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T-shirt di Obama in vendita a Shanghai (Credits: La Presse)
“Ho iniziato il mio viaggio asiatico da Tokyo perché l’allenza tra Giappone e Stati Uniti rappresenta il fondamento della pace e della prosperità in questa regione”: il Presidente degli Stati Uniti ha commentato con queste parole il suo arrivo nella capitale del Sol Levante. In Giappone Barack Obama sta discutendo, oltre che di nucleare, della ricollocazione della base militare americana di Okinawa. Temi difficili, ma i giorni più duri di questo viaggio in Oriente saranno i quattro trascorsi in Cina, dove il Presidente arriverà domenica.
Gli internauti cinesi vorrebbero accoglierlo con un questionario: uno strumento utile per conoscere l’opinione di Obama su sport, commercio internazionale e Tibet. Sono tanti i siti che stanno raccogliendo proposte di domande dai blogger orientali: “ha intenzione di incontrare il Dalai Lama? Per noi sarebbe un errore”; “gli Stati Uniti si considerano amici o nemici della Cina?”. “Perché gli Usa danneggiano la Cina favorendo il protezionismo?”; “può fare qualcosa per aiutare Yao Ming e Houston Rockets a vincere un campionato?”; “cosa pensa della libertà di opinione e di espressione in Cina?”.
Obama dovrebbe rispondere a queste domande lunedì da Shanghai, ma non è chiaro se il governo trasmetterà in diretta nazionale l’evento o se i cinesi potranno seguire il Presidente solo via web.
Difficile giudicare quanto questa iniziativa sia partita direttamente dai blog, dal momento che i burocrati di Pechino hanno da tempo messo a punto una strategia che permetterebbe loro di parlare della questione tibetana mettendo Obama con le spalle al muro.
Anche se un portavoce della Casa Bianca ha dichiarato all’inizio di questa settimana che il Presidente americano incontrerà il leader buddhista quando “i tempi saranno maturi per farlo”, Pechino sfrutterà la visita della prossima settimana per fare in modo che questo non accada: “Obama ha riconosciuto che senza gli sforzi compiuti da Abramo Lincoln non avrebbe mai potuto raggiungere la sua attuale posizione. Lincoln ha abolito la schiavitù in America, la Cina ha fatto la stessa cosa in Tibet, e gli Stati Uniti dovrebbero aiutarci a mantenere la sovranità su questo territorio finalmente libero”, fa sapere il governo.
“Il 90% degli internauti cinesi ècontrario a un incontro tra Obama e il Dalai Lama, e se il Presidente decidesse di vederlo non farebbe altro che umiliare il nostro popolo”. “Welcome to Beijing and welcome to China”, quindi, ma senza ripensamenti sul Tibet.
“Welcome to Beijing, welcome to China”: ecco il VIDEO
- Venerdì 13 Novembre 2009
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Commenti
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Il 13 Novembre 2009 alle 20:58 indigesto ha scritto:
Sempre la questione del Tibet a tener banco. Penso che se Obama insisterà troppo nel “personalizzare” la sua elezione a Presidente USA, di trappole, in politica estera, ne troverà parecchie . Ora la Cina, immagino quelle del mondo arabo. Nel migliore dei casi passerebbe alla Storia come temporeggiatore. Ma è di ciò che ha bisogno la situazione internazionale nei suoi punti di maggior frizione, oltre che nei postumi della crisi economica?
Il 14 Novembre 2009 alle 11:16 indigesto ha scritto:
D’accordo, ma troverà altre vie d’uscita? La nostra economia, in fondo, dipende ancora in parte dagli USA. Lo abbiamo visto con i riflessi che ci sono stati in Europa dovuti alla loro crisi finanziaria
Il 14 Novembre 2009 alle 16:35 indigesto ha scritto:
Posso anche essere d’accordo anche su questo, ma non sarà facile, purtroppo! Per motivi di ordine nazionale, nostro, e per motivi di ordine europeo.
Il 15 Novembre 2009 alle 18:08 indigesto ha scritto:
Beh,in fondo c’è una NATO e c’è presenza americana in Europa. Tutte cose che indicano buoni rapporti, nei quali è difficile prescindere del tutto dagli aspetti economici. Poi non dirmi che la nostra politica nazionale non sia filo-americana, no?
Il 27 Novembre 2009 alle 16:48 Pubblicità bianca contro la censura. In Cina - Mondo - Panorama.it ha scritto:
[...] la visita di Obama, il partito comunista aveva fatto sapere che tutti i giornalisti del paese, con l’unica eccezione [...]
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