
- (AP Photo/The News Tribune, Janet Jensen)
Apro volentieri questo blog sulle pagine elettroniche di Panorama parlandovi della tavola rotonda organizzata a Firenze la sera dell’8 settembre da Emergency, l’Ong specializzata in assistenza sanitaria che in questi giorni festeggia i suoi primi 15 anni di vita.
A parte la clamorosa coincidenza di un incontro sulla missione militari italiane proprio l’8 settembre, il giorno dell’armistizio, il dibattito gestito da Peacereporter già dal titolo “Afghanistan: una missione diversamente difensiva” lasciava intendere quali fossero le tesi di fondo e del resto sia Peacereporter sia Emergency (e Gino Strada per primo) non hanno mai nascosto l’opinione che le guerre in Iraq e Afghanistan vadano concluse con il ritiro immediato di tutte le truppe straniere.
Tra i relatori, oltre al sottoscritto, anche il generale a riposo Fabio Mini, il giornalista Emanuele Giordana e il dottor Marco Garatti, coordinatore degli ospedali di Emergency in Afghanistan mentre ad aprire i lavori ha provveduto Nico Piro, inviato del TG3 con una corrispondenza telefonica dal confine afgano-pakistano dove si trova embedded con la Quarta divisione americana.
Il conflitto afgano può definirsi a bassa intensità poiché le vittime sono tutto sommato limitate ma il confronto sul piano mediatico, della guerra delle informazioni e della propaganda ha raggiunto invece un’intensità altissima. Non sfugge purtroppo a questa logica il video presentato da Enrico Piovesana che ha intervistato alcuni civili feriti durante gli scontri a Helmand. Una buona parte di essi accusano le forze internazionali di averli colpiti, altri invece ammettono di essere stati vittime dei talebani ma attribuiscono la colpa delle loro disgrazie sempre alle forze alleate, la cui presenza ha scatenato l’azione degli insorti.
Nessuno tra i tanti feriti che vengono medicati all’ospedale di Emergency è almeno un po’ arrabbiato con i talebani? Eppure proprio in quella provincia i miliziani colpiscono più duro obiettivi militari e civili. Possibile che nessuno da quelle parti ne abbia le tasche piene dei miliziani del Mullah Omar?
Il video, che potrebbe essere tranquillamente distribuito dall’ufficio stampa talebano, ha costituito un buon pretesto per sostenere la tesi che in Afghanistan la gran parte dei civili uccisi è stata colpita dalle truppe alleate. Tesi ardita, confutata dai dati delle agenzie internazionali e che può essere tenuta in piedi solo dalla considerazione, tutta da provare, che molti talebani uccisi fossero in realtà non combattenti.
Per la cronaca gli ultimi dati della Missione Onu rivelano che nei primi sei mesi del 2009 sono morti in guerra 1.013 civili dei quali solo 200 colpiti per errore dalle forze alleate, mentre i talebani uccidono quasi sempre con consapevolezza considerando le rappresaglie e gli attentati suicidi che solitamente conducono contro la popolazione.
Dopo 20 anni trascorsi a occuparmi di guerre continuo a stupirmi di come i pacifisti ideologici, quelli “senza se e senza ma” finiscano per fare da cassa di risonanza alla propaganda “nemica” e continuo a chiedermi se lo facciamo senza esserne consapevoli, presi dalla foga di contestare gli “amerikani e i loro servi” o se invece cooperino con lucidità alla causa anti-occidentale.
Mi sono posto per l’ennesima volta questa domanda a Firenze, quando il dottor Garatti ha sostenuto il ritiro immediato dei militari alleati (guarda caso, la stessa cosa che chiedono i talebani) lasciando risolvere agli afgani le loro questioni interne come se questo non significasse un gigantesco bagno di sangue e il ritorno dei talebani e di al-Qaeda a Kabul.
Eccessivamente fazioso anche chiamare “forze d’occupazione” le truppe alleate che sono in Afghanistan dietro precisa richiesta del governo di Kabul e con un mandato che deriva da una risoluzione dell’Onu rinnovata ogni anno.
