertezze non sono mai piaciute all’amministrazione Obama, che avrebbe voluto un altro al suo posto. Non solo.
I personaggi di cui si è contornato il presidente afghano per mantenere la sua rete di potere sono, per la Casa Bianca, la prova che Karzai non è realmente intenzionato a far voltare pagina all’Afghanistan.
Ultimo tra tutti ( o primo) l’attuale ministro della difesa Muhammad Fahim, considerato uomo implicato nella produzione e nel traffico di droga, sui
il Dipartimento di Stato ha messo gli occhi da tempo.
Così, se Hamid Karzai uscisse delegittimato da queste elezioni, gli Stati Uniti potrebbero approfittarne per tentare di rivedere lo stesso sistema politico afghano.

Il candidato Abdullah Abdullah
La questione istituzionale
Lo spiega un’analisi del settimanale Time, secondo la quale l’amministrazione Obama sarebbe giunta alla conclusione che è la stessa architettura istituzionale studiata dopo l’invasione del paese nel 2001 ad essere il maggiore ostacolo nella lotta ai Talebani.
La chiave è: garantire sicurezza e sviluppo economico e sociale a livello locale, così da impedire ai guerriglieri islamici di prendere il possesso del territorio.
Finora, questa opzione è stata resa impossibile da diversi fattori: la forza militare dei Talebani, la corruzione e l’interesse dei Signori della Guerra locali, la gestione a livello centrale degli aiuti e delle risorse internazionali, l’incapacità (o la scarsa volontà, secondo Barack Obama) da parte di Hamid Karzai di rompere questa spirale.
Per questo, l’amministrazione Usa vorrebbe andare a un reset del sistema politico e di potere afghano. Un’operazione impossibile da compiere senza il controllo delle province più lontane. E per ottenere questo risultato ci vogliono molti più soldati, come sa bene il Generale Petraues, l’artefice della stabilizzazione in Iraq. E come sanno bene gli ufficiali sul campo, visto anche il numero crescente di vittime ( 172 nei soli primi otto mesi dell’anno, contro i 155 dell’intero 2008).
Così, in questo caldo agosto, Obama si trova di fronte alla necessità di ripensare la sua strategia afghana. Colto nel mezzo tra i suoi generali che chiedono sempre più rinforzi, il suo partito - che non è convinto della necessità di uno sforzo militare maggiore a Kabul, l’opinione pubblica americana che inizia a chiedersi se tanto impegno sia
giustificato. Riuscirà Obama a districare una matassa (politico-militare) che, secondo alcuni, rimanda a quella che aveva per le mani Lyndon B. Johnson, il presidente dell’escalation in Vietnam.
Michele Zurleni, giornalista, ha da diverso tempo una bandiera Usa sulla scrivania. La guarda e pensa alla forza che sprigiona: quella di guardare al futuro, anche in modo discutibile. Ma guardare avanti. Come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
La fine di Camelot; la morte di Ted, l’ultimo dei fratelli Kennedy, segna l’epilogo di una dinastia politica che ha “fatto” la Storia degli Stati Uniti negli anni ‘60 e che, attraverso i suoi trionfi e le sue tragedie, è entrata nel mito, nell’immaginario collettivo globale.
Il Patriarca, come era stato “nominato” dopo la morte di John e Bob, ne aveva raccolto l’eredità.
E lui, possibile presidente in pectore dopo l’omicidio di Robert (ma dovette, di fatto, abbandonare ogni speranza di essere eletto alla Casa Bianca a causa delle polemiche e delle speculazioni seguite all’incidente di Chappaquiddick, quando la macchina che guidava, dal rientro da una festa, cadde in acqua e la persona che era con lui, una sua collaboratrice, Mary Ko Kopechne, morì annegata), dopo qualche altra, lieve peripezia (anche politica) si trasformò nel Leone Liberal del Senato, come venne ribattezzato. In uno dei più efficienti, autorevoli e stimati senatori nella storia del Congresso, come ebbe occasione di dire qualche suo leale avversario repubblicano.
