
Berlino, novembre 1989: un gruppo di manifestanti sfonda il muro con un arnese
Di Walter Rahue
Ma è davvero questo il luogo nel quale 20 anni fa si è consumata una delle svolte epocali della storia moderna? Alexander, Oliver e Stefan si aggirano un po’ increduli e visibilmente spaesati tra gli sciami di turisti in Pariser Platz. Quella che le riviste turistiche descrivono come il «salotto bene» della nuova Berlino è una giostra di luci, architetture e usanze eterogenee, che sembra una Disneyland prussiano-nipponica, più che l’iconografia di grandi sciagure storiche che nella notte fra il 9 e il 10 novembre 1989 trovarono un lieto fine inaspettato.
Con la sua attillata giacca a vento stile anni Settanta e i biondi capelli corti Alexander Breitkreuz, 37 anni, potrebbe passare ancora oggi per uno dei tanti tedeschi orientali che in quella fatidica e magica notte valicarono per la prima volta nella loro vita la cortina di ferro tra i due settori della città , finendo abbracciati dai loro vicini di Berlino Ovest. Una foto (a destra) scattata vent’anni fa da un reporter del settimanale berlinese Tip Magazin mostra l’allora diciassettenne Alexander sul Muro di Berlino, presso la Porta di Brandeburgo. Fino a poche ore prima era stato il luogo forse meglio sorvegliato del mondo, una zona off-limits e il confine impenetrabile fra i due emisferi politici contrapposti: quello sovietico del Patto di Varsavia e quello americano della Nato.
«Da giovane lanciavo, insieme ai miei amici, sassi nella striscia di terra di nessuno compresa fra le varie barriere del Muro, nella speranza che finissero sulle mine antiuomo facendole esplodere» ricorda oggi Breitkreuz, con un ironico sorriso sulle labbra. Più una bravata che un gesto d’aperta opposizione al regime di Pankow, che a partire dal 13 agosto 1961 aveva iniziato a chiudere tutti i valichi di confine tra i settori di Berlino costruendo un muro in grado di bloccare il flusso continuo di esuli tedesco-orientali che avrebbe finito con il dissanguare la Deutsche Demokratische Republik (Ddr o Rdt come si diceva in Occidente) voluta da Mosca.
Alexander quella sera era ancora nel suo liceo alla periferia di Berlino Est quando giunsero le prime, frammentarie notizie sull’apertura dei confini e sulla possibilità di recarsi in Occidente senza troppe formalità . Insieme con un amico decise di verificare di persona le notizie e dal momento che i confini periferici erano ancora chiusi, raggiunse direttamente la Porta di Brandeburgo. Il resto è storia, ricordi ancora freschi impressi nelle immagini di quella notte, nelle riprese dei primi tg tedeschi accorsi sul posto. Una storia scritta questa volta non dalle armi o dalle spie di Mosca o di Washington, ma dalle lacrime di gioia, dalle candele, dalle bottiglie di spumante tedesco (dolciastro) stappate dai berlinesi per quell’indimenticabile brindisi.
Il settimanale Tip Magazin interpellato da Panorama ha ristampato mesi fa la foto invitando le persone che vi si riconoscevano a contattare la redazione. Un’operazione analoga, nel 20° anniversario di quel 9 novembre, sta tentando adesso la cancelleria tedesca: il governo ha appena pubblicato un annuncio per ritrovare cittadini che quella notte attraversarono il confine fra Est e Ovest per fare loro rivivere quel momento riattraversando lo stesso punto insieme con il cancelliere Angela Merkel.
Nella foto di Tip Magazin che immortala Alexander chino sul Muro si sono riconosciuti fra gli altri Oliver Knispel e Stefan Heine, all’epoca studenti di Berlino Ovest. «Non dico che sia stata una delusione, ma mi sono subito reso conto che a ballare sul Muro quella notte erano soprattutto berlinesi dell’Ovest» racconta Oliver, 38 anni, sfatando subito uno dei tanti miti legati al 9 novembre. «Dai viali di Berlino Est arrivava sempre più gente, colonne di Trabant e persone a piedi che avevano un solo obiettivo: oltrepassare il Muro e raggiungere al più presto l’Occidente, le vetrine e i locali notturni del Kurfürstendamm, i tabelloni pubblicitari dell’Europa Center, l’elegante quartiere di Charlottenburg e, perché no, anche i locali a luci rosse attorno al Bahnhof Zoo». Ma i confini quella notte si sono aperti solo a senso unico, da Est verso Ovest.
