La misura di quanto il credito politico e d’immagine di Barack Obama si sia eroso agli occhi delle leadership europee si avrà nella prima settimana di dicembre, quando gli alleati della Nato dovranno rispondere (con truppe e mezzi, non con le solite chiacchiere) alle richieste di Washington di inviare 10 mila militari in più in Afghanistan al fianco dei rinforzi statunitensi, previsti in circa 30.000 soldati.
In attesa delle decisioni che emergeranno dal vertice dei ministri degli Esteri della Nato, il 3 dicembre, la reazione degli alleati al “surge” di Obama pare quanto meno tiepida. Un risultato in parte dovuto anche ai tentennamenti di Obama che ha atteso quasi tre mesi per decidere se fornire o meno le truppe chieste dal generale Stanley McChrystal.
La Francia ha annunciato che non invierà altri soldati mentre in Germania lo scandalo dei rapporti tenuti nascosti dai vertici politici e militari della Difesa sulla strge di civili a Kunduz non favorirà certo un rafforzamento dell’impegno militare in Afghanistan. Olanda e Canada si apprestano addirittura a ritirare i loro contingenti nei prossimi due anni.
A oggi per il surge di Obama sono stati resi disponibili circa 4.000 militari alleati, contando pure piccoli reparti già assegnati in precedenza al fronte afgano come i 120 soldati tedeschi, i 220 spagnoli e i 250 slovacchi annunciati nelle scorse settimane insieme agli 800 rinforzi turchi che a Kabul avranno compiti solo logistici e di addestramento delle forze afgane. Non si tratta solo di numeri ma anche di qualità delle truppe inviate.
Il generale McChrystal ha chiesto battaglioni di truppe da combattimento non piccole unità utili forse a fare la guardia a una base o scortare convogli.
La Georgia ha offerto mille soldati ma si tratta di truppe che non hanno l’addestramento e l’equipaggiamento standard Nato, quindi difficilmente integrabili sul campo di battaglia. Anche i 500 soldati sud coreani non saranno molto utili contro i talebani poiché avranno compiti limitati alla protezione delle agenzie umanitarie di Seul presenti in Afghanistan.
Al momento solo i 500 britannici e i 600 polacchi rappresentano unità spendibili sul campo di battaglia e dotati delle capacità richieste dal comando alleato a Kabul. Anche dall’Italia è atteso un contributo simile sia in termini numerici che qualitativi. L’ambasciatore statunitense a Roma, David Thorne, ha dichiarato sabato di aspettarsi “parecchie truppe in Afghanistan dall’Italia”. Il ministro della Difesa. Ignazio La Russa, ha definito “probabilissimo” l’invio di rinforzi italiani precisando che “le regole d’ingaggio non cambieranno”. Eppure un maggior ruolo italiano in Afghanistan dovrebbe consentire ai nostri militari di avere più mano libera per sconfiggere gli insorti e proteggere la popolazione.
I quattro cacciabombardieri AMX basati a Herat non sono autorizzati a impiegare bombe ma solo a intervenire contro i talebani con i cannoncini da 20 millimetri e in circostanze limitate. Una penalizzazione che costringe i moderni velivoli a operare come aerei della Seconda guerra mondiale quasi azzerandone le capacità belliche. Dopo americani, canadesi, britannici e olandesi, in estate anche i francesi hanno schierato in Afghanistan l’artiglieria campale, lanciarazzi multipli MLRS, cannoni e obici semoventi da 155 millimetri in grado di colpire con precisione da grande distanza.
Invece gli italiani si sono limitati finora a impiegare (e solo da quest’anno) i mortai da 120 millimetri, rivelatisi indispensabili in molti scontri. L’esercito dispone però degli MLRS e dei nuovi semoventi Pzh-2000 in grado di colpire con estrema precisione i bersagli da 40 chilometri di distanza. Bombe da aereo e artiglierie che invece di prendere polvere nelle caserme italiane sarebbero molto utili al nostro contingente in Afghanistan.
- Lunedì 30 Novembre 2009
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