
Un militante filo-Zelaya nella capitale honduregna
Da San Paolo - Cresce la tensione in Honduras e cresce ancor di più in Brasile. Al punto che ieri sera un amico, di quelli che legge solo i giornali locali e non sopporta Lula, mi ha detto serissimo: “Ci mancava solo una guerra, guarda in che casino ci hanno messo Amorim (ministro degli Esteri brasiliano ndr) e il Presidente”.
Ho cercato di tranquillizzarlo. Non c’è nessun rischio, amico mio, che tu sia richiamato alle armi, gli ho detto. Per rassicurarlo ho anche citato le parole del ministro della Difesa brasiliano Nelson Jobim che ha escluso in ogni caso un intervento delle Forze Armate brasiliane nella crisi honduregna. Niente da fare: lui, l’amico, continuava ad inarcare dubbioso le sue folte sopraciglia.
Il problema vero è che da quando, otto giorni fa, Zelaya, il presidente honduregno deposto dal golpe lo scorso 28 giugno si è rifugiato con una sessantina di bodyguard e supporter nell’ambasciata brasiliana di Tegucigalpa, quest’ultima è diventata l’epicentro di una pesante crisi diplomatica tra i due Paesi. E anche qui in Brasile, i quotidiani nazionali, soprattutto i più critici verso il governo Lula, non ci vanno certo leggeri, arrivando persino a ipotizzare una guerra tra Tegucigalpa e Brasilia.
Insomma: i dubbi del mio amico saranno anche esagerati, o alimentati da certa stampa, ma la crisi non è affatto un’invenzione di qualche direttore per vendere qualche copia in più…
Ma veniamo ai fatti di cronaca. “Solidarietà a Mel, il nostro leader”, questo lo slogan più gettonato dallo sparuto (500 persone) ma rumoroso gruppo di supporter di Zelaya che ieri si è riunito a Tegucigalpa, questa volta di fronte all’Università. A qualche metro, in tenuta antisommossa, un nutrito numero di soldati dell’esercito dell’Honduras, impegnato fino a poco prima a cancellare le scritte contro Roberto Micheletti sulle pareti della sede diplomatica verde-oro.
- Yolanda Chavarria, 80 anni, supporter di Zelaya
- Janeth Belinda Trochez, 51 anni, supporter di Zelaya
- Fabiola Carcamo, 28 anni, supporter di Zelaya
- Un militante filo-Zelaya nella capitale honduregna
Sempre ieri Micheletti, dopo aver sospeso per 45 giorni la Costituzione tramite un decreto di “eccezione” approvato dal Parlamento, ha fatto chiudere radio Globo e la tv Canal 36, le emittenti che avevano preso le parti di Zelaya, diffondendone nelle ultime ore i proclami lanciati dall’ambasciata brasiliana che incitavano “il popolo dell’Honduras alla disobbedienza civile”.
Tra tante incognite oggi in Honduras due cose sono certe. Innanzitutto la condanna del ritorno di Zelaya da parte di Washington che l’ha definita “irresponsabile” per bocca del suo ambasciatore presso l’OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani. In secondo luogo il già citato “ruolo attivo” assunto in questa crisi dal Brasile, che tanto ha fatto preoccupare il mio amico.
Un atteggiamento, quello del Brasile, che ha mandato letteralmente in bestia il governo golpista honduregno che, sempre ieri, ha dato dieci giorni di tempo al governo Lula affinché decida sullo status di Zelaya.
Se il Brasile gli concedesse l’asilo politico, Zelaya avrebbe un salvacondotto per lasciare Tegucigalpa e dovrebbe, secondo Micheletti, fare le valige al più presto. Se invece il Brasile non gli concedesse l’asilo (e Zelaya continuasse ad incitare alla “resistenza” dall’ambasciata verde-oro), la sede diplomatica brasiliana a Tegucigalpa, secondo i golpisti, dovrebbe chiudere. Certo, il ministro degli affari esteri del governo honduregno si è premurato di escludere qualsiasi “invasione dei locali dell’ambasciata” ma che si tratti di una crisi diplomatica senza precedenti è fuor di dubbio.
Dal Venezuela Lula ha risposto di non essere disposto ad accettare “ultimatum da golpisti”. Ieri, intanto, Zelaya ha parlato telefonicamente all’ONU, denunciando la “dittatura instauratasi in Honduras” e chiedendo all’Assemblea Generale di reintegrarlo alla presidenza.
Sotto pressione anche sul fronte interno e su sollecitazione del presidente del Parlamento honduregno, stamattina Micheletti ha invece fatto sapere che annullerà il decreto di eccezione “al più presto, al momento opportuno” a suo dire, invitando i delegati dell’OSA – respinti 48 ore fa - a rientrare nel Paese. Come andrà a finire se lo chiedono in tanti, compreso il mio preoccupatissimo amico, ma nessuno può dirlo con precisione. Neanche il presidente venezuelano Hugo Chávez, l’organizzatore per sua stessa ammissione del ritorno roccambolesco di Zelaya nell’ambasciata brasiliana in Honduras. Un “pacco dono” bolivariano di cui Lula, anche se non lo ammetterà mai, avrebbe fatto volentieri a meno.