Alexander, Oliver e Stefan furono fotografati nello stesso luogo e nello stesso istante, però quel 9 novembre non si erano rivolti la parola. Forse perché bastavano gli sguardi, o forse perché i loro destini si sarebbero intrecciati inconsapevolmente solo molti anni dopo. «Mi sembrava di essere al centro del mondo, testimone di qualcosa di davvero grande. Tutte quelle telecamere puntate su di noi, le masse che prendevano d’assalto il Muro, la festa infinita… Ma poi, finito il liceo e l’università , mi sono reso conto che la festa era invece finita, che la realtà della Germania riunificata era un’altra e che di storia e di eventi epocali non potevi campare all’infinito» racconta Stefan Heine (42 anni), oggi dirigente dell’Ibm a Düsseldorf.
Dodici anni fa ha lasciato Berlino per cercare fortuna prima a Monaco, poi a Magonza e infine a Düsseldorf. Del matrimonio andato in frantumi per via dei tanti trasferimenti non racconta volentieri, però delle soddisfazioni professionali sì. «Oggi vado a Minsk, in Cina, in India come se niente fosse, mentre prima da Berlino Ovest era già un’avventura raggiungere Norimberga».
Come Stefan e Alexander, anche Oliver Knispel per fare carriera si è trasferito a Francoforte, dove lavora all’aeroporto come responsabile di terra per una grande impresa di logistica. «Spesso mi chiedo se la mia vita oggi sarebbe molto diversa se non fosse caduto il Muro» riflette Oliver. «Lo avevano costruito per imprigionare i tedeschi dell’Est, ma ingabbiati eravamo anche noi di Berlino Ovest». Grande passione di Oliver è sempre stata l’aviazione civile e quando racconta dell’aeroporto di Berlino Tegel sembra che parli di un altro mondo, di un’epoca remota. «Fino a 20 anni fa lo scalo di Berlino Ovest rifletteva nel suo piccolo la geopolitica mondiale. Potevano atterrare solo gli aerei delle forze alleate durante la guerra, la PanAm, l’Air France, la British Airways oppure l’Aeroflot» ricorda Oliver. «Con la Lufthansa costretta a restare fuori dagli spazi aerei della Ddr».
Il fatto che Alexander oggi lavori per una grande agenzia turistica a Francoforte ha pure a che fare con il senso di claustrofobia provato da giovane crescendo dietro la cortina di ferro. «Avevo uno zio che lavorava per la Stasi, i servizi segreti della Ddr, e mi ricordo che aveva la casa sempre piena di generi di consumo, di apparecchi televisivi sempre nuovi e all’avanguardia, di marche di caffè occidentali e altri generi da privilegiati» racconta Alexander. «Dopo la riunificazione non si è mai più fatto vivo».
I tre ex studenti di Berlino oggi stanno bene. Vivono un’esistenza agiata, hanno un lavoro che permette loro qualche lusso, all’Ovest hanno trovato una terra accogliente un tempo così lontana e sconosciuta e sono orgogliosi di un paese che, tra mille difficoltà e contraddizioni, sembra lentamente trovare la sua unità e la sua pace interna. «Andiamo a bere un caffè» propone improvvisamente Alexander e i tre scompaiono in una caffetteria Starbucks di fronte alla Porta di Brandeburgo. Prima del 9 novembre 1989 per questa passeggiata sarebbero stati uccisi dai vopos, le sentinelle di frontiera.
- Venerdì 30 Ottobre 2009


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Il 3 Novembre 2009 alle 18:03 C’era una volta il Muro di Berlino - Mondo - Panorama.it ha scritto:
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