
Il passaggio di consegne tra italiani e turchi
Con la cessione alle forze di polizia afgane della base avanzata nella Valle di Mushai, il contingente italiano a Kabul ha iniziato la fase di rimpatrio che porterà a fine ottobre alla fine della presenza militare italiana nella capitale afgana, che prese il via all’inizio del 2002 poco dopo la caduta del regime talebano.
Non si tratta di una ritirata ma dell’attuazione di un piano che prevede il ritiro del reparto da combattimento italiano assegnato al comando Nato della capitale (Regional Command Capital) attualmente a guida francese ma che da novembre passerà sotto il comando turco. Il ripiegamento da Kabul consentirà di schierare un terzo battaglione nell’Afghanistan Occidentale dove l’Italia ha il comando dell’intero settore e già schiera due reparti da combattimento.
Con il terzo, che verrà dislocato nell’area calda di Shindand dove si sono verificati gli ultimi attacchi contro le truppe italiane, il dispositivo tattico italiano verrà considerevolmente rafforzato senza aumentare il numero complessivo di militari in Afghanistan che resta intorno ai 3.000 effettivi.
I parà del 186° reggimento Folgore di Siena, il reparto che ha pagato un forte tributo di sangue nell’attentato di Kabul del 17 settembre, saranno quindi gli ultimi italiani a presidiare Kabul e la Valle di Mushai, una delle porte d’accesso alla capitale il cui controllo è conteso metro per metro ai talebani.
I notevoli successi conseguiti negli ultimi mesi dai paracadutisti del colonnello Aldo Zizzo, che hanno eliminato centinaia di miliziani, liberato le strade dalle trappole esplosive e fornito aiuti alla popolazione, rischiano però di venire vanificati dalle scarse capacità dei reparti che li rimpiazzeranno.
La base avanzata (Fob nel gergo militare) nel Mushai è stata ceduta al controllo della polizia afgana del distretto che non brilla certo per efficienza e spirito combattivo anche se dovrebbe essere affiancata da una dozzina di consiglieri militari americani. Le armi pesanti quali mortai e mitragliatrici Browning e le blindo Puma equipaggiate con visori notturni e lanciagranate sono stati riportati a Camp Invicta, la base situata alla periferia orientale di Kabul, ma nell’avamposto sono rimaste le fortificazioni, i generatori elettrici e tutte le dotazioni logistiche che saranno utili alla guarnigione afgana.
“Il dubbio è legittimo: riusciranno i poliziotti afghani a impedire che i talebani si impossessino della base?” Se lo chiede in un bel reportage Cristina Balotelli, l’inviata di Radio 24 da settimane a Kabul al seguito dei paracadutisti. “E’ situata in un punto strategico della valle e tenuta sotto osservazione dal nemico nascosto sulle montagne circostanti, che ora sa perfettamente che i militari italiani hanno lasciato la Fob alla polizia. I poliziotti interagiscono con la popolazione, che a sua volta è legata agli insorti. Il problema, infatti, è che in questi villaggi la popolazione è filo-talebani.”
L’intero settore oggi affidato agli italiani, inclusa la base di Camp Invicta e la Valle di Mussai, passeranno a fine ottobre sotto il controllo del contingente turco che da un lato sta aumentando i suoi effettivi da 900 a 1.700 ma dall’altro non ha modificato i restrittivi limiti operativi imposti dal governo di Ankara che di fatto consentono di sparare solo per difendersi e impediscono ai soldati di dare la caccia ai talebani e condurre azioni offensive.
Come ha precisato il generale Metin Gurak, portavoce dell’esercito turco “la nostra missione resta la stessa: garantire la sicurezza a Kabul e alle zone limitrofe, ma i soldati turchi non parteciperanno alla lotta antiterrorismo contro al-Qaeda e contro i talebani”. Con queste premesse gli sforzi e i sacrifici dei paracadutisti del ventesimo e ultimo contingente italiano schierato a Kabul rischiano di venire vanificati in poche settimane consentendo ai talebani di controllare un importante accesso a Kabul.
- Martedì 6 Ottobre 2009
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