Così come non è possibile accettare passivamente le speculazioni sulle vittime civili dei raid alleati, quasi sempre gonfiate da interessi locali per i risarcimenti in denaro e da una propaganda talebana che gode di fin troppo credito da noi.
La recente strage a Kunduz ha costituito il pretesto per chiedere la fine dei bombardamenti aerei come se i jet alleati, oltre a provocare a volte “danni collaterali”, non fossero indispensabili ogni giorno per salvare la vita a soldati alleati e afgani caduti in imboscate in qualche area sperduta del Paese.
In realtà la percezione che va consolidandosi è che gli occidentali e in particolare noi europei, abbiamo perso la cognizione di cosa sia una guerra e le nostre leadership politiche e l’opinione pubblica non hanno la “tenuta” necessaria ad accettarne le conseguenze che includono vittime anche civili e caduti tra i nostri soldati. Un punto debole sul quale i talebani giocano le loro uniche chanches di vittoria.
*Il resoconto completo, anche se un po’ “fazioso”, del dibattito di Firenze.
- Giovedì 10 Settembre 2009


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Commenti
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Il 12 Settembre 2009 alle 18:38 enrico fumagalli ha scritto:
Egr. Gianandrea Gaiani, saranno pure 20 anni che si interessa di guerre ma a quanto pare ne capisce ben poco. Qui non si tratta di fare il gioco del nemico ma di essere obbiettivi, cosa che nel suo articolo ignora. Un suo collega scrisse un articolo rivelatore, chi si arruola ai talebani, guadagna 4 o 5 volte quanto le forze governative, quindi rischio per rischio optano per chi paga meglio, d’altra parte pure le nostre truppe come quelle della coalizione non è che vadano per sport, una bella percentuale di interesse pecuniario non manca, alle truppe USA serve pure per ottenere la cittandinanza. Forse nei suoi 20 anni non ricorda che chiamati dal governo di Kabul, intervennero i russi ma poi si ritirarono, con armamenti USA e relativo sostegno, le cose si complicarono. Da qualche parte ieri ho letto che prima dell’intervento USA e occidentali, i talebani controllavano il 15%, ora sono al 90% del territorio, forse l’articolista ha esagerato. Va considerato pure che ora i talebani non godono di protezione e aiuti di potenze straniere, quindi combattono con le armi che hanno a disposizione, comprese le rappresaglie che tutti, guerriglieri, partigiani o faccia lei, hanno e avranno sempre questo modus operandi. Le ricordo che i primi atti terroristici risalgono all’operato degli ebrei in Palestina facendo saltare in aria locali pubblici frequentati dagli inglesi quindi i terroristi non hanno inventato niente, solo imitato. Resta infine il fatto che gli occidentali non sono di casa e chi gioca in casa ha sempre un vantaggio. Io non ho le sue esperienze belliche pero una distinzione l’ho fatta, dopo l’attentato alle torri, quelli ce l’avevano con gli USA ed era una questione che dovevano vedersela loro e noi starne fuori, se poi ne abbiamo subito degli attentati, fu perché stupidamente ci alleammo con gli USA. Quindi non è il caso di deridere i pacifisti, si tratta di evitare conflitti stupidi per interessi reconditi che han nulla a che vedere con la democrazia o balle varie.
Il 15 Settembre 2009 alle 13:38 dellelmodiscipio ha scritto:
Noi avremmo perso la percezione di cosa sia una guerra, dice? Forse è Lei, articolista, reporter dall’Italia, che ha perso la cognizione di cosa sia un articolo di guerra! Intervisti, questo sarebbe interessante, i reduci dall’Afganistan, se glielo permettono, e se non glielo permettono ce lo faccia sapere, tanto per INFORMARCI su cosa sia la guerra.
Il 15 Settembre 2009 alle 18:05 nhico ha scritto:
Rita Lupo, quando li vide arrivare in caserma, tirò un sospiro di sollievo. Con la gola in fiamme, aveva passato l’ultima ora dentro la sua Smart a tenere sottocchio l’entrata principale e il passo carraio. Tutta colpa di quella telefonata anonima che le aveva riempito il culo di pepe. Che sollievo sarebbe stato per il mondo, se tutti i suoi abitanti si fossero decisi a farsi i cazzi propri! Incrociò le dita e, a testa alta, si avviò verso la caserma e la conclusione di quella giornata che davvero più lunga non sarebbe potuta essere.
