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L'attentato a Mogadiscio EPA/BADRI MEDIA
Di Giampaolo Musumeci, Ugo Borga, Matteo Fagotto
Nessun luogo è sicuro a Mogadiscio. Tutto può accadere a Mogadiscio. Il fragile governo transitorio guidato da Sheik Sharif è stato ieri decapitato di tre suoi ministri morti nell’attentato compiuto durante una festa di laurea nell’hotel Shamo, al k4, il chilometro quattro, nella zona controllata dai governativi. L’esplosione ha investito in pieno la cerimonia di laurea della facolta’ di Medicina dell’università del Benadit, in corso nell’hotel. C’erano moltissimi studenti, e tanti genitori e parenti che assistevano all’evento. Un uomo travestito da donna e completamente velato si è fatto esplodere.
Gli Al Shabab, gli insorti islamici legati ad Al Qaeda negano, ma tutto porta a pensare che si debba a loro l’azione suicida. 22 i morti, almeno 60 i feriti. Hanno perso la vita fra gli altri, il ministro dell’Istruzione superiore, Ibrahim Hassan Addow, il ministro dell’Educazione, Mohamed Abdullhai Waayel, e il ministro della Sanità, Qamar Aden Ali, secondo un responsabile governativo. Un quarto membro del Tfg, il ministro degli Sport, Suleyman Olad Roble, è rimasto ferito gravemente. Anche due giornalisti somali sono stati uccisi: il corrispondente di radio Shabelle, Mohamed Amin Aden (radio decimata nei mesi scorsi da attentati), e un cameraman della televisione al Arabiya, Hassan Zuber Hadji. L’azione è stata compiuta dopo che a settembre due auto erano esplose nel campo dell’Amisom, la missione dell’Unione Africana per la Somalia. Lì la rivendicazione di Al Shabaab non si era fatta attendere.
Ma stavolta le dure condanne della comunità internazionale hanno probabilmente indotto gli estremisti a fare marcia indietro e a puntare il dito contro gli stessi miliziani governativi: “Faida interna” ha dichiarato un portavoce di Al Shabaab. Poco credibile, a detta di tutti gli osservatori internazionali. Una nostra fonte raggiunta a Mogadiscio ha rivelato che negli ultimi mesi Al Shabaab ha dimostrato la sua forza, portando attentati mirati anche ad alti livelli, come quello di ieri. Il 18 giugno scorso, un attentato suicida era costato la vita al ministro della Sicurezza interna, colonnello Omar Hashi Aden, e ad altre 19 persone a Beledweyne (300 chilometri a nord di Mogadiscio).
Il 17 settembre, 21 persone erano rimaste uccise in un duplice attacco kamikaze contro il quartier generale dell’Amisom a Mogadiscio. “Ma sul terreno la situazione non sta cambiando” ha aggiunto. “Non ci sono grossi cambiamenti a livello militare e di posizione”. Così a Mogadiscio la Maka Al Mukarrama, la strada principale, rimane la linea di demarcazione fra i due fronti. Così a Mogadiscio non passa giorno che le due parti ingaggino. E dei civili rimangano feriti o perdano la vita. La città è svuotata: dei suoi due milioni di abitanti ne rimarrebbero solo la metà. Gli altri affollano i campi profughi nelle periferie. Chi può tenta di scappare, soprattutto verso lo Yemen. E la comunità internazionale non riesce a frenare la violenza e dare la pace a un paese in guerra da 20 anni.
- Venerdì 4 Dicembre 2009
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