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Il Dalai Lama è tornato in Cina?

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  • Tags: Arunachal Pradesh, Cina, dalai-lama, India, lhasa, orientexpress, Tawang
  • 15 commenti
Claudia Astarita, 30 anni, lavora da tre anni come ricercatrice presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.
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Dalai Lama (Credits: La Presse)

Dalai Lama (Credits: La Presse)

“Il Dalai Lama è tornato in Cina”: questo fine settimana molti cinesi lo hanno sicuramente pensato, ma in pochi hanno avuto il coraggio di ammetterlo ad alta voce. Nel bel mezzo di quella che dovrebbe essere definita una guerra verbale tra la Cina e l’India, che dal 1949 continuano a non riuscire a mettersi d’accordo sulla sovranità di una striscia di territori lungo la linea di confine che li separa, il Dalai Lama ha messo a dura prova la pazienza Pechino decidendo di organizzare una gita a Tawang, località dell’Arunachal Pradesh in cui si trova il secondo tempio buddista più importante dopo il palazzo Potala di Lhasa.

A Tawang il Dalai Lama è stato accolto da migliaia di persone con i costumi tradizionali, bandiere, canti, danze e musica. Non è un caso che, per tornare in questa località indiana, Tenzin Gyatzo abbia scelto proprio il 2009: il monastero himalayano è lo stesso in cui si rifugiò lo stesso Dalai Lama per scappare dal Tibet, nel marzo 1959, in seguito all’occupazione cinese.

L’Arunachal Pradesh è uno stato che l’India ha incorporato nel 1986, annettendosi di fatto il territorio attorno alla linea McMahon, un confine tracciato dai colonialisti inglesi che i cinesi non hanno mai riconosciuto. E’ con questa scusa che Pechino sostiene che l’Arunachal Pradesh sia un territorio cinese di cui l’India si è illegalmente appropriata nel 1986.

Ecco perché i cinesi sono autorizzati a credere che il leader tibetano sia entrato in Cina nel fine settimana.

D’altronde, solo un paio di anni fa i rappresentanti dell’Arunachal Pradesh in partenza per la Cina al seguito di una missione governativa non ottennero il visto in quanto “provenienti da territorio cinese”. Questa volta il governo cinese ha preferito non giocare sull’equivoco. Ha vietato alla stampa di riportare la notizia, se non per sottolineare quanto il Partito abbia tentato con ogni mezzo di convincere New Delhi e fermare Tenzin Gyatso. Secondo il governo cinese la visita del leader tibetano è utile all’India per confermare il suo sostegno al Dalai Lama e per riaffermare la sovranità su Tawang.

In un primo momento il governo indiano ha risposto alle accuse cinesi dichiarando che “il Dalai è un gradito ospite dell’India, non impegnato in attività politiche, e può andare dove vuole”. Ma, di fronte all’insistenza di Hu Jintao, Manmohan Singh ha deciso di andare incontro a Pechino revocando ai giornalisti stranieri l’autorizzazione a seguire la visita del leader buddista a Tawang. Solo i reporter indiani potranno raccogliere notizie di prima mano. Fortunatamente, le tensioni della settimana non li hanno spinti a pubblicare solo resoconti “politicamente corretti”.

Gli indiani hanno raccontato la verità, prevedendo anche che nei quattro giorni di visita il Dalai Lama inaugurerà musei, scuole e ospedali ma si asterrà dal tenere qualsiasi discorso politico (anti-cinese).

Il viaggio di Tenzin Gyatso potrà anche avere uno scopo principalmente religioso, ma nessun giornalista può negare che a cinquant’anni dalla fuga da Lhasa la sola presenza del Dalai Lama a Tawang rappresenti un forte messaggio politico.

  • claudia astarita
  • Lunedì 9 Novembre 2009

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Commenti

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Il 9 Novembre 2009 alle 17:42 indigesto ha scritto:

Dottoressa, se questo territorio può essere considerata una propaggine del Tibet il ritorno del Dalai Lama potrebbe essere considerato in qualche modo anche come una legittimazione della appartenenza dello stesso alla Cina o no? Un pò sorprende che sia stato annesso dall’India, per quanto la la presenza del Brahamaputra lasci intuirne la territoriale appartenenza,

Il 9 Novembre 2009 alle 17:52 indigesto ha scritto:

e per quanto l’interesse della Cina per il Tibet si sia manifestato solo di recente. Ecco, occorrerebbe sapere se l’amministrazione dell’Arunachal Pradesh sia stata sempre indiana o anche cinese. Questo per capire se si tratta di mire espansionitiche della Cina o di qualcosa di meglio storicamente comprovata. Per dire che, aldilà della visita del Dalai Lama a luoghi sacri e della prudente accoglienza indiana, potremmo trovarci di fronte ad un’altra situazione di frizione tra i due colossi asiatici. Se crede, potrebbe darci il suo parere in proposito, tenuto conto anche dell’atteggiamento della Cina in proposito.