«Quando si dice le coincidenze!», esclamò Rallo, ricevendola. Senza fornirle spiegazioni per un inizio così misterioso, l’invitò a sedersi. Girò intorno alla scrivania, seguì la linea del suo collo snello dal filo di perle coltivate all’orecchino con goccia, e si andò a sedere sull’altra poltroncina. «In che cosa posso servirla, signora Lupo?»
«Prima, vuole essere così gentile di rispondere lei ad una mia domanda?»
Stringeva con forza il fermaglio della sua borsetta, tradendo l’ansia e l’insicurezza che aveva dentro e rendendosi più vulnerabile, ma non riusciva a staccare le dita da quella fibbia.
«Se posso.»
«A quali “coincidenze” ha alluso, capitano Rallo?»
«Oh, niente! Una cosa senza importanza. Non ci si soffermi e si concentri invece su quello che mi deve dire.»
«Mi sento così impacciata. Inoltre, ad essere sincera, mi chiedo se abbia fatto bene a venire qua.»
«Questo lo lasci decidere a me.»
La sua monumentale indifferenza, l’aveva colta impreparata. Ma non poteva farci nulla né aveva modo di sollevare obiezioni. Prese nota però del suo nero seppia sotto gli occhi, che non gli era venuto certamente friggendo pesci. Che ne era stato di quel suo fuoco che sembrava divampare con la stessa velocità di un incendio in un campo di grano maturo? Nell’attesa di capire il motivo di quel voltafaccia, ignorò quell’atteggiamento spinoso, e del tutto imprevedibile, e gli rivolse quel suo sorriso da ragazzina innocente, contraddetto dagli occhi diabolicamente maliziosi. Contemporaneamente, superba di quello che lasciava vedere la sua scollatura vertiginosa, si abbassò verso di lui come per farle una confidenza e, cercando in ogni modo di portarlo dalla sua parte, lasciò partire la domanda.
«Posso contare sulla sua discrezione?»
La sua venuta, così inaspettata, non poteva che riguardare i due omicidi. Lo spazio di interpretazione era tuttavia molto ristretto. Su questo lui si stava arrovellando. Ma non era il solo problema. Aspettando che lei iniziasse a parlare, non sapeva decidersi a darle una spallata. Non essendo certo dell’effetto che la stessa avrebbe potuto avere. Così si mantenne sul vago.
«Non posso dirle né sì né no, se prima non so di che cosa stiamo parlando.»
«Capisco», disse lei cedendo alla delusione. «Spero solo di non dovermene pentire.»
Da quando aveva messo piede lì dentro, forse perché oppressa dall’elemento architettonico dominante che erano le inferriate alle finestre, forse perché lui non faceva niente per aiutarla, o forse perché pensava di essersi buscata l’influenza, non riusciva ad essere ottimista. Rallo guardò l’orologio e la sollecitò.
«Non vorrei metterle fretta, ma…»
«Ha ragione, capitano Rallo, sto abusando della sua pazienza. La verità è che, a pensarci bene, potevo anche non venire. Certamente è lo scherzo di qualche stronza, mi scusi l’espressione, che vuole divertirsi alle mie spalle. Sì, non può che essere così.»
Quasi a voler aumentare quel suo senso di oppressione, che già di per sé lei aveva in discreta quantità, lui si alzò e ritornò a sedersi dietro la scrivania.
«Coraggio, si cavi il dente, signora Lupo! Tanto da qui non esce, se prima non avrà svuotato il sacco.»
«Io, la odio la poltrona del dentista! Ma avrei preferito dieci di quelle sedute.»
«Ne è proprio sicura? Con la bocca aperta, trapano e tubicino in azione, e tutte quelle dita in bocca!»
Rise.
«Veramente no.»
«L’ascolto.»
«Al ritorno dal funerale ho ricevuto una telefonata anonima. Era una voce di donna, dura e cattiva. Parlava come se avesse avuto un fazzoletto in bocca. Impossibile da riconoscere. Mi diceva che finalmente avrei scontato tutte le mie malefatte, che non per molto ancora avrei continuato a rubare gli uomini alle altre donne, e che i carabinieri mi avrebbero messo a posto. Mandandomi a marcire in galera.»
