
Arabia saudita: Il Re Abdullah
da Riad — “Il cambiamento che abbiamo intrapreso è inarrestabile. Non c’è più alcuna possibilità di tornare indietro“. Nello spazioso ufficio al 66° piano del suo grattacielo di vetro e acciaio, icona della capitale saudita, il principe Al-Waleed bin Talal bin Abdul Aziz, 54 anni, canta vittoria. Dopo avere perorato tante volte la necessità di riformare il patriarcato draconiano che vige nel suo paese e l’ortodossia intollerante dei religiosi estremisti, ora avverte che “è cominciato un percorso virtuoso”.
Il principe, nipote di re Abdullah, ma soprattutto investitore globale con un patrimonio di 13,3 miliardi di dollari, è certamente un antesignano. Poco meno di metà dei dipendenti della sua Kingdom holding è composta da donne, che non hanno nemmeno l’obbligo di indossare il velo, la tradizionale “abaya” nera.
Addirittura il nobile miliardario ha voluto alla direzione delle risorse umane della sua compagnia di entertainment, la Rotana, una top manager affascinante e vigorosa, Sultana al-Rowaili, che ora dice: “Gli uomini che vengono a chiedermi un posto di lavoro sembrano in stato di shock nel vedere una donna in un ruolo dirigenziale“.
Scendendo di molti piani ed entrando nel centro commerciale Al-Mamlaka, tre livelli per i 161 negozi, si nota che anche nel resto della società saudita le novità, rispetto solo a uno o due anni fa, appaiono notevoli. Tante ragazze fanno shopping, da sole e senza genitori o mariti. Alcune scambiano sguardi e parole con i loro coetanei che fanno loro la posta. Un paio di coppie si appartano per qualche minuto dietro le colonne. Perfino lo straniero non è più ignorato, ma accolto con un sorriso furtivo.
Parlare di rivoluzione sarebbe esagerato. Ma di sicuro re Abdullah, 85 anni, dall’agosto del 2005 sul trono del paese che detiene un quarto delle riserve mondiali di petrolio (stimate in 260 miliardi di barili), sembra avere fatto la scelta irrevocabile fra progresso e oscurantismo. Forse per convinzione (adora l’etichetta di liberal) o convenienza, per evitare le spinte centrifughe della borghesia emergente e assicurare la tenuta del fragile tessuto sociale.
In ogni caso il sovrano si sta muovendo, seppure a passi felpati, con una buona dose di coraggio di fronte alle resistenze al cambiamento dei poteri forti che si annidano nella stessa casa reale, fra i seguaci del ministro dell’Interno, il principe Naif, nel clero e nella magistratura. “I segnali evolutivi intervenuti negli ultimi tempi, nel senso di un’apertura, sono assai significativi” conferma il ministro degli Esteri Franco Frattini, che di recente ha avuto una serie di incontri ad alto livello a Riad. “Ma è evidente che i processi di modernizzazione sono e devono essere graduali”.
Poteva fare di più il re? Poteva farlo più in fretta? Il dibattito è acceso all’interno dell’Arabia Saudita, fra gli stessi membri del Consiglio del Majilis, l’assemblea consultiva, dove di recente sono stati nominati 79 nuovi rappresentanti, tutti sotto i 41 anni. Tre di loro, con Panorama, hanno ammesso che c’è “una certa frustrazione soprattutto fra le donne che vorrebbero non piccoli passi, ma vere riforme”.
È un fatto che re Abdullah sta cercando di cambiare la faccia del regno imprimendo una svolta strategica soprattutto nel rapporto tra la famiglia reale e il clero. Per quasi 50 anni, in cambio dell’indipendenza sugli affari religiosi e sociali, gli ulema hanno fornito legittimità ai discendenti di re Al-Saud. L’equilibrio è saltato nel 1979 quando una banda di radicali ha assediato e occupato la Grande moschea della Mecca. Per ottenere l’intervento dell’esercito la casa reale è stata costretta ad abdicare a molti dei suoi poteri temporali cedendoli ai religiosi. Osama Bin Laden è il frutto marcio di quel baratto, oltre che della guerra fredda.