Ted Kennedy è stato un combattente fino all’ultimo, nella lotta contro il cancro che poi l’ha ucciso, ma anche e soprattutto nella sua passione per la politica.
Nelle quasi cinque decadi passati sugli scranni del Senato, il Leone è stato artefice di innumerevoli leggi, soprattutto a sfondo sociale, dalla legge sull’immigrazione (con cui collaborò con John McCain) alla riforma del sistema scolastico (”studiata” insieme a George W. Bush), dalla lotta per i diritti civili alla nuova legislazione sulla raccolta fondi per le campagne elettorali e alle leggi sul lavoro.
“Per trovare un altro lawmakers così “produttivo” bisognerebbe andare indietro all’800″ ha detto al Washington Post, Thomas E. Mann, un esperto del Brookings Institution.
Ted Kennedy lascia dietro di sé, tra le opere incompiute, quella che lui stesso considerava la “battaglia della sua vita”: la riforma sanitaria. E, ora che il progetto di assistenza sanitaria della Casa Bianca è al centro del dibattito politico americano, la sua scomparsa sembra diventare ancora di più un momento di simbolico di passaggio di testimone tra l’icona politica democratica degli ultimi anni del ‘900 - i Kennedy - e la “Nuova Frontiera”, incarnata in Barack Obama.
Fino all’ultimo, nonostante la malattia, il Leone si era battuto per farla passare. Anche con un intervento pubblico nello scorso luglio. E ora, la sua morte può provocare qualche problema ai democratici, visto che il suo voto avrebbe potuto essere determinante per dare il segnale verde alla legge anche senza l’appoggio dei repubblicani.
Tutti questi elementi biografici e politici, vengono fuori con forza nei commenti, nei saluti e nelle condoglianze ( a migliaia) sui siti e i blog. I saluti non sono solo per “L’ultimo dei Kennedy“, ma soprattutto per Ted il Leone, per il politico appassionato, impegnato. C’è il riconoscimento bipartisan del suo impegno, l’onore delle armi anche da parte di chi, lontano come cultura e storia, ricorda la sua genuina dedizione. Se si guarda il quotidiano liberal per eccellenza, il New York Times, questo senso comune emerge con una forte componente sentimentale.
Così come, diventa ora un imperativo per una parte dei suoi lettori che la Riforma Ted-Barack nasca. Jake, da Minneapolis, scrive “The dream never die. Let pass the Ted Kennedy health reform bill“.
Il sogno non muore, approvare la riforma. Amber, invece, afferma di non essere stato sempre d’accordo con le sue idee, ma ammette che lui e la sua famiglia hanno cercato di rendere l’America un posto migliore. Per KV Larsen, chi combatte per realizzare il sogno americano perde con Ted uno dei suoi campioni. Parole, emozioni che molti altri non condividono.
Anzi. I commenti su di un giornale conservatore come il Washigton Times spiegano come “l’Altra America” rispettasse, ma non amasse Ted. E ora, la preoccupazione è che al suo posto al Senato, come scrive Kingfish55, venga preso da un democratico ancora più liberal, oppure che la Casa Bianca “sfrutti” l’ondata emotiva della sua morte per dare la spinta finale alla riforma sanitaria. Ted, il leone del Senato, sarà ancora protagonista dell’ultima battaglia dell’ultimo dei Kennedy.
Claudia Astarita, 29 anni, lavora da tre anni come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Ha fatto il giro del mondo la notizia dei 2.150 bambini colpiti da avvelenamento da piombo in Cina. 1.300 nella provincia di Hunan, nella Cina centrale, e 850 nello Shaanxi, un po’ più a nord. L’intossicazione è stata causata dagli scarichi inquinanti degli impianti specializzati nella lavorazione del piombo localizzati nelle due province. Continua

Il leader libico in una foto d’archivio del 1990
Di Giovanni Porzio
Ne ha fatta di strada Muammar Abu Minyar, classe 1942, nato da Aisha bin Niran e da Mohammed Abdul Salam bin Hamed bin Mohammed, pastore berbero della tribù dei Qadhafa.