«Ha potuto registrare la telefonata?»
«Certo che no! Come avrei potuto farlo?»
«Le parole precise le ricorda?»
«Sì. Sono una sfilza di contumelie.»
«Che, purtroppo, devo sentire, signora Lupo.»
«Un vitupero, capitano Rallo! Lo sproloquio di un’esaltata! Non è facile, mi creda, ripetere quegli epiteti.»
«Respiri a fondo. Punti lo sguardo su un oggetto qualsiasi di questa scrivania o della stanza e si liberi di questo peso. Mi consideri, per un momento, il suo confessore.»
Posò la borsetta a terra. Si girò di novanta gradi verso di lui. Appoggiò i gomiti sulla scrivania e incrociò le mani. Su quella specie di sella che si era venuta a formare, vi poggiò il mento. Respirò a fondo e, guardandolo dritto negli occhi, inserì la spina.
«Puttana, ascolta e piangi! Stronza puttana, te la puoi murare! Lì dove ti manderanno, non potrai succhiare neppure quello di quel cornuto di tuo marito. E per quanto riguarda il bel capitano dei carabinieri, la sola cosa che ti infilerà saranno le manette! Stronza! Finalmente è finita per te! L’hai preso a metri, ma è arrivata l’ora di cacarlo a rotoli! Piangi, puttana, piangi!»
Intorno alla scrivania scese un lungo silenzio. La voglia di toccarsi e di ispezionarsi aveva acceso la loro fantasia erotica come la prima volta che si videro. Solo quando i loro respiri tornarono normali, lui la punse.
«Ha altro da dirmi?»
La donna tolse il mento dall’arcione, i gomiti dalla scrivania, e ritornò alla sua posizione originaria. Si aggiustò il tailleur blu e poi accavallò le gambe, facendo assumere alle stesse una postura da manuale.
«No. Ho riferito le esatte parole.»
«Non mi sono riferito solo alla telefonata, ma al resto», precisò lui, rendendosi conto che doveva tenere la barra del discorso in mano, se voleva tenere in pugno quella scapestrata.
«No, niente da aggiungere.» Guardò verso la finestra che dava nella centralissima via Generale Ciancio. «Del resto, anche se dopo quella telefonata tutto nella mia mente è così lontano da sembrare accaduto da un’eternità, ne abbiamo parlato proprio stamattina, appunto.»
«Ne è certa?», l’incalzò Rallo, con il tono compiaciuto di chi sapeva che così non era.
Il tempo di assimilare la domanda e cambiò di colpo espressione e atteggiamento mentale. Aveva appena commesso un errore. Escluse che ne avrebbe commesso un secondo.
«Lei farebbe venire i dubbi anche agli angeli!»
«Ebbene sì, sono uno che fa questo effetto alle donne! Ma lei mi parli di questi suoi dubbi angelici.»
La donna allargò le braccia in segno di resa incondizionata.
«Una sola cosa mi viene in mente, ma la pertinenza sul fatto accaduto, o sui fatti accaduti, Teleplutia ne sta facendo una questione di vita o di morte per ciascuno di noi, non la vedo. Se vuole, ad ogni modo, gliela posso riferire.»
«Lo voglio!»
«Niente. Sabato, trovandomi nei pressi dell’ospedale, e avendo saputo da una conoscente che la signorina Settembrino era stata operata d’urgenza, sono andata a trovarla.»
«Sorvolo su tutto», le disse lui, con la magnanimità di chi aveva raggiunto l’obiettivo e stava per verificare una deduzione da qualche tempo coltivata. «Sorvolo sul perché si trovava al Monte, sul nome della conoscente, sul come mai fosse così preoccupata per la salute della Settembrino, della quale a noi non ha saputo fornire neppure l’indirizzo, e le chiedo solo una cosa: perché è andata a trovarla?»
