Il vero vincintore delle elezioni presidenziali in Afghanistan non sarà né Ahmid Karzai (45,9% a metà scrutinio) né il suo rivale Abdullah Abdullah (33%), il medico-oculista ed ex ministro della Difesa che ha accusato gli uomini del presidente di aver pesantemente manomesso la regolarità del voto.
Il vero vincitore - secondo l’opinionista Hillary Mann Leverett, di Foreign Policy - si chiama Mohammed Qasim Fahim, il più potente warlord afghano in odore di narcotraffico. 51 anni, ex capo del servizio di sicurezza del comandante Massoud, ex ministro della Difesa sotto il primo Karzai, Fahim è assieme a Hekmatyar uno dei più chiacchierati e potenti leader militari della scena afghana ed è passato indenne da tutte le stagioni che ha attraversato il Paese negli ultimi vent’anni: si vocifera che, in qualità di capo del servizio di sicurezza dello stesso Massoud, abbia persino svolto un ruolo nell’omicidio del Leone del Panchir alla vigilia dell’11 settembre 2001 ad opera di due finti giornalisti mediorientali legati ad Al Qaeda. Ed è certo che, nell’indifferenza della precedente Amministrazione americana, pur di mantenere intatto il suo potere, non abbia esitato ad allearsi con i peggior tagliagole afghani, taliban e narcos compresi.
Di certo c’è anche che in qualità di ex ministro della Difesa di Karzai, Fahim, di etnia tagika, conosce gli apparati di sicurezza afghani come le sue tasche ed è considerato dalle associazioni per i diritti umani uno dei più violenti e potenti signori della guerra locali.
È chiaro che, se così fosse, e quella di Foreign Policy fosse qualcosa di più di una provocazione giornalistica, questo signore della guerra tagiko che ha ricoperto anche l’incarico di vicepresidente sotto il primo governo Karzai si troverebbe a gestire - in una situazione di anarchia quale quella che potrebbe scaturire dal ballottaggio di ottobre - un potere invisibile che lo renderebbe di fatto il presidente-ombra dell’Afghanistan. L’uomo dal quale dipende, al di fuori di qualsiasi legge stabilita dal Parlamento (dove per altro siedono capi tribù, trafficanti e war lords vicini ai taliban), la tenuta del governo e la stabilità civile del Paese.
Di lui si è detto che ha collaborato col governo-fantoccio dei sovietici fino alla vigilia della resa, nel 1989, quando ha deciso - con una giravolta degna dei più spregiudicati opportunisti - di allearsi con Massoud. C’è però, in queste elezioni afghane, un altro possibile sconfitto - ha avvertito ieri il generale McChrystal, comandante delle forze Nato in Afghanistan. È il presidente americano. O meglio è il progetto, che già era di Bush, di stabilizzare (o di democratizzare) l’Afghanistan.
Perché, se nel Paese asiatico vincono i Fahim, e se - come ha scritto McChrystal - ci vorranno anni prima che esercito e polizia afghani possano farcela da soli, l’unica alternativa che rimane alla coalizione occidentale è quella di abbandonare qualsiasi ipotesi di exit strategy e rimanere ad oltranza, per almeno altri quattro anni. Per competare il lavoro. E per dimostrare che Enduring Freedom a qualcosa è servita. Non solo a riportare al potere war lords e taliban riverniciati per l’occasione.
- Martedì 1 Settembre 2009


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