La sua lunga traversata del deserto si concluderà il 1° settembre, quando capi di stato e di governo di mezzo mondo si raduneranno a Tripoli per celebrare il 40° anniversario della rivoluzione libica, il putsch militare che nel 1969 abolì la monarchia senussita (re Idris) e catapultò al potere il ventisettenne colonnello Gheddafi.
Un lieto fine diplomatico che sancirà il reintegro a pieno titolo della «Grande Jamahiriya araba popolare e socialista» e della sua guida nel consesso internazionale. È un percorso tortuoso quello che ha condotto il «pazzo del Medio Oriente» (definizione di Ronald Reagan) agli attuali traguardi: presidente dell’Unione africana e della Conferenza contro il razzismo dell’Onu, membro non permanente del Consiglio di sicurezza, presidente, dal mese prossimo, dell’assemblea dente, dal mese prossimo, dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, invitato di riguardo al vertice del G8 all’Aquila.
Il figlio dei beduini della Sirte, il più longevo leader del mondo arabo e africano, cercò subito di imporsi sulla scena, autoproclamandosi erede di Gamal Abd el- Nasser e campione del nazionalismo panarabo, proponendo velleitarie unioni con l’Egitto, la Siria, il Sudan, e lanciando una «rivoluzione culturale» che ha formalmente trasferito il potere ai comitati popolari.
Giusto recuperare Gheddafi in nome della Realpolitik?
Gli anni Ottanta sono l’epoca del confronto aperto con gli Stati Uniti. Gheddafi sposa la causa dei movimenti di liberazione, appoggia il fronte del rifiuto palestinese, ospita campi di addestramento di terroristi dell’Ira e dell’Eta, sponsorizza sanguinose azioni armate: gli attentati alla discoteca La Belle di Berlino (1986), al jumbo della PanAm nei cieli di Lockerbie in Scozia (1988, 270 morti) e a un Dc-10 dell’Uta in volo sul Niger (1989).
Gli Stati Uniti, che accusano la Jama-mila di fabbricare armi chimiche e nucleari, reagiscono: nel 1981 gli F-11 del Pentagono abbattono due caccia libici sul Mediterraneo e nell’aprile 1986 bombardano Tripoli e Bengasi uccidendo 101 libici (tra cui la figlia adottiva del colonnello). Tra le macerie della caserma di Babì-el-Azizia perde la vita Hanna, 15 mesi, figlia adottiva del colonnello.
Ma, nonostante le sanzioni imposte dall’Onu nel 1992, l’Occidente non ha mai potuto permettersi di troncare i rapporti con la Libia: lo «scatolone di sabbia», grande sei volte l’Italia, contiene le maggiori riserve accertate di idrocarburi del continente africano.
Gas e petrolio vicini all’Europa affamata di energia. L’Eni, che dal 1959 ha sempre rinnovato i contratti con Tripoli e che nel 1972 firmò con la National Oil Corporation libica un vantaggioso accordo (agevolato da Giulio Andreotti), non ha mai abbandonato l’ex colonia.
E neppure gli americani, che operavano tramite sussidiarie in paesi terzi: ai funzionari delle compagnie petrolifere e ai tecnici delle imprese di costruzione bastava un passaporto di Tripoli per aggirare l’embargo.
La svolta è stata l’attentato dell’11 settembre alle Torri gemelle.
Già nel 1981 una commissione teologica riunita alla Mecca aveva accusato Gheddafi di apostasia. E gli integralisti della Gamaa al- Islamiya e della Jihad islamica avevano sobillato un fallito golpe e le rivolte del 1996 a Derna e a Bengasi (30 morti e 5 mila arresti). La minaccia fondamentalista spinge il colonnello a più miti consigli.