«Al Monte», iniziò lei pronta a controbattere punto per punto, «c’è l’unica pescheria in cui si può comprare del pesce degno di questo nome, e c’ero andata per questo. Lì ho appreso del ricovero di alcune signore per un mezzo avvelenamento da cibi guasti e di quello che era capitato alla Settembrino. Ero a due passi e ci sono andata. Tutto qui. E chi le ha riferito il fatto, certamente, le avrà anche detto che in tutto mi ci sono trattenuta solo pochi minuti.»
«Sì, il contorno, combacia tutto», disse lui rassegnato ad aspettare ancora qualche altro minuto, «ma non mi ha ancora detto la cosa più importate. Quella che voglio sapere. E siccome, con molta probabilità», e condì quella sua bugia con l’olio di ricino di una inesistente minaccia, «anche altri le faranno la stessa domanda, è meglio che cominci a fare pratica con me.»
«Vedo che una certa signora», imprecò lei, cadendo nella rete, «non ha perso tempo ad aprire la sua boccaccia!»
«Di quale signora sta parlando?», disse lui sbucando, molto imprudentemente, dal riparo delle nuvole.
Lei rizzò la testa. Una mangusta che sente il serpente.
«Non finga di non sapere. Se dobbiamo giocare a carte scoperte, la regola vale anche per lei.»
«Toccato!» Nel timore che quella rossa in minigonna scoprisse per tempo il suo bluff, ripiegò velocemente. E buttandosi alle spalle lo scampato pericolo, cercando di non mettere il piede su una delle mine che lui stesso aveva disseminato, la spronò. «Allora?»
«Quel mercoledì sera», disse lei finalmente decisa a parlare, «le avevo sentite litigare. Non era la prima volta. Ma, dal tono delle voci e dallo spezzone di conversazione che ero riuscita ad afferrare, si capiva che era qualcosa di diverso del solito più o meno tumultuoso scambio di opinioni.»
«Che cosa si dicevano?»
«La Russello le rinfacciava che lei non era diversa da tutti gli altri e lei le rispondeva che, se veramente la pensava così, non era altro che una vecchia scimunita. E giù di questo passo, fino a quando la Settembrino se ne andò sbattendo la porta.»
«Ricorda che ora fosse?»
«Mancava qualche minuto alle ventuno.»
«Ne è proprio sicura?»
«Sì!»
«Perché, sì? L’ora è un punto di riferimento molto importate. Ha guardato l’orologio? Ha fatto qualcosa che possa essere legato a quel momento preciso?»
«Mi ricordo che, guardando l’orologio, ho commentato tra me e me che quella loro amicizia aveva perso, anche ai loro stessi occhi, la trasparenza cristallina cui sembrava tanto ancorata.»
«Perché dice anche ai loro stessi occhi?»
«Perché, almeno per me, così non era.»
«Come fa a dirlo?»
«Non lo so! Sono sensazioni. Pensieri che ti vengono in testa per le cose che in quel momento cogli. E per me quella loro amicizia si era incrinata già da un bel pezzo.»
«Ha sentito rumori insoliti, dopo che la Settembrino ha lasciato l’appartamento?»
«No. C’era il consueto ronzio delle centrifughe. Per me e le mie amiche, quelle ore di ogni mercoledì sono le ore del bucato grosso.» Gli fece un largo sorriso, che lui non ricambiò, e aprì un sottocapitolo. «Capitano Rallo, non c’è niente che lei possa fare per evitarmi il fastidio di ripetere le stesse cose ad altri?»
«Forse potrò fare qualcosa», acconsentì lui simulando una scarsa partecipazione, «ma non posso prometterle niente.»
«Per favore, mi tenga lontana dal commissariato di polizia», lo supplicò lei, con la dolcezza accorata di una vedova bisognosa di aiuto e pronta, per strappargli qualcosa di più e di diverso di quella tiepida assicurazione, ad ogni piacevole sacrificio. «La carriera di mio marito è ad uno snodo cruciale e una pubblicità di questo tipo l’affonderebbe. Allontani da me quest’ipotesi nefasta, la prego. Le resterei grata per tutta la vita.»
«Gliel’ho già detto e glielo ripeto: vedrò quello che posso fare. Ma lei mi svuoti completamente il sacco.»
«Capovolgerò anche il cielo per lei!»
