
Il suo braccio destro Rahm Emanuel l’ha definita “una settimana storica in un anno storico”. In sette giorni, Barack Obama si gioca buona parte della credibilità (presente e futura) della sua presidenza.
L’inquilino della Casa Bianca dovrà affrontare decisivi passaggi sui tre principali fronti su cui è impegnata l’amministrazione: Afghanistan, Riforma Sanitaria e Crisi Economica (vedi Occupazione). Un banco di prova che può dare risposte alle domande che ormai tutti si fanno: ma Obama, che presidente è? Ed è all’altezza delle sue promesse? Dove è finito il suo carisma?
Il primo appuntamento è all’accademia militare di West Point dove martedì sera annuncerà l’invio di 35.000 soldati a Kabul. La decisione, si sa, è arrivata dopo settimane di rinvii, dubbi e discussioni (anche) aspre con i suoi generali. Ma il Commander in Chief dovrà essere in grado (soprattutto) di “vendere” una strategia (d’uscita vittoriosa dal conflitto) che finora non ha ancora comunicato a una opinione pubblica sempre più scettica.
L’altra tappa settimanale è al Senato, dove inizia la discussione sulla riforma sanitaria. Il voto finale positivo non è certo scontato. E Barack Obama dovrà far sentire tutto il suo peso per evitare che il partito democratico si spacchi in mille rivoli.
Giovedì, infine, si terrà alla Casa Bianca un summit sull’economia. Mentre il tasso di disoccupazione veleggia verso il 10%, mentre gli interventi a pioggia miliardari voluti dal suo governo producono ancora scarsi risultati nella creazione dei posti di lavoro, Barack Obama cerca di “metterci una pezza”con un vertice che rassicuri gli americani della sua volontà di risolvere il problema “jobs”.
Come sfrutterà queste tre occasioni ? Riuscirà a fugare i dubbi che da tempo vengano alimentati rispetto alla sua capacità di leadership ? Già perché ormai tutti i quesiti ruotano attorno a questo tema. Non è la (ancora) controfigura liberal di Ronald Reagan, cioè l’uomo simbolo di una Con rara efficacia, un editoriale del Daily Telegraph ha spiegato ai suoi lettori che presidente è (ora) Obama. . Non è una controfigura liberal di Ronald Reagan perchè non ha (ancora) dato il via a una rivoluzione politico e culturale negli States.
Non è (ancora) Franklin Delano Roosevelt, visto che, appunto, non è ancora riuscito a vincere la sfida dell’Occupazione. Potrebbe, ma lo dirà solo il futuro, essere come Lyndon Johnson, il presidente dell’escalation in Vietnam. Mentre è ben lungi dall’essere Abraham Lincoln, come spesso, lo stesso Obama, ha cercato (indirettamente) e “poco modestamente”, sottolinea il Daily Telegraph, di paragonarsi. Insomma, Obama per ora è Obama. Nulla di più, nulla di meno. Con il suo vezzo intellettuale di ponderare, riflettere sulle decisioni da prendere. Così forte da farlo apparire nei ritratti delle penne di punta del New York Times e del Washington Post come un novello Mr Spock, uno dei protagonisti della saga di Star Trek.
Obama è adesso in difficoltà. E in questo momento, secondo il DT, appare anche meno influente (e potente) della vera King Maker della politica di Washington: quella Nancy Pelosi, speaker della Camera, in grado di controllare con pugno di ferro in guanto di velluto la sua maggioranza. In questa settimana, Barack Obama dovrà fugare molti dei dubbi che è riuscito a instillare anche tra coloro che fin qui l’hanno sempre seguito. Ci riuscirà?
- Martedì 1 Dicembre 2009

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