
Il presidente americano Barack Obama
L’avevano visto cadere, per la prima volta a Copenhagen, dove il suo carisma (internazionale) aveva subito un duro colpo con la perdita (per Chicago) delle Olimpiadi 2016. L’hanno visto rialzarsi poche centinaia di chilometri più a nord, a Oslo, dove il Comitato gli ha assegnato a sorpresa il Nobel per la Pace, edizione 2009.
Dire che i Repubblicani, dopo l’annuncio di venerdì, siano arrabbiati è poco: gli uomini del Grand Old Party sono furibondi. Perchè la figura - e la leadership - di Barack Obama riacquista un credito a livello globale ( ma anche agli occhi dell’opinione pubblica statunitense) dopo che le ultime scelte (o mancate tali, per ora) dell’amministrazione l’avevano fortemente messa in discussione.
Prima tra tutte, la conduzione della guerra in Afghanistan e il braccio di ferro sulla riforma sanitaria.
Il Nobel per la Pace fa riconquistare al suo vincitore quella statura morale (e politica), quella aureola di “predestinato”, che le mosse di governo degli ultimi mesi avevano appannato.
Se si pensa poi che alcuni importanti esponenti repubblicani (tra cui anche il governatore della California Arnold Schwarzenegger) hanno dato un assenso di massima alla riforma sanitaria, si comprende come la rabbia sia forte tra le fila del partito. Obama, in un cul de sac, fino a qualche giorno fa, ora potrebbe uscirne.
Questa frustrazione si legge nel comunicato con cui il Comitato nazionale Repubblicano ha saluto l’assegnazione del Nobel al significativo titolo: “Che risultati ha raggiunto Obama?” Nel testo, si leggono frasi ancora più esplicite: “È una vera sfortuna che la stella luminosa del presidente abbia offuscato l’attività di persone che - da tempo impegnate sul fronte della pace e dei diritti umani — hanno raggiunto risultati tangibili. Una cosa è certa — chiude la velenosa dichiarazione — Il presidente Obama non riceverà alcun premio dagli americani per la creazione di posti di lavoro, o per l’abbassamento delle tasse. C’è bisogno di azioni concrete, non di retorica”.
Parole durissime, non certe figlie di un clima di collaborazione bipartisan tra democratici e repubblicani. Anzi, alcuni intellettuali d’area sono andati giù ancora più pesanti.
Qualcuno come Rush Hudson Limbaugh, uno delle voci radiofoniche conservatrici del paese, si è lasciato andare a commenti paradossali come: “Hanno ragione i Talebani e l’Iran: quetso premio non è meritato”. Altri hanno fatto sarcasmo ancora più pesante.
E’ il caso di di Bill Kristol — uno dei padri della dottrina neocons — il quale ha dichiarato a Fox News che, anche lui, venerdì mattina si aspettava una telefonata da Oslo: “Visto che per la pace ho fatto tanto quanto il presidente. Lui ha tenuto alcuni discorsi, io ho scritto diversi editoriali”.
L’offensiva televisiva conservatrice per “denigrare” la vittoria del Nobel. Domenica, Liz Cheney, figlia dell’ex vicepresidente Dick, astro nascente della destra repubblicana, è andata (anche) lei in Tv per dire che la consegna del Premio è (sarà) una “farsa”. A meno che, spiega non venga inviata a ritiralo a Oslo la madre di uno dei tanti soldati americani caduti per la pace in questi anni, “perchè l’esercito americano è la più grande forza di peacekeeping al mondo, oggi”.
Liz Cheney ha attaccato direttamente il Comitato per la Pace di Oslo, accusandolo di avere compiuto un atto anti americano (premiando il presidente degli Stati Uniti) perchè “io lo so che - coloro che hanno premiato Obama — vorrebbero vivere in un mondo dove gli Usa non sono così dominanti”.
A wishful thinking, la proiezione di un desiderio, nulla di più, è, invece, per National Review, un rivista storicamente vicina ai repubblicani, l’assegnazione del Nobel a Obama. Ed è questa, una delle letture meno critiche nei confronti della decisione presa a Oslo venerdì scorso. Dall’ironia al sarcasmo. Con passo breve, Barack Obama è tornato a essere anche il protagonista (il bersaglio) della satira del “Saturday Night Live” dopo il famoso video “Not Done”, non fatto, l’elenco della promesse elettorali (finora) non mantenute dal Presidente. Nello sketch del popolare programma televisivo, l’attore che impersonifica Obama dice: “L’hanno vinto altri prima di me, Jimmy Carter per il suo impegno per risolvere i conflitti, Al Gore per la campagna sul clima, io l’ho vinto perchè non sono George W. Bush”.
Per i repubblicani, in effetti, questo Nobel è la sconfessione internazionale di otto anni di amministrazione Bush. Ma non solo. E’ anche un aiuto (ad uso interno) a un presidente che si trova(va) in un momento abbastanza critico. Vediamo come Barack Obama saprà far fruttare il Nobel.
- Lunedì 12 Ottobre 2009
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Commenti
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Il 13 Ottobre 2009 alle 19:49 nikiron ha scritto:
I sogni sono fondamentali, d’accordo, ma quanti sognatori ci sono al mondo?!
Non è che questo grande entusiasmo, legato alla figura di Obama, non sia altro che razzismo al contrario?!
In tanti avremmo voluto una svolta democratica e la fine dell’egida repubblicana fondata sulla forza e sulla sicurezza, ma non credete che nella realtà dei fatti:
1. sia stato eletto un presidente democratico;
2. non abbia ancora dato alcun tipo di prova al suo paese;
3. si dovrà attendere per vedere cosa sarà in grado di fare?!
Vanno bene i sognatori, ma non possiamo permetterci di dormire; svegliamoci e al lavoro!
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