
L'esercito israeliano demolisce un insediamento in Cisgiordania
La notizia è arrivata nel momento peggiore, quando i rapporti tra Usa e Israele sono già tesissimi: le autorità israeliane hanno autorizzato la costruzione di 900 nuove alloggi nella colonia di Ghilò, un sobborgo di Gerusalemme Est. Obama, che si trova in visita ufficiale a Pechino e avrebbe anche altro a cui pensare, ha fatto sapere di essere “costernato”.
Ovviamente, anche i palestinesi non l’hanno presa molto bene: Israele scelga, o le colonie o la pace, ha detto il caponegoziatore Saeb Erekat.
Il gelo tra Washington e Gerusalemme sulla questione delle colonie non è certo una novità: l’ultimo scontro in proposito risale allo scorso settembre: per saperne di più, cliccate qui.
La situazione però oggi è ancora più delicata, perché i palestinesi sembrano determinati a dichiarare unilateralmente un loro Stato indipendente. Con capitale a Gerusalemme Est, proprio dove sorgeranno i nuovi alloggi : per leggere un articolo recente sull’argomento, cliccate qui.
Ora, dell’argomento colonie su questo blog abbiamo discusso già molte volte, quindi non tornerò oggi con un’analisi approfondita sull’argomento. Vorrei, piuttosto, mettere in chiaro e ribadire alcune cose.
1) Fa bene Obama a essere costernato. L’approvazione di queste nuovi appartamenti è una mossa sbagliata da parte del governo israeliano, perché irrita i palestinesi - per giunta in un momento estremanente delicato
2) Fanno bene le autorità palestinesi a protestare.
3) Ma onestamente, non è credibile la posizione di Erekat, quando insiste che le colonie sono il principale ostacolo al processo di pace.
4) Sarà semplicistico, ma io credo che l’occupazione militare della Cisgiordania sia un problema molto più serio. Prima di tutto, per i palestinesi
Riassumendo: le colonie altro non sono che quartieri e cittadine abitate in maggioranza da israeliani, che però si trovano sul territorio palestinese. Alcune sono popolate da fanatici nazionalisti, altre da gente normalissima. Per approfondire di più l’argomento, potete cliccare qui.
Davvero possiamo credere che la presenza di 300 mila civili israeliani è l’ostacolo principale al processo di pace?
A me questa storia delle colonie non ha mai convinto più di tanto: i palestinesi vogliono un loro Stato indipendente, e vogliono (comprensibilmente!) che Israele smetta subito di occupare i loro territori. Ma il problema dovrebbe essere il dominio delle autorità israeliane sul territorio palestinese, la presenza dell’esercito in un territorio straniero… non la presenza di qualche famiglia!
Perché in questo Stato palestinese non potrebbero vivere 300 mila israeliani? In fondo in Israele vivono già un milione di arabi palestinesi, e nessuno si lamenta.
Una volta, parlando con un italiano, mi sono sentita dire che le famiglie israeliane non possono vivere nei Territori palestinesi perché “è terra degli altri”. E’ proprio questo genere di affermazioni che mi fa accapponare la pelle. Così come mi fa accapponare la pelle l’idea di avere uno Stato palestinese (o uno Stato israeliano) “etnicamente puro”.
Guardiamo in faccia la realtà: Israele e Palestina sono due nazioni molto piccole e confinanti. Anche quando si raggiungerà l’obiettivo tanto agognato dei “due Stati per due popoli”, ci saranno sempre dei palestinesi in Israele, e degli israeliani in Palestina.
Qualche anno fa un leader palestinese aveva lanciato una proposta che a me sembra molto sensata: dare la cittadinanza palestinese a tutti gli israeliani che vivono nei Territori palestinesi.
Chi è ben disposto di vivere in pace con i vicini di casa arabi avrà tutto da guadagnarci, i fanatici potranno anche fare le valigie.
- Mercoledì 18 Novembre 2009
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Commenti
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Il 18 Novembre 2009 alle 17:13 paolo.papi ha scritto:
Cara Anna,
questa volta - ed è la prima! - mi permetto di non essere d’accordo con te e ti spiego perchè.
Anche a me - come a te - fa orrore l’idea di uno Stato, palestinese o israeliano, etnicamente puro. E anch’io trovo condivisibile - sulla carta - l’idea di dare la (futura) cittadinanza palestinese agli ebrei che vivono nei Territori, così come Israele, unica democrazia del mondo arabo, ha dato la cittadinanza ai suoi cittadini arabi. C’è un però, sul quale vorrei la tua opinione.
I cittadini arabo-israeliani non sono coloni, ma - credo - nipoti di quegli arabi che rimasero lì, nonostante tutto, nel 48, nel 56, nel 67. Hanno più diritti (anche democratici) dei loro fratelli dei Territori, ma sono la parte più debole della società israeliana.
Buona parte dei settler, invece, sono stati “inviati” (consentimi la forzatura) lì - anche dietro ricompense materiali - dai vari governi - di destra e di sinistra - che si succeduti a Gerusalemme negli ultimi trent’anni. Hanno fatto cioé parte - secondo me - di una politica di colonizzazione comprensibile ma sciagurata, che puntava e punta a mettere i palestinesi di fronte al fatto compiuto. Creando oltrettutto problemi di spostamenti, di militarizzazione, di convivenza tra le due comunità, che hanno spezzato la continuità territoriale della Cisgiordania, cioé del cuore del (futuro) Stato palestinese. E quando dico continuità territoriale dico una cosa che i palestinesi, nella loro vita quotidiana, capiscono molto bene.