Capovolgere non fa e non faceva rima con succhiare, ma lo stesso lui sentì d’un tratto un grande turbamento.
«Fuori la verità!»
«Corro! La sparizione di quella statuetta, per farla breve, così lei potrà volare al suo appuntamento, si ricorda, vero?, non dell’appuntamento…»
«Sì!»
«…non mi ha convinto per niente. Perciò sono andata a tastare il terreno.»
«E’ andata a ricattarla?!»
Liquidando la cosa con un’alzata di spalle.
«Sì!»
«Che paese! Mi faccia indovinare», la faccia era corrucciata, ma gli occhi sprizzavano divertimento. «E’ andata a trovare la Settembrino in ospedale e le ha promesso che non avrebbe riferito a nessuno di quella loro litigata, se in cambio le avesse dato la statuetta. E’ così?»
«Si. E perdipiù le avevo promesso che non avrei mai parlato con anima viva del vento gelido che già da molto tempo prima aveva fatto scendere la temperatura della loro amicizia sotto zero.»
«Cosa le ha detto la Settembrino?»
«Quattro parole: “Vai a farti fottere!”. E mentre parlava fece un gestaccio con il dito medio della sua mano destra.»
«E allora?»
«Ho fatto dietro front. A volte, non so per quale favorevole circostanza, in un battibaleno, si riesce ad intuire l’indole di una persona in modo inequivocabile. Ed io, specchiandomi in quel pozzo di malvagità che erano diventati i suoi occhi, ho fisicamente percepito, da farmi la cacca nelle mutandine, quanto quella donna, dall’apparenza così innocua, fosse criminalmente pericolosa. E poiché, alla fin fine, non sono altro che una fifona, il capitolo statuetta per me si chiudeva definitivamente in quell’attimo. Per il resto, c’è solo da sperare che lei riesca a fermare questa sequela di atrocità.»
«Perché? Perché non me l’ha detto da subito, senza aspettare che io dovessi tirarglielo con le pinze?»
«Non lo so.» In quel momento era l’unica risposta sicura che poteva dargli.
La presenza della bella Lupo aveva risvegliato e intruppato le sopite tendenze amatorie di quei pacifici uomini di caserma e, al suo uscire, i punti obbligati del suo passaggio erano affollati da gente indaffarata a portare documenti da un ufficio all’altro.
Il 15 Settembre 2009 alle 19:01 Gli articoli suggeriti dal Fazioso ha scritto:
[...] Afghanistan: cari pacifisti, perché occultate sempre i crimini talebani? | Panorama – [...]
Il 17 Settembre 2009 alle 18:35 artisticamente ha scritto:
Il dolore che oggi unisce tanti italiani ci deve spingere a fare qualcosa per fermare e non per continuare a combattere questa guerra.
Come possiamo fingere di non sapere che queste stragi in Afghanistan sono cosa di tutti i giorni?
Che questa storia continua da ben otto anni senza aver risolto uno solo dei problemi che pretendeva di risolvere?
In Afghanistan l’unica cosa funzionante è il traffico internazionale di oppio, e di armi.
E’ tempo che la coalizione della NATO discuta in modo chiaro e aperto su come uscire da quel pantano…
Il 18 Settembre 2009 alle 9:52 enrico fumagalli ha scritto:
Artisticamenete forse non sa che i maggiori consumatori di droga e produttori di armi sono gli USA, se gli togliamo il divertimento e gli introiti, dove vanno a finire.
Il 18 Settembre 2009 alle 15:49 » Dopo l’attentato, tutti pronti a fuggire da Kabul » Panorama.it - Mondo ha scritto:
[...] di far esplodere circa 200 chili di tritolo in una strada affollata. Un’ulteriore conferma (lo avete letto nei giorni scorsi su questo blog) che il pacifismo italiano sembra più incline a dare una mano alla propaganda talebana che a [...]
