
La domanda è molto chiara e diretta. Suona più o meno così: ma quando diavolo Barack Obama prenderà una decisione sull’Afghanistan?
Se lo chiede Iain Martin, vice direttore del Wall Street Journal Europe dopo la diffusione della notizia che il presidente americano ha deciso di non decidere (almeno per ora) l’entità dei rinforzi da inviare a Kabul. Più che prudenza, questa ormai è empasse, scrive il columnist.
Che paragona il tormentato processo di (in)decisione di Obama a quello che fu costretto a vivere Lyndon B. Jonhson all’epoca dell’escalation in Vietnam. “Non penso che valga la pena combattere per quel paese - raccontava il successore di JFK ai suoi più stretti collaboratori - Perché dobbiamo infilarci in quel casino? Perché dovrebbe interessarmi di quel paese?”.
Per Martin, l’attuale inquilino della Casa Bianca sta facendo gli stessi ragionamenti. Con una differenza. Che il Vietnam era il Vietnam, mentre qui, in Afghanistan, la storia è diversa. Se Barack Obama non prenderà una decisione, i futuri storici, dice il commentatore del WSJ, non lo paragoneranno certo al prudente ma determinato L.B. Johnson, ma, invece, a Jimmy Carter, diventato (suo malgrado) il simbolo (negativo) della debolezza della presidenza americana. Che il Commander in chief stia prendendo troppo tempo (perdendo, secondo alcuni) lo pensa più o meno metà delle persone intervistate per un sondaggio realizzato dalla Cnn: il 49% degli interpellati contro il 50% che, invece, ha espresso il parere contrario.
Di fatto, dopo giorni e giorni di indiscrezioni sulla cifra decisa (34.000 soldati, no, 30,000, no forse 40,000); dopo settimane di voci sulla possibilità che l’annuncio arrivasse prima della partenza per il lungo viaggio in Asia, a poche ore dalla partenza dell’Air Force One alla volta dell’Oriente (per noi europei) l’Associated Press ha fatto lo scoop e ha rivelato che Barack Obama ha rimandato al mittente tutte le proposte che i suoi consiglieri militari gli avevano presentato dietro sua esplicita richiesta.
Dopo due ore e mezza di discussione nell’ultima riunione del consiglio di guerra, il presidente ha scartato tutte l’ opzione minima (tra i 10 e i 15.000) che prevedeva l’invio di soldati il cui compito sarebbe stato, di fatto, quello di addestrare le truppe afghane; ha rigettato la via di mezzo (20.000) e ha rimandato al mittente anche l’ultima (dai 30 ai 40.000 soldati) quella che aveva avanzato il generale McChrystal, il comandante delle truppe americane in Afghanistan.
Non contento degli scenari militari prospettati, non convinto della attuale situazione politica a Kabul dopo la rielezione del presidente Hamid Karzai, non soddisfatto delle analisi fornite dai suoi generali, Barack Obama ha chiesto un ulteriore approfondimento di alcune questioni: Quali risultati possono raggiungere i soldati sul campo?
Quale e quando può essere l’exit strategy dal paese? Quando gli americani e i loro alleati della Nato potranno cedere la responsabilità della guerra al governo afghano?
E, poi: la politica seguita dall’esecutivo guidato da Karzai può realmente diventare più credibile? A rendere più facile la decisione di non decidere (ancora), ha pesato molto un rapporto inviato da Kabul da un alto funzionario statunitense, l’ambasciatore Karl W. Eikenberry. Ex generale a due stelle, l’attuale titolare della rappresentanza diplomatica nella capitale afghana ha spedito alla Casa Bianca una relazione in cui sconsigliava il presidente di inviare i 40.000 soldati richiesti da McChrystal. Anzi.
Nel telex, l’ambasciatore faceva capire di essere totalmente contrario a quell’opzione. Obama non aspettava altro per decidere di prendere ancora tempo. Per ponderare meglio le mosse da fare, la strategia da adottare. Secondo Obama, il terreno è troppo “minato”, le condizioni (politiche) troppo negative per rischiare altri soldati sul campo. Quindi, ricevuto il rapporto da Eikenberry ha annunciato al suo gabinetto di guerra che tutto era rimandato.
Pare che il presidente fosse sollevato dal non aver dovuto decidere. E la Casa Bianca è(stata) felice di poterlo far sapere, ha scritto il New York Times. Chi non è contento di questa situazione sono certamente i generali che si trovano in Afghanistan. Per loro, se non arriveranno quei rinforzi, la guerra è già perduta.
- Venerdì 13 Novembre 2009
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Commenti
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Il 13 Novembre 2009 alle 21:32 indigesto ha scritto:
Se chi sta sul campo considera già perduta la guerra senza l’invio di rinforzi, tanto varrebbe lasciare l’Afghanistan agli afghani. Per guerra perduta si può anche intendere subire ingenti perdite, forse più di quante ne provocherebbe una guerra vinta, inviando adeguati rinforzi. Temporeggiare serve?
Il 25 Novembre 2009 alle 16:49 Afghanistan: nuove truppe ma senza una vera strategia - Mondo - Panorama.it ha scritto:
[...] Il presidente dovrà convincerli della sua volontà di non essere un novello Lyndon B. Johnson - l’uomo dell’escalation in Vietnam - ma (agli occhi dei repubblicani e del elettorato conservatore) neppure il debole Jimmy [...]
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