Nel 2001 i servizi segreti di Tripoli, diretti dall’attuale ministro degli Esteri Musa Kusa, cominciano a collaborare con Washington nella lotta ad Al Qaeda, spianando la strada alla riabilitazione della Jamahiriya.
In cambio dell’abolizione dell’embargo Gheddafi ha chiuso il capitolo Lockerbie assumendosi la responsabilità dell’attentato e annunciando lo smantellamento del programma nucleare.
Il salto da «sponsor del terrorismo» a rispettato anche se eccentrico statista è compiuto: al G8 dell’Aquila dello scorso luglio un sorridente Barack Obama ha stretto la mano all’ex bestia nera della Casa Bianca. Dove vuole arrivare il colonnello?
«La Libia punta alla leadership nel processo di integrazione panafricana» sostiene Leila Saidi, analista della Banca per lo sviluppo africano. «E a un ruolo di primo piano nel bacino del Mediterraneo».
Il petrolio è il suo asset strategico. Oggi il lungomare in stile umbertino di Tripoli è una selva di gru, di cantieri brulicanti di immigrati africani, di alberghi di lusso e di palazzi per uffici. La tenda beduina della «guida della rivoluzione», nel deserto della Sirte, trasportata in giugno nel parco di Villa Pamphili durante la visita del colonnello a Roma, è meta di un febbrile pellegrinaggio.
Alla corte del leader dell’ex paese canaglia accorrono primi ministri e capi di stato, presidenti di società petrolifere e imprenditori in cerca di contratti. Italiani in testa.
I rapporti fra Roma e Tripoli non sono mai stati migliori.
L’accordo sul respingimento dei clandestini ha allontanato, almeno per ora, il rischio di complicazioni dopo la firma dello storico trattato del 2008 tra Gheddafi e Silvio Berlusconi (il premier vedrà nuovamente il colonnello il 30 agosto a Tripoli) che seppellisce il contenzioso coloniale.
I libici, e le imprese italiane, saranno compensati con 5 miliardi di dollari destinati a progetti infrastrutturali come l’autostrada costiera che correrà dal confine egiziano a quello tunisino.
L’Italia, primo partner commerciale della Jamahiriya, ha chiuso il 2008 con un interscambio di 20 miliardi di euro: un incremento del 28 per cento rispetto al 2007.
In Libia sono presenti aziende come la Impregilo, che ha costruito i nuovi ministeri nella capitale amministrativa Sirte; la Finmeccanica, che fornirà elicotteri Agusta e motori per aerei; e poi Fiat, Saipem, Telecom e tutti i maggiori gruppi industriali della Penisola. Mentre l’Eni, per cui la Libia rappresenta il primo paese di produzione su scala mondiale con 800 mila barili al giorno, ha avuto il via libera per posare il gasdotto che raggiungerà la Sicilia allacciandosi al Transmed, la pipeline che convoglia il metano algerino. Anche gli interessi di Tripoli in Italia sono in espansione.
10 giugno 2009: all’aeroporto di Ciampino il leader libico Muammar Gheddafi, per la prima volta in Italia in visita ufficiale, accolto dal Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi
La Lafico, società libica con partecipazioni in 45 paesi, possiede già il 2,6 per cento del capitale Fiat, il 7,5 per cento della Juventus e quasi 2 mila stazioni di servizio della rete Tamoil, mentre le banche libiche controllano il 4,2 per cento dell’Unicredit e il 43 per cento della Ubae Arab Italian Bank.
La Mediobanca, che si propone cocome «guida per gli investimenti libici in Italia», non esclude nuovi acquisizioni: nel mirino di Gheddafi ci sarebbero Telecom, Generali, gruppo Terna, Impregilo e l’aumento della quota dell’Energy fund libico nell’Eni. Meno chiaro è l’impatto che l’attuale euforia finanziaria avrà sull’evoluzione interna della Libia, dove l’economia è rigidamente centralizzata e dove la democrazia resta un miraggio. «Stiamo studiando un programma di riforme» afferma il governatore della banca centrale Farhat Bengdara. «Ma non privatizzeremo l’economia a scapito dei ceti popolari».