Il 21 Settembre 2009 alle 14:38 indigesto ha scritto:
I pacifisti! Sono, in genere, quegli sprovveduti convinti che la pace sia un dono del Cielo! Anche Cristo distingueva Cesare da Dio. Al tempo in cui il nostro territorio era ambito dai popoli vicini siamo stati oggetto di ogni brutale invasione e di ogni crudele scorreria e ci siamo dovuti adattare al volere dell’alleato di turno per godere di periodi di pace, ma sempre a prezzo di tributi di vite umane. Il tempo dei Romani ormai era lontano ma il “Si vis pacem para bellum” è purtroppo ancora attuale! Abbiamo avuto alleati scomodi che comunque ci hanno abbligato alla guerra, abbiamo scansato la Pax sovietica ed abbiamo evitato, al suo sfacelo, di emigrare, anche coi gommoni, in cerca di sopravvivenza, come è accaduto ai loro paesi, grazie alla Pax americana. Ora, in virtù di un ritrovato assetto internazionale, ci troviamo a combattere una lotta al terrorismo che è prodromico di giganteschi spostamenti di masse di popolo attratti dal benessere occidentale. E’ già un’invasione strisciante di cui l’Europa già ospita le prime avanguardie pacifiche (le invasioni hanno inizio spesso così) e vogliamo reinventare il cristianesimo con la “Pace in terra agli uomini di buona volontà” magari sostituendo all’immagine di Cristo quella di Che Guevara con una una puntina d’islamismo; tanto per tenerceli buoni acchè ci consentano di fare i pacifisti stando in pantofole, o, tuttalpiù, agitanto cartelli e bandiere nelle piazze. Pura illusione, stupidità o malafede! Ci saranno pure interessi giganteschi sottostanti a queste politiche internazionali ma almeno, visto che non possiamo spartirne tutti i vantaggi, almeno non conviviamo, subendolo, ancora con l’invasore; o, quantomeno, possiamo ancora far finta di non accorgecene. Ma non per molto! Purtoppo questa non è “filosofia”, è la realtà, sempre dura a recepire. Il resto è cronaca, proposta ad uso e consumo della cosiddetta informazione e dei professionisti della politica, con annesse greggi!
Il 25 Settembre 2009 alle 0:12 enrico fumagalli ha scritto:
Mi pare che Mussolini sia entrato in guerra di sua volontà e anche vigliaccamente. Per fortuna che i francesi si arresero subito ai tedeschi, altrimenti arriavavno a Roma. Hitler non lo voleva perchè gli sarebbe stato d’impiccio e infatti ritardò di un mese la’attacco allaRussia per correre a levare il Duce dal pantano greco altrimenti arrivano pure i greci in Italia. I tedeschi poi arrivarono a 40 Km. da Mosca e megari quel mese di ritardo gli costò caro, Non sarebbe sbagliato dire che la germania perse la guerra per colpa di Mussolini che gli fu una palla ai piedi.
Il 25 Settembre 2009 alle 9:54 Afghanistan, il dibattito di Emergency a Firenze « Tashakor… ha scritto:
[...] molto esperto che conosce bene le missioni italiane all’estero. Ecco il suo intervento sul blog di Panorama che tra l’altro segnalo per il suo approccio non sempre “convenzionale” e [...]
Il 1 Ottobre 2009 alle 16:21 Afghanistan nel sangue: quando le vittime sono di serie B - Mondo - Panorama.it ha scritto:
[...] mediatico, provocano le proteste delle autorità afgane, il rammarico delle cancellerie europee , l’indignazione delle organizzazioni umanitarie, del movimento pacifista e di quelle forze politiche che, anche in Italia, chiedono a gran voce il ritiro delle truppe [...]
Il 29 Ottobre 2009 alle 19:49 Afghanistan: gli amici dei nemici - Mondo - Panorama.it ha scritto:
[...] Un tema del quale ci siamo già occupati in questo blog sul quale però intendo ritornare ogni volta che i fatti di cronaca ce ne offriranno l’occasione. I 165 morti di Baghdad, tutti civili tra i quali almeno 24 bambini massacrati da due veicoli-bomba valgono evidentemente molto meno degli afgani uccisi a inizio settembre da un raid aereo della Nato nella provincia afghana di Kunduz. Almeno per i partiti e le decine di associazioni (molte d’ispirazione cattolica) raggruppati sotto il vessillo colorato della Pace che ancora una volta ci hanno “assordato” con il loro silenzio. [...]
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