Il 9 Novembre 2009 alle 21:27 claudia astarita ha scritto:

Per ragioni strategiche, il territorio attorno alla linea McMahon -oggi Arunachal Pradesh- fa gola a tutti. Gli inglesi tentarono di risolvere la questione dei confini con questa linea, ma i cinesi non l’hanno mai voluta accettare. Agli indiani invece faceva comodo perche’ aumentava i territori nord-orientali dell’Unione.
In Arunachal Pradesh hanno sempre vissuto popolazioni ribelli che hanno a lungo lottato per l’indipendenza. Per sedare una di queste rivolte, nel 1986 l’India intervenne e decise di annettersi il territorio. La Cina protesto’ perche’ un terreno su cui fino al giorno prima Pechino e Nuova Delhi tentavano (senza fare troppi sforzi) di mettersi d’accordo era diventato indiano.
In piu’ all’interno dell’Arunachal Pradesh c’e’ Tawang, localita’ che ospita il secondo monastero buddista piu’ importante. Oggi piu’ che mai, i cinesi temono che il governo tibetano in esilio (in India) possa sfruttare questo monastero per organizzare e coordinare movimenti di resistenza in Tibet, quindi vorrebbe poterlo controllare meglio.
La frizione dei due giganti in quest’area non e’ apparente, ma reale. L’India ha riconosciuto la sovranita’ cinese sul Tibet, la Cina ha riconosciuto quella indiana sul Sikkim (altro territorio di confine conteso), ma in Arunachal Pradesh non solo non riescono a raggiungere un compromesso, ma in piu’ occasioni la Cina ha dichiarato la sua sovranita’ su questo territorio e l’India ha fatto altrettanto.
In questo quadro, la visita del Dalai Lama diventa una sorta di sfida al regime cinese. Nuova Delhi non vuole inimicarsi troppo Pechino, ma sa di non poter cedere sull’Arunachal Pradesh, quindi autorizza la visita del leader buddista. Che, va riconosciuto, e’ riuscito ancora una volta a giocare bene le sue carte per ottenere maggiore visibilita’.

Il 9 Novembre 2009 alle 21:33 indigesto ha scritto:

Chiarissima come sempre. C’è solo da sperare che resti tutto in equilibrio..instabile. Cordialità.

Il 11 Novembre 2009 alle 11:12 claudia astarita ha scritto:

L’India ha riconosciuto il Tibet negli anni ‘50, poi giocando sull’equivoco di un fraintendimento di termini lo ha negato. Tuttavia, il riconoscimento ufficiale della sovranita’ cinese e’ arrivata nel 2003. E la Cina ha poi riconosciuto quella indiana sul Sikkim nel 2005.

Il 11 Novembre 2009 alle 18:19 Reportage - Il popolo del Dalai Lama - Foto - Panorama.it ha scritto:

[...] presenti, un “reportage collettivo” sul popolo tibetano accorso a Tawang.Leggi: Il Dalai Lama è tornato in Cina? di Claudia Astarita .gallery { margin: auto; } .gallery-item { float: left; margin-top: 10px; [...]

Il 11 Novembre 2009 alle 19:53 indigesto ha scritto:

Non si comprende bene l’ultimo concetto, ma dev’essere interessante. Non parlare solo alla Luna d’oriente lasciando gli asteroidi nell’ignoranza.

Il 12 Novembre 2009 alle 9:15 indigesto ha scritto:

Allora Stella d’oriente andrebbe meglio, no? Verso il nulla non credo, rispettano anche loro le proprie orbite e qualche problema lo pongono, in qualche caso brillano, in fondo le comete sono dei grandi asteroidi. Ma non hai sciolto l’enigma.

Il 12 Novembre 2009 alle 14:33 indigesto ha scritto:

L’ò già fatto, com’è che non te ne sei accorto?

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