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Strage di Baghdad: ritiro a rischio?

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  • Tags: Barack Obama, iraq, obamamania, Stati Uniti
  • Un commento
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
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L'attacco alla zona verde della capitale irachena ha provocato oltre centocinquanta morti

L’attacco alla zona verde della capitale irachena ha provocato oltre centocinquanta morti

Negli ultimi tempi, gli americani avevano avuto qualche buona notizia in più da Baghdad rispetto al passato.

A metà ottobre, il Pentagono aveva decido di rinunciare all’invio di una nuova brigata da combattimento composta da 3.500 uomini. “Le condizioni di sicurezza sono migliorate in Iraq, i soldati verrano destinati al fronte afghano“.

Qualche giorno dopo, Barack Obama, dopo un lungo faccia a faccia a Washington con il premier iracheno Nouri al Maliki, aveva annunciato che tutte le truppe statunitensi avrebbero potuto lasciare definitivamente il paese entro il prossimo mese di agosto (2010): un anno prima di quanto prevedano gli accordi tra i due governi (estate 2011). Un auspicio, una speranza, un modo per rimarcare la “normalità” della situazione a Baghdad.

Che per gli americani, l’Iraq stesse diventando un tema di minor interesse rispetto a ciò che è stato in tutti questi anni, lo si era capito anche dal fatto che i grandi network televisivi nazionali avessero deciso di lasciare le loro sedi nella capitale irachena per sbarcare in forze a Kabul, per quel conflitto che, per quasi un decennio, è stato considerato di Serie B e che, invece, l’amministrazione Obama ha “promosso” come priorità per la sicurezza nazionale degli Usa. Raccontata per anni come la “Guerra dei Poveri”, ora, la Guerra contro i Talebani, è diventata invece la Top Story del sistema dei media americano, come ha segnalato il Project for Excellence in Journalism in un rapporto dello scorso mese.

La Guerra dei Poveri è così diventata (sarà) - per i media - l’Iraq. Sono state sempre meno le storie (di pathos) raccontate in queste ultime settimane dalla capitale irachena, e sempre di più quelle riguardanti la fredda burocrazia della ricostruzione.

Come quella pubblicata sul quotidiano britannico The Times, secondo il quale l’ambasciata americana a Baghdad, l’edificio diplomatico più costoso mai realizzato al mondo, ha già bisogno di riparazioni e, per giunta, molto salate. Ad appena nove mesi dalla sua inaugurazione, questa vera e propria città nella città, costata 700 milioni di dollari, ha bisogno di interventi per la sicurezza (e i confort) per altri 130 milioni di dollari. A parte questa - che per i contribuenti Usa non è una bella sorpresa, visto quello che già hanno dovuto sborsare per la guerra irachena - negli ultimi tempi, gli americani avevano avuto meno brutte notizie da Baghdad rispetto al passato.

Il numero dei soldati uccisi è drasticamente diminuito, dimezzato rispetto ai momenti più bui (2006 e 2007), come ridotti in modo drastico sono stati gli attacchi dei terroristi contro obiettivi militari, ma anche civili.

Per l’opinione pubblica statunitense, quello iracheno (era) sembra(to) essere un dossier ormai chiuso.

Ci hanno pensato i gruppi baathisti (ex regime Saddam Hussein) e le cellule di Al Qaeda della Mesopotamia a ricordare agli americani che a Baghdad si muore. Il doppio attentato al cuore del sistema di potere del governo iracheno di domenica mattina — che ha provocato più di 150 morti - è stata una delle più gravi stragi perpetrate in Iraq negli ultimi due anni. Una schiaffo in faccia ai proclami (trionfali) sulla sicurezza nel paese.

Un ritorno al passato. Non è un caso che, poche ore dopo la carneficina, sia intervenuto lo stesso Barack Obama, con parole molto forti e determinate nel condannare l’attacco: “che rivela il programma carico di odio e distruzione - ha detto - di coloro che l’hanno compiuto e che vogliono togliere al popolo iracheno il diritto di scegliere del loro futuro”.

Già perchè l’attentato fa parte di un tentativo di questi gruppi sunniti di destabilizzare il paese in vista delle elezioni politiche del prossimo 16 gennaio, ulteriore tappa del processo di (difficile) democratizzazione dell’Iraq. Elezioni a cui gli americani guardano con estremo interesse e con un forte dose di inquietudine. Già, perchè i vertici militari iracheni hanno già fatto capire che la tabella di marcia del ritiro delle truppe Usa dal paese potrebbe non essere rispettata. Il ritiro potrebbe essere ritardato. Il Comandante in capo dell’esercito di Baghdad, generale Ali Gheidan; ne ha già parlato in modo esplicito, mettendo le mani avanti: nella fase di transizione e di passaggio dei poteri al nuovo governo, fino al luglio del 2010, le violenze del Paese potrebbero aumentare.

E i suoi soldati potrebbero non essere ancora pronti, in grado di garantire la sicurezza e la stabilità. Con il rischio che i marines tornino in prima linea, a pattugliare le strade di Baghdad, bersaglio degli attacchi dei terroristi. L’incubo per la Casa Bianca è quello di entrare in un nuovo pantano (l’Afghanistan) senza essere riusciti ad uscire dalla vecchia palude (l’Iraq): le due guerre che gli Usa stanno combattendo.

  • michele.zurleni
  • Lunedì 26 Ottobre 2009

Vedi anche:

  • Afghanistan e Iraq: libertà di stampa sotto tutela
  • Quale strategia per l'Afghanistan? Cala il gelo tra Obama e i generali
  • Iraq, caccia aperta ai mujaheddin
  • Afghanistan: gli amici dei nemici
Afghanistan, quella voglia di fuga degli alleati »
« Obama contro Fox News: è guerra totale

Commenti

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Il 29 Ottobre 2009 alle 12:06 Afghanistan: gli amici dei nemici - Mondo - Panorama.it ha scritto:

[...] terroristica che negli ultimi giorni ha colpito con un pesante bilancio di morti Baghdad e Kabul ha avuto un’elevata risonanza mediatica e ha provocato reazioni di sdegno e condanna in [...]

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