
di Aldo Forbice, giornalista, conduttore del programma radiofonico «Zapping», su Radio1
Tutti temevano per la loro sorte dopo 72 giorni di sciopero della fame, di stenti, di torture. I 36 mujaheddin del popolo sequestrati il 28 luglio nel campo di Ashraf, dopo un blitz dell’esercito iracheno, sono stati liberati pochi giorni fa. I soldati iracheni, su ordine del primo ministro Ali Maliki, avevano assaltato con ingenti mezzi la cittadina, dove vivono 3.400 iraniani, di cui 1.000 donne e centinaia di bambini.
Dal 2003 e sino al luglio scorso
Camp Ashraf
era presidiato dai militari americani, che si erano impegnati, con una lettera personale a ciascuno degli abitanti, a garantire la protezione di tutti. Ma da qualche mese il comando militare Usa aveva trasferito all’esercito iracheno il compito di tutelare i cittadini iraniani, peraltro disarmati da sei anni e totalmente inattivi nei confronti del regime teocratico di Teheran.
La verità è che il regime di Teheran da diversi anni finanzia una vasta rete di infiltrati iraniani. Secondo un recente rapporto della resistenza iraniana, almeno 33 mila militari, funzionari e dirigenti pubblici operano sul territorio dell’Iraq, con doppi nomi (iraniani e iracheni), documentando che si trovano tutti sul libro paga del corpo dei pasdaran. Anche negli alti gradi delle forze armate, nello stato maggiore dell’esercito e nello stesso consiglio dei ministri di Baghdad si trovano infiltrati dei servizi iraniani.
Con queste fortissime quinte colonne di Mahmud Ahmadinejad si spiega facilmente la celerità dell’attacco militare al campo di Ashraf. Da anni i nemici dei dissidenti iraniani cercavano di penetrare in questo villaggio e solo dopo avere concordato con gli americani il passaggio delle consegne hanno potuto avviare un’azione militare in grande stile, uccidendo 11 persone, provocando 500 feriti, arrestando arbitrariamente 36 persone.
Da quasi 30 anni i mujaheddin del popolo si sono rifugiati in Iraq in seguito alle sanguinose persecuzioni del regime di Ruhollah Khomeini, sottraendosi al carcere duro, alle torture e alle impiccagioni. Per anni hanno goduto dell’appoggio economico e militare di Saddam Hussein perché il dittatore iracheno aveva l’interesse a finanziare gruppi della resistenza contro il nemico storico khomeinista.
I 36 prigionieri sono stati trasferiti segretamente, per due mesi e mezzo, da un carcere all’altro, senza far mancare privazioni e torture. Dal campo di Ashraf filtravano notizie terribili: ci si attendeva un eccidio da un momento all’altro perché, nonostante tre sentenze di assoluzione dei tribunali iracheni, i militari si rifiutavano di rilasciare i prigionieri. C’è voluto l’interessamento della Croce rossa internazionale, la mobilitazione di numerosi parlamentari europei, lo sciopero della fame attuato dai parenti dei 36 prigionieri in 19 città del mondo (comprese Londra, Parigi, Roma e Toronto) e le manifestazioni davanti alle ambasciate iraniane di diversi paesi per convincere il governo di Baghdad a rilasciare i 36 disperati.
Ma ora rimane aperta la questione di Ashraf, che rischia di diventare un’autentica catastrofe umanitaria. Il regime di Teheran, infatti, continua a esercitare fortissime pressioni perché il governo iracheno smantelli la cittadina dei dissidenti e deporti tutti gli abitanti in Iran, dove rischierebbero di finire davanti ai plotoni di esecuzione dei guardiani della rivoluzione, visto che la maggior parte dei mujaheddin del popolo è stata condannata a morte.
Ahmadinejad, del resto, non ha riconosciuto la decisione dell’Unione Europea di cancellare dalle liste del terrorismo internazionale l’organizzazione dei dissidenti (che fa capo al Consiglio della resistenza di Maryam Rajavi, con sede a Parigi). Gli ayatollah, infatti, continuano a condizionare pesantemente (come si è visto anche col programma nucleare) i paesi occidentali e quelli europei in particolare.
Per Ashraf si teme dunque il peggio, a meno che Barack Obama e Hillary Clinton non riescano in tempi brevi a trovare, con l’Onu, una soluzione diversa dalla deportazione in Iran o dalla diaspora nei diversi paesi europei.
- Venerdì 16 Ottobre 2009

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Commenti
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Il 17 Ottobre 2009 alle 20:08 indigesto ha scritto:
Le rivalità all’interno del mondo arabo sono, a volte, così intricate che è difficile venirne a capo anche per gli esperti. Gli scenari cambiano e con essi le alleanze. Se poi vi inseriamo la nota capacità araba nel simulare, in politica come nei gruppi di guerriglia, non ne veniamo più a capo. Insomma questi combattenti iraniani fuorusciti si trovano impigliati tra le vendette iraniane e l’insofferenza irachena (dei sunniti? ma contano ancora qualcosa?) che li sospettano anche di essre al soldo di Teheran. La soluzione c’è. Accogliamoli come perseguitati politici in Italia. Ne sentiamo proprio il bisogno!
Il 17 Ottobre 2009 alle 22:32 indigesto ha scritto:
Fumagalli, io non saprò, ma tu hai problemi di lettura, o dovuti alla vista o all’animosità o a tutt’e due! Non facevo affatto riferimento alla presenza sciita nel mondo MUSSULMANO, che sfiora il 20% e in alcune zone è in maggioranza, ma a quanto possano ancora contare i sunniti in Iraq, minoranza, appunto, dopo la disfatta e la successiva eliminazione di Saddam per mano sciita.
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