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Batik colorati di Kuala Lumpur (Credits: La Presse)
All’ombra della nuova guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, questa settimana in Asia è scoppiata una polemica infuocata. I protagonisti sono Indonesia e Malaysia, “i re dei batik d’oriente”, quei tessuti dipinti a mano con una tecnica detta “a riserva” che fanno parte della vita quotidiana dei due paesi da più di un millennio.
Nonostante il termine batik derivi dalle parole indonesiane amba (scrivere) e titik (punto, goccia), Malaysia e Indonesia si contendono da sempre il copyright di questo metodo per colorare i tessuti. Ecco perché a Kuala Lumpur sono rimasti senza parole quando le Nazioni Unite hanno deciso di aggiungere il batik indonesiano alla lista delle tradizioni culturali più importanti del mondo.
Per festeggiare questo importante riconoscimento il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono ha chiesto a tutti i cittadini di indossare un batik il prossimo 2 ottobre.
Originariamente nati da errori casuali nella tintura dei tessuti, dovuti a macchie di grasso o cera che impedivano al colore di entrare in contatto con la stoffa o a tinture di matasse i cui lacci erano legati talmente stretti da lasciare righe non tinte sul tessuto, oggi si chiamano batik le stoffe colorate “a riserva”, mediante la copertura delle zone che non si vogliono tinte tramite cera o altri materiali impermeabilizzanti.

Batik Indonesiano (Credits: Flickr, okh909)
La guerra dei batik è solo l’esempio più recente di una rivalità che dura da decenni. Dopo la guerra del Borneo degli anni ’60 i due paesi continuano a contendersi la sovranità di alcune isolette ricche di materie prime al largo delle rispettive coste. I giovani indonesiani per riferirsi ai vicini utilizzano sempre più spesso l’appellativo maling-sia, in cui maling significa ladro, e nel non troppo lontano 2007 Jakarta ha protestato duramente per l’utilizzo di una canzone popolare indonesiana (o presunta tale) come colonna sonora della campagna turistica Malaysia: Truly Asia lanciata da Kuala Lumpur. Ancora, pochi mesi fa, le numerose (e improvvise) denunce di abusi subiti dalle donne di servizio indonesiane impiegate in Malaysia ha spinto il governo di Jakarta a bloccare il flusso di domestiche dirette verso Kuala Lumpur.
La decisione dell’Unesco di tutelate il batik come patrimono culturale esclusivamente indonesiano non ha fatto altro che alimentare polemiche mai sopite. Dal 2007 la difesa del copyright dei tessuti “a riserva” per Jakarta é diventata un’ossessione: agli stilisti é stato chiesto di inventarsi nuovi modi per utilizzare i batik, come capi di abbigliamento e accessori per la casa. La Ministra delle Finanze Sri Mulyani, famosa oggi per l’eleganza dei batik che indossa, ha spinto molti impiegati pubblici a seguire il suo esempio, e sempre più uffici rispettano oggi la consuetudine del “venerdì in batik”.
Pochissimi sono disposti a riconoscere che, storicamente, nel Sudest asiatico i batik sono arrivati dall’India. Complice l’originalità dei disegni e la brillantezza dei colori, la maggior parte dei batik viene acquistata o importata dalla Malaysia. Le tintorie indonesiane hanno accolto con favore il riconoscimento delle Nazioni Unite perché già da questa settimana gli ordini di batik made in Indonesia sono significativamente aumentati. Ma é evidente che Kuala Lumpur metterà presto a punto un sistema per rispondere a questa provocazione. E la guerra culturale-commerciale continua.
- Mercoledì 16 Settembre 2009
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Commenti
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Il 18 Settembre 2009 alle 11:10 marco1974 ha scritto:
esiste una tradizione che l’ONU non ha messo in qualche lista?
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