
Il premier Hariri con lo sceicco Nasrallah, leader di Hezbollah
C’è un nuovo governo a Beirut. Lo ha annunciato il giovane premier Saad Hariri, figlio di quel Rafiq Hariri che fu assassinato quattro anni fa: si fa un governo di unità nazionale. Il che suona un po’ ironico, in un Paese come il Libano, che è tutto fuorché “unito.” Ma, evidentemente, è l’unica strada per andare avanti. Il giovane Hariri lo sa, e per questo ha accettato nel suo esecutivo anche coloro che ritiene responsabili dell’assassinio di suo padre.
Il Libano è un Paese dalle mille contraddizioni – in questo ricorda un po’, nel bene e nel male, la vicina Israele.
E la capitale Beirut, una città profondamente segnata dalle guerre civili ma ancora bella quasi al punto di fare male, raccoglie in sé tutte queste contraddizioni: si passa dai quartieri chic del centro, con gli hotel sul mare e i locali pieni di giovani yuppie e mogli rifatte e un po’ troppo scosciate al seguito; ai quartieri poveri della periferia, dove Hezbollah fa il bello e il cattivo tempo, e dove le donne girano in chador quasi fosse l’Iran. Un po’ come se Teheran, Parigi e Las Vegas si fossero fuse in un’unica città.
Potremmo passare ore a ricostruire la fitta trama di gruppi e sottogruppi che convivono in questo piccolo scampolo di Medio Oriente: sunniti e sciiti, cristiani maroniti, armeni, drusi, profughi palestinesi, laici e religiosi, tradizionalisti e moderni, filo-siriani e anti-siriani.
Il mosaico è troppo complesso per essere ricostruito qui su due piedi. E, no, non lo si può semplificare al classico scontro di civiltà tra musulmani e cristiani che tanto piace tirare in ballo a qualcuno. Per esempio, alcuni gruppi cristiani stanno dalla parte degli anti-siriani, ma altri (come per esempio fa il generale Michel Aoun) sono alleati di Hezbollah.
Per semplificare (e parecchio!) si potrebbe dire che oggi la divisione politica più grande (ma non certo l’unica) corre tra due blocchi: quello filo-siriano, di cui fa parte anche Hezbollah, e il “blocco Hariri”, detto anche “del 14 Marzo”, composto da tutte quelle forze che si opponevano allo strapotere di Damasco e alla presenza delle truppe siriane sul suolo libanese.
A partire dal 2005, molti importanti esponenti anti-siriani furono assassinati: l’ex primo ministro Rafiq Hariri, i giornalisti Gebran Tueni e Samir Kassir, oppure Pierre Amine Gemayel, Walid Eido e George Hawi.
Il blocco Hariri accusa Damasco e i suoi satelliti di questi attentati e persino una commissione d’inchiesta Onu ha indagato sull’assassinio dell’ex primo ministro. Ma per il momento nessuno è riuscito a trovare i colpevoli.
In ogni caso, il blocco Hariri ha vinto le ultime elezioni generali, che si sono svolte lo scorso giugno: ha ottenuto 71 seggi, contro i 57 del fronte filo-siriano. Il problema è che, in un Paese complicato come il Libano, non sono sufficienti a governare. Per questo sono cominciate le lunghissime ed estenuanti trattative per la formazione di un governo di unità nazionale… che si sono concluse solo pochi giorni fa.
Risultato? Forse (almeno, si spera) il Libano avrà un po’ di tranquillità e stabilità. Ma le contraddizioni (e di conseguenza i motivi di tensione) rimangono.
Primo perché il blocco Hariri deve governare insieme a coloro che, a torto o a ragione, ritengono responsabili di una serie di omicidi politici contro il fronte anti-siriano.
E secondo perché la situazione mette le Forze Armate libanesi in una posizione estremamente delicata.
Attraverso l’Esercito, infatti, il governo centrale di Beirut sta lentamente cercando di recuperare il controllo su tutto il territorio nazionale. Problema: nel Sud del Paese sono le bande armate, e in particolare Hezbollah, ad avere il monopolio della forza. Con l’aiuto delle Nazioni Unite dunque, l’esercito sta cercando di recuperare il controllo in queste zone.
