
L’ex ministro degli Interni Abdallah Abdallah, e rivale di Karzai, alle presidenziali afghane
Il sentiero da seguire per non cadere, ma, anzi, per uscire dalle sabbie mobili dell’Afghanistan è sempre molto stretto per Obama. Un cammino difficile, tortuoso, ricolmo di rischi e pericoli. La decisione di Hamid Karzai di andare al ballottaggio del 7 novembre ha evitato la paralisi a Kabul, ma ha aperto uno scenario carico di incognite soprattutto per l’amministrazione americana. Che ha voluto, con forza, che il presidente afghano accettasse la sfida con il suo rivale Abdullah Abdullah.
Pressioni fortissime, raccontate nelle cronache dei grandi quotidiani statunitensi, come il New York Times e il Washington Post.
Un ruolo fondamentale è stato svolto da John Kerry, l’ex candidato democratico alla Casa Bianca nel 2004, oggi Presidente del Comitato Affari Esteri del Senato.
Venerdì scorso si trovava a Kabul per visitare le truppe americane quando l’ambasciatore statunitense Karl W. Einkenberry lo ha avvertito che Karzai stava per annunciare il suo rifiuto ad andare al ballottaggio, dopo le accuse di brogli e irregolarità riguardanti almeno un terzo dei voti.
Kerry ha chiesto subito udienza al presidente afghano per convincerlo a desistere dal suo intento. Gli incontri si sono succeduti per i quattro giorni successivi, per un totale di 20 ore di faccia a faccia. Il senatore Usa ha lavorato molto sulla psicologia del suo interlocutore, gli ha ricordato di quando, anche lui quattro anni fa, dovette inchinarsi ai risultati elettorali in Ohio, stato decisivo per la vittoria del suo rivale George W. Bush.
Bisogna guardare in faccia alla realtà - è stato il messaggio di Kerry. Mentre il senatore non mollava l’osso, anche altri esponenti dell’amministrazione facevano pressioni su Karzai. Hillary Clinton è stata la più attiva. Prima ha ordinato all’inviato speciale Richard Holbrooke di mettersi in contatto con John Kerry e di assisterlo nei suoi colloqui a Kabul e poi, ha alzato la cornetta del telefono nel suo studio al Dipartimento di Stato e ha parlato per 40 minuti con il presidente afghano.
Una conversazione con un solo leit motiv, ripetuto più volte a Ahmid Karzai: nessuno potrà mai considerarlo un leader legittimato a governare con sulle spalle l’ombra di 1 milione e 300mila voti “rubati” nelle zone pashtun.
Il Segretario alla difesa Robert M. Gates e il Consigliere per la sicurezza nazionale James L. Jones hanno scelto un altro canale per fare pressioni. Hanno fatto sapere al ministro della difesa afghano Abdul Rahim Wardak - il quale chiede da tempo l’invio di rinforzi americani - che il suo desiderio non sarebbe stato esaudito se Karzai non avesse accettato di sbloccare la situazione, andando al ballottaggio.
Alla fine, il presidente afghano ha ceduto. Ma perchè gli Usa ci tengono tanto al voto del 7 novembre? Barack Obama non ha mai amato Ahmid Karzai.
La sua politica prudente e ambigua nei confronti dei talebani, le accuse di corruzione ai componenti del suo esecutivo, lo hanno reso agli occhi del presidente Usa, un personaggio inaffidabile. Una sua vittoria, figlia di brogli, lo avrebbe squalificato completamente, anche nei confronti degli altri governi e degli organismi internazionali che sono coinvolti in Afghanistan. Con un alleato così, sul campo, come si può vincere la guerra, che senso avrebbe mandare altre migliaia di soldati?
La Casa Bianca pensa che avere un governo afghano legittimato da elezioni regolari sia il primo passo per stabilizzare politicamente il paese. Ma ora il quesito è: il ballottaggio sarà sufficiente a raggiungere questo obiettivo? Secondo molti, la fase del voto - (in cui i talebani torneranno all’offensiva) - e quella seguente, quando ci saranno i nuovi conteggi, il tira e molla sul nome del vincitore, le inevitabili polemiche, non faranno altro che aumentare il caos. E cosa farà allora Barack Obama?
Il suo braccio destro Rahm Emanuel, il potente capo dello staff della Casa Bianca, ha detto che i rinforzi verranno inviati solo quando la situazione politica sarà più stabile a Kabul. Robert M.Gates gli ha risposto che non non c’è tutto quel tempo, che i soldati devono essere mandati prima, per evitare, appunto, il caos. Sembra un cane che si morde la coda.
Il Commander in Chief dovrà prendere la decisione. E non sarà facile. Anche perchè
i nuovi sondaggi dicono che la maggioranza degli americani è contraria all’invio delle truppe.
Qualche settimana fa, Time aveva scritto che a Obama non sarebbe dispiaciuto un Karzai al suo posto, ma indebolito da un voto non plebiscitario. Gli Usa - scriveva il settimanale - ne avrebbero approfittato per ricostruire l’architettura politico istituzionale dell’Afghanistan, togliendo poteri al presidente e dandoli ad una nuova figura di primo ministro. Il piano, ora potrebbe essere rispolverato. Ma con quali risultati?
E sarebbe possibile realizzarlo in poco tempo? E se nascesse un governo di unità nazionale, con Abdullah Abdullah nel ruolo di numero 2, per gli americani sarebbe un fatto positivo o no? Troppe incognite. Comunque le modalità in cui si sono svolte le elezioni afghane rendono chiaro a tutti una cosa: il sogno dei Neocon di esportare la democrazia nel mondo era appunto un sogno. Ora, per gli Usa Kabul rischia di essere sempre più un incubo.
- Mercoledì 21 Ottobre 2009
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Commenti
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Il 28 Ottobre 2009 alle 12:13 Ancora sangue a Kabul: quale exit strategy per l’Afghanistan? - Mondo - Panorama.it ha scritto:
[...] Per mettere ancora più in difficoltà Barack Obama. Il Presidente deve decidere se esaudire i desideri dei suoi generali a Kabul e inviare migliaia di soldati di rinforzo, oppure sposare la linea (di Joe) Biden (il vicepresidente) il quale vuole focalizzare l’attenzione contro i santuari di Al Qaeda sulle montagne del Pakistan e “abbandonare” l’Afghanistan al suo destino. [...]
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