di Marina Castellaneta e Anna Jannello
Nella Cecenia che il presidente Ramzan Kadyrov vorrebbe «pacificata» si continua a morire. Un conflitto a bassa intensità , quello attuale, che però contraddice le dichiarazioni sia dell’uomo forte voluto da Mosca sia del premier russo Vladimir Putin sulla conclusione (vittoriosa) delle operazioni contro i separatisti ceceni.
La pace, sbandierata anche dal presidente russo Dmitri Medvedev, che nell’aprile 2009 ha deciso il ritiro delle truppe da Grozny, appare ancora lontana. Soltanto ad agosto ci sono state decine di vittime fra poliziotti e civili; tre attentati di kamikaze nell’ultima settimana.
Dall’invasione dei carri armati russi, dicembre 1994, non c’è tregua alle sofferenze dei ceceni, provati da due guerre in 15 anni. E non solo per le decine di migliaia di cittadini rimasti uccisi sotto i bombardamenti di Grozny. Molti giovani poco più che ventenni sono scomparsi dalle proprie case nella notte. O per strada, alla luce del giorno. Senza che nessuno indaghi e cerchi i mandanti.
Per abbattere il muro del silenzio e fare luce sulle sparizioni dei loro figli, mariti, fratelli, le donne cecene si sono rivolte alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo. Istituzione che dal 1959 garantisce il rispetto dei diritti riconosciuti nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo, vincolante per 47 stati, Russia inclusa. Se i diritti fondamentali, come quello alla vita, vengono violati da uno stato, le vittime possono fare ricorso alla corte. Che, accertata la violazione, condanna lo stato in causa e impone alle autorità nazionali il pagamento alle vittime di un indennizzo monetario e anche la riapertura di indagini.
Dal 24 febbraio 2005, data della prima sentenza di condanna alla Russia per sei giovani rapiti in Cecenia, Mosca ha accumulato 117 verdetti di responsabilità . I ricorsi a Strasburgo continuano: alla Corte europea ne sono pendenti 249 per sparizioni forzate nel piccolo stato caucasico. Le sentenze ricostruiscono uno scenario agghiacciante, simile a quello dei desaparecidos argentini e cileni.
L’ultima, del 23 luglio scorso, ha come protagonista Zara Mutsayeva. Suo figlio Khizir, 21 anni all’epoca dei fatti, viene fermato e costretto da uomini in uniforme a salire su un’automobile la mattina del 27 agosto 2001. Da quel momento il buio. I genitori chiedono, invocano, vogliono sapere. Il padre di Khizir muore e Zara Mutsayeva, da sola, parte per Strasburgo. La Corte europea squarcia il velo sui fatti: molti testimoni hanno visto scomparire il giovane nel centro di Urus-Martan a bordo di un veicolo militare, nell’ambito di un’operazione di sicurezza.
Considerata l’assenza di spiegazioni da parte delle autorità locali, la corte «ritiene che bisogna presumere che il giovane è morto e che lo stato in causa è responsabile del decesso». Tradotto in termini giuridici vuol dire che la Russia ha violato l’articolo 2 della Convenzione europea che impone agli stati di rispettare il diritto alla vita.
Malgrado le denunce e gli appelli allora rivolti da Zara Mutsayeva, le indagini sono state ritardate, sospese all’improvviso e poi riprese. Per oltre 7 anni nessuna risposta le è pervenuta dalle autorità locali. Ne consegue la violazione dell’articolo 3 che vieta trattamenti disumani e degradanti, dell’articolo 5 che proibisce detenzioni illegali e dell’articolo 13 che impone agli stati di garantire ricorsi giurisdizionali effettivi alle vittime. La Corte europea ha concesso 35 mila euro di indennizzo alla madre di Khizir. Poca cosa, ma conta che un organo giurisdizionale internazionale abbia potuto fare luce su un pezzo di storia, far parlare le vittime per bocca delle madri e svelare gli orrori in Cecenia.
Nel lungo percorso per ottenere giustizia, Zara Mutsayeva non è stata sola: due organizzazioni non governative (Ehrac e Memorial) l’hanno sostenuta anche sul piano processuale. Ehrac (European human rights advocacy centre) è sorto nel 2003 all’interno della London Metropolitan University.
«Il nostro obiettivo è assistere privati cittadini, avvocati, ong in Russia, Georgia e altre repubbliche ex sovietiche nei loro appelli alla Corte europea» spiega a Panorama l’avvocato Philip Leach, direttore del centro. «Operiamo in stretto contatto con Memorial, organizzazione russa sorta negli anni della perestroika, che ha sedi a Grozny e a Urus-Martan. È lì che si crea il primo contatto con le madri dei ragazzi spariti». Natalia Estemirova lavorava proprio nell’ufficio di Memorial nella capitale cecena: il mattino del 15 luglio scorso è stata rapita dal suo appartamento. Il corpo è stato trovato alla sera in Inguscezia.
«Le autorità russe negano i fatti: sostengono che i giovani siano spariti di casa per entrare in clandestinità e lottare con i ribelli» dice Roemer Lemaitre, belga, responsabile dell’ufficio legale a Mosca di Russian justice initiative, ong che assiste le madri degli scomparsi aiutandole a preparare i processi presso la Corte europea. Come nel caso di Lecha Basyev, trascinato via dalla sua casa il 5 luglio 2002 da uomini armati che parlavano in russo. La sentenza del 28 maggio scorso ha ritenuto Mosca responsabile di violazione del diritto alla vita, del divieto di tortura, di detenzione illegale, violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare e per non avere garantito un rimedio giurisdizionale alle vittime.
In 3 mesi, da aprile di quest’anno, la cancelleria della corte ha comunicato alla Russia 19 casi: vuol dire che i ricorsi hanno già superato il filtro di ricevibilità e, prima di emettere la sentenza, viene data a Mosca la possibilità di replicare alle accuse.
Fra questi casi più recenti, Strasburgo ha contrassegnato come prioritario quello di Toita Shamsayeva, madre di Apti, 19 anni, assistita dagli avvocati di Memorial. La notte tra il 24 e il 25 maggio 2009, Toita viene svegliata da un rumore di passi nel cuore della notte: di fronte a lei dieci uomini incappucciati dichiarano di essere agenti di sicurezza. Puntano una torcia sul marito: troppo vecchio. Svegliano Apti, che scompare quella notte. L’unica risposta alla denuncia dei genitori è che probabilmente il giovane ha raggiunto un movimento insurrezionale in Cecenia e che il suo rapimento è stato una messinscena.
Mosca deve dare conto anche al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa (organo cui spetta il monitoraggio sullo stato di esecuzione delle sentenze) sulle misure adottate per eseguire concretamente i verdetti di condanna.
La Russia in genere provvede al pagamento degli indennizzi. Nel 2008, condannata a versare 3.762.987 milioni di euro (inclusi anche casi non ceceni), ha pagato il 61 per cento degli importi dovuti. Mosca, però, ha bloccato l’entrata in vigore del protocollo 14, ratificato da tutti gli altri stati, necessario per accelerare i procedimenti e garantire maggiori poteri al comitato dei ministri sull’esecuzione delle sentenze.
Adesso il Consiglio d’Europa prova ad aggirare il niet russo con il protocollo 14 bis.
- Venerdì 4 Settembre 2009
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Commenti
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Il 6 Settembre 2009 alle 15:55 Desaparecidos anche in Cecenia « Sottoosservazione’s Blog ha scritto:
[...] http://blog.panorama.it/mondo/.....n-cecenia/ [...]
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