I 6 milioni di libici, metà sotto i vent’anni, hanno sulla carta un reddito pro capite di 9 mila dollari, però la disoccupazione giovanile, l’inflazione e le disparità sociali aumentano. E le libertà civili segnano il passo. I partiti sono vietati, i media censurati, i dissidenti incarcerati o costretti all’esilio. Le prospettive di cambiamento democratico si intrecciano alla lotta per la successione dell’inossidabile «guida suprema».
Un outsider è considerato il generale Sayyed Mohammed Gaddaf Eddam, 65 anni, governatore della Sirte. Ma i più gettonati fra i pretendenti sono due dei sette figli maschi del colonnello: Mutassim Billah, 35 anni, consigliere del padre per la sicurezza nazionale, e il secondogenito Saif al-Islam, ovvero la «spada dell’Islam».
Benché ritiratosi a vita privata, Saif, 37 anni, è il candidato dei riformisti: si è espresso a favore del rispetto dei diritti umani, ha finanziato le prime tv private e ha svolto un ruolo decisivo nelle trattative con Washington. Bisognerà attendere, comunque. Il colonnello, all’apice della visibilità internazionale, non sembra intenzionato ad abbandonare il palcoscenico.
Michele Zurleni, giornalista, ha da diverso tempo una bandiera Usa sulla scrivania. La guarda e pensa alla forza che sprigiona: quella di guardare al futuro, anche in modo discutibile. Ma guardare avanti. Come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
Quando, nelle prime due settimane di agosto, Barack Obama ha deciso di compiere un mini tour in alcuni stati per spiegare la sua idea di riforma sanitaria si attendeva un dibattito intenso, dai toni anche aspri con i cittadini che avrebbe incontrato, ma probabilmente non si aspettava di vedere arrivare agli incontri uomini armati, contestatori del suo progetto.
Vedere una pistola (in New Hampshire), una dozzina di rivoltelle e addirittura un fucile automatico (in Arizona) portati non dagli uomini delle sicurezza, ma da semplici cittadini, fuori (certo) dagli edifici e dalle sale in cui Obama teneva i suoi comizi, ma pur sempre a pochi metri dal presidente non solo ha suscitato un vivace dibattito negli Usa, ma ha anche riportato alla mente pagine nere della storia americana, quelle in cui protagonista è stato il delitto (presidenziale) politico. Come l’omicidio di JFK a Dallas, o l’assassinio di Abraham Lincoln, o l’attentato che ferì gravemente Ronald Reagan.
Nonostante questi trascorsi, però nessuno ha potuto impedire che in questa estate del 2009, quelle canne da fuoco spuntassero nelle vicinanze di Obama. Chi si è presentato con una pistola nella fondina o un mitragliatore a tracolla non ha violato alcuna legge. Negli Stati Uniti, la libertà di avere armi è sancita dalla Costituzione. Tanto che le autorità di Phoenix hanno subito spiegato che i dodici (12, non 1) contestatori armati che si sono recati fuori dall’edificio in cui Barack Obama avrebbe tenuto un discorso ai veterani, non potevano essere arrestati, ma solo controllati.
Le manette non potevano scattare neppure per chi portava in spalla un fucile perché le leggi dell’Arizona non dicono nulla al riguardo. Neppure il Servizio di Sicurezza che protegge Obama ha voluto enfatizzare l’accaduto: secondo un portavoce, il presidente non ha corso alcun pericolo (i dimostranti era pacifici) e non sono mai venuti a portata di tiro. Sarà, ma in molti hanno colto il segnale come estremamente pericolo. Perché, in questo caso, il fulcro del tema non è tanto il diritto a portare armi (su cui si discute da decenni), ma il fatto che coloro che le avevano ai comizi di Obama hanno voluto così dimostrare la loro contrarietà rispetto alle scelte politiche del presidente.