Gli attentati dell’11 settembre e quelli successivi, fra il 2003 e il 2005, nella stessa Arabia Saudita (oltre 200 morti), hanno convinto la famiglia reale a chiudere quell’epoca di acquiescenza. Re Abdullah si è imposto di restaurare il potere centrale, di riformare il settore giudiziario e di eliminare le minacce jihadiste. Dopo avere lanciato il dialogo interreligioso durante la prima visita ufficiale in Vaticano, nel novembre 2007, ha affondato la spada, a partire dal febbraio 2009, nell’alto clero e fra i magistrati della sharia per spezzare la struttura ideologica, finanziaria e religiosa della casta pro Bin Laden.
Prima, ha licenziato lo sceicco Saleh al-Luhaidan da presidente del Consiglio giudiziario supremo, accusandolo, fra l’altro, di avere emesso un editto religioso (fatwa) che autorizzava l’uccisione dei proprietari di canali televisivi perché causavano “la corruzione della moralità” (e la prima vittima designata era proprio il principe Al-Waleed). Contemporaneamente è saltata la testa dello sceicco Ibrahim al-Ghaith, il direttore generale della polizia religiosa, la famigerata Muttawa.
Non contento, il re ha rinnovato il Consiglio degli ulema, il massimo organo religioso, che ora rappresenta tutt’e quattro le scuole giuridiche dell’Islam sunnita e non più solo quella salafita-wahabita, che tanti guai ha provocato. Ai primi di ottobre, anche un altro predicatore radicale, lo sceicco Saad bin Naser al-Shethri è stato sollevato dal suo incarico nel potente consiglio degli studiosi islamici. La punizione è la conseguenza immediata delle critiche mosse dallo sceicco contro la nuova università della scienza e della tecnologia, sponsorizzata da Abdullah come “bastione della tolleranza”.
Per la prima volta le classi sono miste e gli 800 studenti provengono da 61 paesi. In totale, dall’inizio dell’anno, 3.200 predicatori considerati pericolosi per la sicurezza nazionale sono stati allontanati. Chi nell’apparato religioso ha salvato il posto ha dovuto fare pubblica ammenda, come Salman al-Awdah, considerato fino a poco tempo fa il mentore di Bin Laden. Lo sceicco ora maledice i predicatori di odio e lo stesso leader di Al Qaeda considerando i suoi metodi violenti “non islamici”.
Facendo leva sul diffuso apprezzamento con cui l’opinione pubblica e i vertici tribali hanno accolto le ultime decisioni, compresa quella di bombardare gli avamposti dei ribelli sciiti Houthi, oltre la frontiera con lo Yemen, ma anche confidando nella forza dell’economia e nella sconfitta del terrorismo islamico, re Abdullah si è spinto fino ad accelerare le riforme. A cominciare dal progetto ambizioso per creare una moderna industria turistica nazionale. Per passare all’imponente programma di formazione giovanile con borse di studio per consentire agli studenti sauditi di frequentare le università straniere (oltre 15 mila l’anno). Fino alle innovazioni sul ruolo della donna.
Paradossalmente, proprio nel giorno di San Valentino 2009, una festa osteggiata dai tradizionalisti, il re ha decretato il rimpasto del governo nominando per la prima volta una nota accademica, Nora al-Fayez, viceministro (con rango di ministro) per l’Istruzione femminile. Altre sei esponenti della società civile sono state aggregate all’assemblea consultiva. Non è molto, ma, fra opposte spinte, oggi le donne hanno finalmente la possibilità di accedere alle biblioteche, di frequentare le palestre e anche di assistere alle sfilate di moda. La scommessa per il 2010 è quella di riuscire a guidare l’auto. La bellissima principessa Amira, moglie del miliardario Al-Waleed, è già pronta grazie alla patente internazionale presa in Europa.
- Lunedì 16 Novembre 2009
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Commenti
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Il 18 Novembre 2009 alle 18:36 indigesto ha scritto:
Se son rose….!
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