
Mongolia: volti (Credits: La Presse)
All’inizio dell’Ottocento, in Mongolia, venne alla luce da genitori poverissimi un ragazzino di nome Danzan Ravjaa.
Sin dall’infanzia, fu costretto a mendicare, ma aveva qualità fuori dal comune che non passarono inosservate. Negli anni dell’adolescenza, il suo acume e la sua attitudine alla poesia attirarono l’attenzione del clero buddhista, che riconobbe in lui la quinta reincarnazione del Lama del Deserto del Gobi.
- Deserto dei Gobi (AP Photo/ Bob Martinson )
- (AP Photo/D. Rentsendorj)
- (Credit Image: © Li Feng/ChinaFotoPress/ZUMA Press)
- Ulan Bator, Mongolia (Credits: La Presse)
- Mongolia: paesaggi (Credits: Marco Cerbo)
- Mongolia: volti (Credits: Marco Cerbo)
- Mongolia, caccia al capretto (AP Photo/Joel Berger, HO)
- Mongolia: volti (Credits: La Presse)
Provare che nel giovane Danzan alloggiasse lo spirito del santo vissuto secoli prima fu semplice, dato che egli riconobbe gli oggetti appartenuti al suo ultimo predecessore, defunto a soli trentun anni dopo una vita non particolarmente esemplare a cui aveva messo fine una condanna a morte per omicidio.
A diciannove anni Danzan completò gli studi religiosi e si ritirò a meditare nelle grotte di Khamariin Khiid (la “terra a forma di naso”), dove presto radunò attorno a sé un cospicuo numero di seguaci. Spirito intraprendente e amante della cultura, Danzan decise di trasformare il complesso di caverne dove si era ritirato in un centro di studi che fosse un faro di civiltà per tutta la Mongolia.
A cinquant’anni, Danzan era a capo di un piccolo impero: a Khamarin Khiid operavano cinquecento monaci in un clima di grande fervore culturale la cui testimonianza più evidente era il teatro (il primo a essere costruito nel Paese). Danzan non si era fermato lì: aveva fondato altri undici monasteri, realizzato studi pioneristici nel campo della medicina e scritto centinaia di poemetti considerati ancora oggi capolavori della letteratura mongola.
La sua realizzazione più celebre, tuttavia, era un’effigie del Guru Rinpoche, l’uomo che portò il buddhismo in Tibet. Dopo l’assassinio di un contadino, Danzan lanciò un appello alla pace, chiedendo che le famiglie della regione consegnassero le loro armi a lui, e con i diecimila coltelli così raccolti commissionò la preziosa statua.
All’apice del prestigio, tuttavia, Danzan cadde vittima di una delle sue concubine, incaricata di ucciderlo con una bevanda avvelenata. Avendo predetto la propria sorte, il Lama scrisse un poema per la donna e bevve il calice, dandosi così la morte. Gli sopravvissero la fama e un ricco tesoro di millecinquecento opere d’arte, che venne sepolto insieme a lui. Il tesoro rimase inviolato per quasi un secolo, fino a quando la Mongolia non fu preda della furia iconoclasta del regime sovietico instauratosi nel 1924. Il custode della tomba di Danzan riuscì a seppellire sessantaquattro pezzi in luoghi diversi prima che il sacrario venisse saccheggiato dalle guardie rivoluzionarie.
Nel 1990 i devoti di Danzan hanno ricostruito il sito di Khamarin Khiid. Tuttavia, per rivedere il tesoro (o almeno ciò che ne è rimasto) si è dovuto attendere fino a pochi giorni fa, quando il figlio dell’ultimo custode della tomba di Danzan ha deciso di rivelare il segreto del nascondiglio scelto da sua padre e di consegnare i preziosi manufatti al museo dedicato alla memoria del Lama del Gobi, dove è possibile ammirare anche la statua dei diecimila coltelli, che era finita non si sa come nelle mani di un collezionista.
- Mercoledì 23 Settembre 2009







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Il 24 Settembre 2009 alle 11:27 Grande carisma, pochi risultati (per ora): il discorso di Obama alle Nazioni Unite - Mondo - Panorama.it ha scritto:
[...] ha anche parlato del conflitto israelo-palestinese. E lo ha fatto all’indomani del breve (e poco proficuo) vertice a tre, presenti il premier israaliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese Mahoud Abbas , [...]
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