Che da alcuni settori ultraconservatori - più marginali, ma non per questo non meno presenti e attivi - della società americana è visto come l’uomo che sta “snaturando” l’Essenza stessa degli Usa. E la riforma sanitaria, per questi segmenti sociali, diventa il Grande Moloch, l’esempio per eccellenza che esiste questo progetto.
Paul Helmke, Presidente del Centro Brady per la prevenzione della violenza provocata da armi da fuoco, in un commento, ha sottolineato come l’uomo che a Phoenix imbracciava l’AR-15 (un’arma micidiale) abbia dichiarato: “Noi resisteremo con forza a chi vuole imporci la sua volontà sulla base di una maggioranza di voti”.
Una “crociata personale con un fucile in mano - scrive - contro il sistema democratico americano è esattamente la mentalità da terrorista di Timothy Mc Veigh, l’uomo che fece saltare in aria il Murrah Building a Oklahoma City, 14 anni fa”.
Esagerazioni? Sui blog e nei siti, le opinioni sono molte. E qualcuna vicina a quella di Paul Helmke. Come chi, su Drudge Report, dice che, prima o poi, in uno di questi eventi pubblici, sparerà: o contro il politico di turno, o contro la folla.
Altri, proprio per questo, chiedono con urgenza che la legge venga cambiata,che si impedisca di portare armi da fuoco dove si vuole, soprattutto dove si trova il presidente. Chi invece lo ha fatto, si difende, dicendo che in ballo c’è, appunto, la libertà: come William Kostric, l’uomo che si è presentato con un cartello e una pistola per protestare contro Obama. Questa intervista televisiva è l’esempio migliore per capire cosa scorre nella mente e nelle viscere di una certa America. Buona Visione.
Il Ramadan è il nono mese dell’anno islamico, legato al calendario lunare.
È il mese sacro del digiuno. In arabo, “Ramadan” significa “mese torrido”. Nel corso del mese del Ramadan, i musulmani praticanti debbono astenersi dall’alba al tramonto, dal bere, mangiare, fumare e dal praticare attività sessuali.
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Nella foto: A Jakarta, in Indonesia, donne musulmane recitano la preghiera “Tarawih” presso la moschea Istiqlal, a segnare l’inizio del Ramadan. Credits: AP Photo/Irwin Fedriansyah
Toccherà a John H. Durham, procuratore federale noto in passato per le sue inchieste contro mafiosi e politici corrotti del Connecticut, far luce sugli episodi di tortura contro i presunti terroristi islamici accaduti negli anni della war on terror di George W. Bush.
Una dozzina di casi scottanti - secondo un rapporto di 109 pagine del 2004 reso noto ieri dal dipartimento di giustizia - che riguardano solo un pugno di agenti speciali, ma rischiano comunque di aprire un altro fronte, dopo quello sulla riforma sanitaria e sull’Afghanistan, che potrebbe indebolire la presidenza di Obama, già fiaccata da dubbi e ripensamenti nel suo campo e da sondaggi di opinione in rapida discesa dopo la fugace luna di miele post-elettorale.
Un fronte caldissimo, delicato, dove Obama rischia grosso, e i scivoloni sono dietro l’angolo.
Il presidente americano è consapevole di questi rischi, sa di muoversi su un terreno minato. Sa che deve evitare una rivolta degli 007 che potrebbe compromettere il futuro politico della lotta contro Al Qaeda e della sua presidenza. E sa anche che la Cia non ha alcuna intenzione di farsi processare dai politici, fossero anche condannati pochi suoi uomini coinvolti nei cosiddetti interrogatori rafforzati voluti dal duo Bush-Cheney.