Adesso però che c’è un esecutivo di larghe intese, la situazione è paradossale: il governo dovrebbe disarmare Hezbollah, ma Hezbollah è il governo. Tra l’altro, anche se adesso qualche soldato libanese si vede anche nel Sud del Paese, pare Hezbollah abbia ancora più armi di prima (cliccando qui trovate un interessante articolo di Foreign Policy) … ma di questo forse parleremo un’altra volta.
- Mercoledì 11 Novembre 2009
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Commenti
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Il 11 Novembre 2009 alle 17:39 indigesto ha scritto:
Cara Anna, l’articolo è un affresco preciso su quel Paese aggrovigliatissimo, etnicamente, socialmente e politicamente, come del resto lo è sempre stato, ma da qualche tempo infestato anche da pericolose bande armate. Resta solo da capire cosa stia facendo concretamente l’ONU con le sue truppe per salvaguardare i confini con Israele. E cioè se sta partecipando efficacemente al tentativo di disarmare Hezbollah o a fare solo opere buone!
Il 11 Novembre 2009 alle 19:10 indigesto ha scritto:
Bravo Fumagalli, ci hai fatto capire che sei un giramondo, ed hai fatto osservazioni che mi sembrano giuste, anche se non sono centrali all’argomento. Eh si, le religioni non si possono separare dall’uomo e dal suo cammino di civiltà,che piaccia o meno,per dirla con te.
Il 11 Novembre 2009 alle 19:41 annamomigliano ha scritto:
Infatti non ho detto che Parigi è come Las Vegas (anzi, al contrario)
Beirut però è esattamente questo, 3 città completamente diverse in una: cultura e bella vita da un lato; divertimento sfrenato e un po’ pacchiano dall’altro… e tradizionalismo oscurantista dall’altro lato ancora.
A metterla così sembra un pugno in un occhio, ma vi assicuro che è una città davvero meravigliosa.
E no, non mi paga il Ministero del Turismo libanese :-P
Il 11 Novembre 2009 alle 20:44 annamomigliano ha scritto:
caro Indigesto,
qui Israele non c’entra: Hezbollah è prima di tutto un problema interno libanese. Tanto che un paio di anni fa i miliziani avevano occupato militarmente gran parte della capitale!
La situazione è ancora più complessa di quanto sembra: da un lato il governo libanese chiede il disarmo di tutte le milizie, ma poi i miliziani stanno al governo…
Una situazione molto simile, se ci pensa, a quella che c’è in Iraq: con le milizie di Al Sadr che sono al tempo stesso nemiche del governo centrale e parte di esso.
Insomma, non so se l’Onu possa fare molto, fino a quando a Beirut non ci sarà una situazione più stabile.
Il 11 Novembre 2009 alle 21:14 indigesto ha scritto:
Si, cara Anna, un problema interno; ma a cosa si ispiri il Partito di Dio lo si sa benissimo. E’ chiara anche l’incongruenza della..politica. Ma mi chiedevo: l’ONU fa attività di rastrellamento di queste armi o si limita a presidiare le zone prossime all’instabile confine con Israele? C’è da attendere, mi par di capire. Saluti :)
Il 12 Novembre 2009 alle 17:43 annamomigliano ha scritto:
caro Fumagalli,
attribuire la vitalità di Beirut al dominio francese è molto riduttivo, e indice di un certo “complesso di superiorità” nei confronti degli arabi di cui noi europei faremmo meglio a liberarci.
le principali città arabe hanno storie secolari (se non millenarie, come nel caso di Damasco), ognuna ha una sua cultura e un suo stile di vita. Non vorrà ridurre tutto a un secolo e mezzo di dominio anglo-francese?
Il Cairo è stato per un bel po’ sotto il dominio inglese, ma è una città estremamente vitale e creativa. Una metropoli che non dorme mai.
Quando se ne presenterà l’occasione, scriverò volentieri anche del Cairo. :-)
Il 15 Novembre 2009 alle 19:08 indigesto ha scritto:
Meglio essere gialli,di questi tempi!
Il 22 Dicembre 2009 alle 11:36 Prove di disgelo tra Siria e Libano… ma a Tripoli si spara - Mondo - Panorama.it ha scritto:
[...] Negli ultimi anni, la politica interna libanese si è di fatto distinta in due blocchi principali proprio in funzione del rapporto con Damasco: da un lato il cosiddetto fronte anti-siriano, guidato da Saad Hariri, dall’altro il blocco filo-siriano che fa riferimento a Hezbollah e ai suoi alleati. Per sapere di più sugli schieramenti politici libanesi, cliccate qui. [...]
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