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Dalai Lama: perché Obama si è inchinato al niet di Pechino

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  • Tags: Barack Obama, Cina, dalai-lama, orientexpress, Stati Uniti
  • 4 commenti
Claudia Astarita, 29 anni, lavora da tre anni come ricercatrice presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.
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Hu Jintao  e Barack Obama

Hu Jintao e Barack Obama

L’ultimo segnale di una malcelata deferenza americana nei confronti della potenza cinese è stata la decisione di Obama di non incontrare il Dalai Lama in visita negli Stati Uniti.

E’ la prima volta che un Presidente americano decide di non concedere un appuntamento alla guida spirituale tibetana, e il fatto è tanto più significativo perchè non si tratta di un episodio isolato. Anche Hillary Clinton, nella sua visita in Cina all’esordio come Segretario di Stato, aveva pensato bene di sorvolare sulle questioni che toccavano i diritti umani. Evidentemente, Washington si trova nelle condizioni di non fare sgarbi a Pechino, che è notoriamente assai sensibile sulla questione tibetana: ci ricordiamo tutti il bailamme scatenato in Cina in chiave antifrancese alla vigilia delle ultime Olimpiadi.

Sulla scelta statunitense pesa innanzitutto il desiderio di arrivare in un clima disteso allo storico incontro tra Obama e Hu Jintao il prossimo novembre. Pesano anche questioni economiche. La crisi ha costretto Washington a fare ricorso massicciamente all’indebitamento e da tempo la Cina ha investito pesantemente in titoli di Stato americani, sostanzialmente finanziando la spesa pubblica americana.

In una fase di incertezza sulla possibilità e sulla tempistica della futura ripresa, Obama evidentemente si trova nella necessità di poter fare ancora affidamento sugli investimenti cinesi in titoli di Stato. Allo stesso modo, va ricordato, il sistema industriale cinese potrà riprendere una crescita sostenuta solo se i consumatori americani riprenderanno a spendere acquistando prodotti importati.

Il legame tra le due economie è oramai strettissimo e ramificato: inevitabilmente creerà qualche attrito. Ne è un esempio il contenzioso sulle tariffe doganali imposte dagli Stati Uniti sui copertoni, che hanno visto una veemente reazione cinese. Simili questioni sarebbero di ordinaria amministrazione se a confrontarsi con gli USA non fosse la Cina, la quale paga il fatto di muovere i primi passi sul palcoscenico delle controversie commerciali internazionali e non sempre sa muoversi con diplomazia.

Alla vigilia del vertice bilaterale, tuttavia, quello che pesa sono soprattutto le questioni politiche. La Cina serve agli Stati Uniti per il ruolo che può giocare in diversi scenari in cui la superpotenza americana ha interessi prioritari. Basti pensare al Pakistan, che per Washington potrebbe essere il teatro dei prossimi interventi contro il terrorismo e che condivide con la Cina un confine di oltre 500 km, o all’Iran, che preoccupa Washington per i suoi programmi nucleari e che invece vede la Cina sposare una linea morbida – a breve si voterà per l’inasprimento delle sanzioni e da Pechino è già arrivato l’annuncio che la Cina non si allineerà alle richieste americane.

Il quadro è complesso e Obama lo sta ancora studiando. Per ora si è scelto dei nuovi collaboratori: l’ex governatore dell’Ohio, Jon Huntsman, spedito come nuovo Ambasciatore a Pechino, e Maria Otero, esperta di Paesi emergenti, responsabile per le questioni tibetane. Ora dovrà essere capace di tenere testa a un leader scafato e intellegente come Hu Jintao. Il Dalai Lama può attendere.

Come giudicate il rifiuto di Obama di incontrare il Dalai Lama?
  • claudia astarita
  • Martedì 6 Ottobre 2009

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Commenti

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Il 7 Ottobre 2009 alle 9:45 marco1974 ha scritto:

ecco un commento interessante alla questione:
http://shadow.foreignpolicy.co.....sm_in_asia

Il 7 Ottobre 2009 alle 17:05 jane55 ha scritto:

Credo che i 300 milioni di individui malmessi non siano direttamente coinvolti nell’indebitamento americano nei confronti della cina. Semmai lo sono in quanto classe operaia ampiamente sfruttata dalla nuova classe capitalistica cinese.Qui semmai c’e’ uno spostamento di situazione rispetto al periodo pre crisi economica.Prima gli stati uniti potevano guardare alla cina in quanto potenza indipendente.Ora non lo possono piu’ fare.Ma il problema non riguarda solo il dalai lama, riguarda la posizione degli State nei confronti della politica estera cinese.Perche’ dove prima potevano criticare ampiamente l’appoggio cinese a paesi come l’iran, ora debbono per forsa di cose essere piu’ morbidi .Il grosso problema e’ che questa chiamiamola dipendenza statunitense dal gigante cinese, in futuro determinera’ fortemente la politica estera americana nei confronti del rispetto dei diritti umani in cina, e nei confronti dei tentativi cinesi di estendere la sua influenza politica. Insomma e’ cambiato lo scenario economico, sono cambiati i rapporti tra due grandi potenze economiche, rendendo gli State cino-dipendenti, ma resta uguale la grande politica imperialistica delle grandi potenze capitaliste,siano esse da sempre conosciute come tali, siano esse ammantate dalla retorica di regime,di qualunque colore esso sia.

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