
Truppe italiane in Afghanistan (G. Gaiani)
Barack Obama e la sua Amministrazione non sanno che pesci prendere nei confronti del conflitto afghano e l’incertezza palese degli Usa si sta ripercuotendo pericolosamente sugli alleati europei, già tradizionalmente poco propensi a rinforzare e far combattere i propri soldati in Afghanistan.
Le difficoltà di Obama, combattuto tra le richieste di più truppe formulata dai militari e dalle pressioni di gran parte del Partito democratico per evitare “un nuovo Vietnam”, hanno spaccato il governo statunitense. Chi vuole inviare rinforzi chiesti dal generale Stanley McChrystal, chi vuole mantenere l’attuale forza Usa in Afghanistan di 70.000 militari e chi addirittura vorrebbe ritirarne un bel po’ e limitare le operazioni agli uomini di al-Qaeda in Pakistan, come il vicepresidente Biden.
Un clima di incertezza che tradisce il nervosismo della leadership dell’unica grande potenza mondiale ben evidenziato dalle critiche rivolte al generale McChrystal per aver sostenuto con forza e pubblicamente la necessità dei rinforzi. In realtà le richieste di 40.000 soldati in più erano già divenute pubbliche grazie al Washington Post che aveva ottenuto il rapporto riservato di McChrystal da una “fonte” al Pentagono.
Se il gigante americano esita figuriamoci gli alleati europei. I balbettii di Obama, insignito del Premio Nobel per la Pace, hanno indotto anche il premier britannico Gordon Brown a escludere l’invio di rinforzi oltre ai 9.000 soldati già schierati da Londra anche se il leader dell’opposizione, David Cameron, ha promesso in caso di vittoria dei conservatori alle prossime elezioni di “ inviare più soldati per addestrare più afghani per garantire la sicurezza di cui abbiamo bisogno, poi potremo riportare i nostri soldati a casa”.
E l’Italia ? Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha ribadito nei giorni scorsi a Kabul quanto aveva già affermato in Parlamento. ”Io sono d’accordo con il comandante della missione Isaf e con chi ritiene che servano più militari stranieri in Afghanistan”, ha dichiarato La Russa. ”Ma questo non significa che debbano essere militari italiani. Noi facciamo già la nostra parte e siamo tra i principali contributori. Credo che un maggiore sforzo dei paesi di minore contribuzione e di quelli che non sono presenti i questo teatro operativo sarebbe opportuno.”
Frasi che contengono verità indiscutibili ma anche il paradosso di sostenere una strategia di potenziamento delle forze ma al tempo stesso volere che siano altri ad attuarla. L’Italia del resto ha già pianificato di ritirare l’anno prossimo truppe dalle altre missioni all’estero (i 400 militari schierati in Bosnia e la metà dei 2.000 dislocati in Kosovo) non solo per ridurre i costi delle missioni ma anche per disporre di reparti operativi con i quali potenziare la presenza in Afghanistan divenuta la missione prioritaria. Anche in Libano dalla prossima primavera le truppe italiane potrebbero essere ridotte rispetti ai 2.400 militari presenti attualmente, specie se si giungerà a un accordo con la Spagna che pretende di assumere il comando dei caschi blu ma senza aumentare le sue truppe, al momento un migliaio di soldati.
Circa i contributi militari degli alleati La Russa ha certamente colpito nel segno. Con 3.300 militari l’Italia schiera il quarto contingente tra le forze alleate in Afghanistan ma su 42 Paesi solo 12 schierano almeno mille soldati (il minimo per poter avere una reale efficacia operativa) e ben 28 ne hanno inviati meno di 500. La gran parte dei contingenti alleati sono quindi puramente simbolici e alle scarse forze messe in campo si devono aggiungere i ben 70 “caveat”, cioè le limitazioni all’impiego delle truppe, imposti dai singoli governi che di fatto impediscono a molti contingenti di contrastare i talebani.
- Lunedì 12 Ottobre 2009
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