Il problema, insomma, esiste e paragonare i coloni ai cittadini arabo-israeliani è secondo me fuorviante. Se poi, un giorno, arabi ed ebrei dovessero vivere fianco a fianco in Israele e in Palestina, senza cittadelle militarizzate, né muri, né Qassam, né cinture esplosive, sarei come te molto contento. Per il resto, sono d’accordo, il problema dell’occupazione militare - cui è collegato quello delle bande estremiste palestinesi - è più grave di quello di 300 mila coloni!
Il 18 Novembre 2009 alle 22:43 annamomigliano ha scritto:
Paolo,
in parte hai ragione: molti dei coloni sono stati “mandati” (o incoraggiati a stabilirsi) nei Territori occupati dai governi precedenti.
Altri ancora sono fanatici nazionalisti che si sono stabiliti lì di loro iniziativa… e in questo caso le autorità israeliane provvedono a sgomberare le colonie (come nella foto).
In entrambi i casi si tratta di un progetto di “colonizzazione” di per sé sbagliato.
Ma molte altre “colonie” sono semplici quartieri sconfinati al di là della linea verde, abitata da gente normalissima che sta lì senza intenzioni aggressive o progetti particolari. Qualche esempio? French Hill a Gerusalemme, Modiin Illit tra Gerusalemme e Tel Aviv…
Cosa vogliamo fare, mandarli via? evacuarli?
Per carità, credo che le costruzioni andrebbero congelate, specie in questo momento. E credo che questo governo abbia molte colpe.
Ma se si continua a vedere i coloni come l’ostacolo principale, si perde di vista il problema principale, cioè l’occupazione militare.
Fumagalli,
in atratto lei avrebbe anche ragione: uno Stato per tutti sarebbe forse meglio.
Ma, piaccia o no, sia gli israeliani sia i palestinesi sono in stragrande maggioranza contrari a questa soluzione.
E il loro volere va rispettato. Imporre dall’alto ad altri popoli i confini che piacciono agli europei ha un nome: si chiama colonialismo.
Il 19 Novembre 2009 alle 10:46 redazione ha scritto:
Cara Anna,
anch’io credo che sia irrealistico evacuare centinaia di migliaia di persone che vivono all’interno della linea verde. Irrealistico e forse anche sbagliato, in molti casi. La strada è quella che si conosce, quella delle compensazioni territoriali.
La lista dei desiderata ci sarebbe: un gruppo di negoziatori coi controcazzi, che sappia usare il bisturi per distinguere caso per caso ed evitare di rifare gli errori del colonialismo, quando le linee venivano tracciate col righello. Uomini forti e giusti che sappiano anche essere impopolari, che non guardino all’oggi ma al dopodomani. Due popoli maturi… Lista del tutto teorica, purtroppo…
Dopodiché, hai ragione, l’occupazione militare è il problema (assieme al terrorismo). Ma ho l’impressione che, per la grande maggioranza dei palestinesi, occupazione e colonizzazione siano un tutt’uno. E’ una lettura sbagliata? Forse sì. Ma bisogna tenerne conto, perché, lì, è anche con questi immaginari simbolici che bisogna fare i conti. Immaginari simbolici che ingrovigliano il problema, rendendolo difficilmente risolvibile. Insomma: son tempi duri per gli uomini di pace. Troppe occasioni perse in passato, e temo ormai sia troppo tardi… Ovviamente, spero di sbagliarmi… (PP)
Il 19 Novembre 2009 alle 16:36 annamomigliano ha scritto:
Paolo,
forse hai ragione. forse per alcuni palestinesi “occupazione” e “colonizzazione” sono la stessa cosa: immagino sia così nella zona di Hebron, dove un piccolo gruppo di coloni, protetti dall’esercito, tengono la città in uno stato di legge marziale.
ma ho visto anche altre zone in cui - forse in tempi un po’ migliori - la convivenza tra arabi ed israeliani andava molto meglio: io ho vissuto al Monte Scopus (che per il diritto internazionale è un Territorio Occupato), lì convivevano “nativi” palestinesi e studenti israeliani senza pestarsi troppo i piedi.
conosco anche molti israeliani per cui la presenza di arabi vicino a casa loro è una minaccia… ma non mi sembra una buona cosa.
insomma, capisco che le colonie diano fastidio, e trovo una provocazione stupida avere approvato nuovi edifici.
ma prima o poi, dovremmo accettare l’idea che non si può convincere le persone a vivere “dal lato giusto del confine”.
e neppure spostare il confine in modo da creare zone “etnicamente omogenee”. tu parli di compensazioni territoriali: un’idea sensata, ma che non potrà mai risolvere al 100% gli equilibri.
Così come gli israeliani accettano la presenza di arabi sul loro territorio, i palestinesi dovranno fare lo stesso: altrimenti non se ne esce più.
Il 19 Novembre 2009 alle 19:03 paolo.papi ha scritto:
Anna, che dire? Sono d’accordo. E chiudo qui, altrimenti rischio di scivolare verso la frusta citazione dei variRemarque e Tolstoj, i grandi maestri del pacifismo contemporaneo…
Caro Fuamagalli: la sua idea dell’Israstina - il neologismo lo coniò quel “pacifista” di Gheddafi - non è assurda. Sarebbe anche augurabile, nel miglior dei mondi possibili. E’ solo impraticabile. Non la vuole nessuno. Nè Israele, né i leader regionali arabi che, della tragedia dei Territori, sono responsabili almeno quanto Israele.
Ci vorrebbe forse un’Europa forte, ma - semplicemente - l’Europa non c’è. E quando c’è guarda alla tragedia degli ebrei nel 900 e dei palestinesi come lo specchio della propria cattiva coscienza.
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