Avrebbe scelto quindi, sulla questione degli interrogatori, la linea della moderazione. Delle rassicurazioni agli agenti speciali e ai vertici della Cia. La linea, per alcuni suoi critici (di sinistra), dell’ambiguità. Tra questi avversari liberal di Obama, per citarne uno, Jack Balkin, professore di Legge a Yale, tra i primi - dopo l’iniziale infatuazione - a prevedere per esempio che la politica antiterrorista di Obama sarebbe stata “no a Guantanamo, ma possiamo farne un altro altrove”. Un altrove di cui Obama - secondo le associazioni dei diritti umani americani - non parla mai: nella base Usa di Bagram, in Afghanistan, dove ci sarebbero - secondo i liberal, senza alcun rispetto delle garanzie per gli imputati - più di seicento detenuti per terrorismo. Dove sta la differenza con Bush?
In una email inviata ieri a tutti i dipendenti dell’Agenzia di Langley, Leon Panetta, già uomo di Bill Clinton, ora direttore della Cia, ha scritto ai suoi uomini che difenderà fino in fondo “tutti gli ufficiali che hanno fatto ciò che la loro nazione gli ha chiesto e che hanno seguito le disposizioni legali ricevute”.
“Questa - ha aggiunto, per ricordare a Obama i suoi impegni presi a luglio durante un colloquio riservato a Langley con gli agenti incaricati di interrogare i prigionieri - è anche la linea del presidente”. Obama deve aver afferrato il messaggio: a dover rendere conto degli abusi contro i prigionieri non sono per il capo della Cia gli agenti coinvolti negli interrogatori rafforzati (ammesso che abbiano agito nel rispetto delle disposizioni) bensì chi, quelle disposizioni, ha autorizzato. Ovvero, l’ex vicepresidente Dick Cheney (che non perde occasione per attaccare la mollezza di Obama nella lotta contro il terrorismo). La Cia - in sostanza - non si fa processare, né intende pagare per colpe (politiche) che non sono sue.
Anche su questo punto Obama ha però scelto la linea del pragmatismo, dimostrando ancora una volta - secondo i critici liberal dell’attuale presidenza - che il limite di Obama non è la sua (presunta) irruenza riformista, ma il suo cerchiobottismo. Il suo non voler aver nemici, né a destra né a sinistra, finendo per averne sia a destra che a sinistra.
Un processo a Bush e a Cheney sull’affaire torture? Nient’affatto, anche qui: nessun processo politico ai suoi predecessori: per non rompere il clima bipartisan necessario a far approvare i suoi provvedimenti. Ma anche nessun processo a quegli agenti che, avendo agito in buona fede, si sono limitati a eseguire ordini del vice Bush: per non gettare scompiglio nell’Agenzia, mettendosi contro gli 007 e indebolendo così la lotta contro Al Qaeda, soprattutto lungo il confine afghano-pakistano.
A conferma di questa linea - che si muove sul crinale tra sicurezza nazionale e rispetto delle leggi - basti sottolineare due elementi: il primo riguarda la pubblicazione della foto delle torture ai prigionieri afghani e iracheni da parte di agenti Cia. E’ stato lo stesso Obama, a maggio, a porre il veto. Il secondo riguarderà le rendition - la pratica degli interrogatori nei centri di detenzione Cia in Paesi terzi: continueranno, come prima. Certo, c’è una piccola ma sostanziale differenza rispetto all’era Bush: gli interrogatori ai presunti terroristi dipenderanno da un organismo di agenti Fbi (e non Cia) che risponderanno direttamente al presidente. Farà testo - per gli interrogatori - non il manuale Cheney, ma il generico manuale da campo dell’Esercito. Anche qui, una decisione, che senza volerlo, ha indispettito non poco l’Agenzia. Anche su questo punto, quello dei centri di detenzione extraterritoriale - Obama, per non prestare il fianco alle critiche della destra americana, ha finito per scontentare molti. Anche tra coloro che lo avevano votato.
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