- Martedì 29 Settembre 2009
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Commenti
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Il 30 Settembre 2009 alle 2:06 paolo.manzo ha scritto:
Caro Enrico,
una precisazione che però reputo fondamentale dato l’incipit del tuo intervento. I morti a cui fai riferimento purtroppo ci sono stati eccome (almeno quattro o forse 12 secondo le fonti di Radio Globo) ma nei giorni e nei mesi precedenti. I primi due quando ci fu la manifestazione più partecipata di supporto a Zelaya, con il presidente che sorvolò per alcuni istanti con un aereo Tegucigalpa, l’ultima una povera ragazza che soffriva d’asma e che è invece stata seppellita ieri. Sempre ieri - invece e per fortuna - alla manifestazione dei supporter di Zelaya di fronte all’Università di morti e feriti non ce ne sono stati. Resta il fatto che anche solo un morto rappresenta una vergogna ed una macchia indelebile per i golpisti. Ma c’è anche un altro fatto che mi pare indiscutibile: gran parte della popolazione honduregna sinora non si è schierata. Qualche giorno fa parlavo al telefono con alcuni giornalisti brasiliani, loro sì presenti a Tegucigalpa, che mi spiegavano la loro percezione delle “forze in campo”: a spanne il 10% sta con Zelaya, il 10% con Micheletti il restante 80% con nessuno dei due. Piuttosto il problema che a loro avviso potrebbe portare ad una situazione “rivoluzionaria” e far scendere presto la gente in strada esasperata è la crescente povertà, la disoccupazione e la scarsità di generi alimentari e di consumo. L’embargo commerciale e petrolifero in cui la giunta Micheletti ha fatto precipitare il paese centroamericano è forse la sua colpa principale, naturalmente dopo le uccisioni e la chiusura dei media di opposizione. Sul discorso della moneta, invece, ci sentiamo via e-mail ma dammi almeno una settimana perché il tema è sfizioso ma complicatino, almeno per il sottoscritto. Ciao e a presto
Il 30 Settembre 2009 alle 17:24 paolo.manzo ha scritto:
Aggiornamento sull’Honduras: gli imprenditori richiamano Zelaya
http://blog.vita.it/latinos
La notizia del giorno da Tegucigalpa è che iniziano ad evidenziarsi sempre di più le spaccature all’interno della maggioranza parlamentare ed imprenditoriale che, con esercito e suprema corte, lo scorso 28 giugno rovesciò il presidente Zelaya per sostituirlo con l’oriundo bergamasco Roberto Micheletti. Prima il presidente del Parlamento honduregno ha invitato Micheletti a ritirare il decreto che impone lo “stato d’assedio” e sospende le garanzie costituzionali, accompagnato in questa richiesta da una sfilza di partitini che invece, lo scorso 28 giugno, avevano appoggiato il golpe bianco. In seguito a queste pressioni Micheletti ha detto che annullerà al più presto il decredo d’emergenza ma, per ora, non lo ha fatto. Intanto ieri è tornata a trasmettere via streaming Radio Globo, l’emittente radio pro Zelaya fatta chiudere dall’esercito l’altroieri notte. Una tegola per Micheletti cui se ne è aggiunta un’altra, ben più grave. Un gruppo di imprenditori sino a ieri pro Micheletti ha infatti inviato a Zelaya un’offerta affinché ritorni alla presidenza con poteri severamente limitati. Zelaya ha fatto sapere che la proposta è un “buon segnale” e che spera di parlare con chi l’ha fatta “nelle prossime ore”. A capo dell’offerta c’è il presidente dell’Associazione Nazionale degli Industriali (la Confindustria honduregna) Adolfo Facussé, il cui visto d’entrata negli Usa era stato ritirato da Obama come ritorsione all’appoggio che Facussé aveva dato al governo ad interim di Micheletti dal 28 giugno sino a ieri. La sua proposta prevede che Zelaya sia reintegrato alla presidenza ma che, immediatamente, si sottometta alla Giustizia honduregna per rispondere alle accuse pendenti contro di lui di avere violato la Costituzione, accettando nel caso una sorta di “domiciliari”. Sempre secondo il piano degli industriali, per garantire che entrambe le parti rispettino l’accordo, si chiederebbe l’invio di una forza multinazionale composta da 3mila militari (o poliziotti) di alcuni paesi tra cui il Canada, Panama e la Colombia. Se accetterà l’offerta Zelaya non avrà il comando sulle forze armate sino al gennaio 2010, quando scadrà il suo mandato.
Il 4 Ottobre 2009 alle 19:20 paolo.manzo ha scritto:
Comunque secondo me si mettono d’accordo (mel e mic), su questa proposta non so, ma si mettono d’accordo … E si vedono pure prossima settimana. Poi vediamo se faranno le elezioni a novembre che suxvisiona e che ne esce … Ciao
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