
Obama parla durante la cerimonia funebre a Fort Hood
Cinque giovani americani: volevano esportare la Jihad dalle dolci colline della Virginia alle montagne dell’Afghanistan per colpire a morte altri giovani americani. Cinque young americans, alcuni dei quali ancora adolescenti, tra i 19 e i 25 anni, partiti dal cuore degli Stati Uniti una settimana fa e finiti in una fredda cella pachistana con l’accusa di volersi arruolare nei Talebani per combattere contro i soldati del generale Stanley McChristal.
L’America che ha paura di nuovi attacchi terroristici, che ha timore di ritrovarsi con il nemico in casa, scopre non solo di avere una minaccia dietro l’angolo, ma anche di “inviare” fondamentalisti islamici sul fronte della Guerra (al terrore).
La storia dei Cinque di Alexsandria piomba su di un paese ancora scosso dalla strage di Fort Hood, ancora carico di inquietudini e interrogativi sui motivi che hanno spinto il maggiore Malik Nadal Hasan a imbracciare il fucile e uccidere tredici persone nella base dell’esercito in Texas.
La prima (e ultima) tappa del viaggio dei Cinque aspiranti jihadisti sulle tracce di Osama Bin Laden è stata Sargodha, una città nel Punjab, sulla strada del Nord Waziristan, uno dei paradisi di Al Qaeda. Erano ospitati nella casa di un parente del più anziano del gruppo, Umer Farooq, 25 anni, diversi dei quali passati negli Usa dove la sua famiglia si era trasferita per aprire un’attività legata all’informatica. Il padre del ragazzo, Khalid, in passato aveva avuto contatti con Jaish – e – Muhammad, un gruppo radicale bandito dal Pakistan dopo l’11 settembre e inserito l’anno scorso sulla lista nera delle organizzazioni terroristiche delle Nazioni Unite. Non solo. L’uomo avrebbe gestito una piccola moschea, vicino a casa sua in Virginia. Nel gruppo c’è un altro ragazzo di origini pachistane, Waqar, con parenti a Karachi. E poi Ramy Zamzam, la cui famiglia ha radici egiziane, 22 anni, studente di medicina alla Howard University. A completare la squadra, Ahmad Mini, 20 anni, nato in Eritrea e Aman Hassan Yemer, 18, proveniente dall’Etiopia. Ma con passaporto statunitense, come tutti gli altri. “Cittadini americani”- ha detto uno degli inquirenti pachistani.
Li hanno presi seguendo le loro tracce sul terreno, insospettiti dalla presenza di cinque ragazzi che non sapevano una parola della lingua locale, ma che parlavano solo in inglese. E si trovavano lì, in mezzo a quelle montagne, covo dei fondamentalisti. Li hanno interrogati e hanno capito che si sono avvicinati alla causa della Guerra Santa guardando su YouTube i video degli attacchi dei Talebani contro le truppe Nato in Afghanistan e poi stabilendo un contatto con persone vicine ad Al Qaeda. Ma la loro missione è durata poco. Prima di diventare martiri sono stati fermati.
Il loro arresto però riaffonda il coltello nella piaga del coinvolgimento di alcuni cittadini americani di fede musulmana nelle reti terroristiche internazionali. Solo pochi giorni fa un altro statunitense con radici pachistane, David Coleman Headley, era stato accusato a Chicago di aver avuto un ruolo nella strage del 2008 a Mumbai, in India, dove persero la vita 160 persone, tra cui anche alcuni turisti occidentali. Con la stessa accusa è stato messo sotto inchiesta anche un canadese nato in Pakistan Tahawwur Rana. Due altri esempi del nemico in casa. E nel cuore della mura domestiche. L’inchiesta sulla strage di Fort Hood ha scoperto che l’Imam al centro dell’indagine, Anwar al – Aulaqi – che tenne contatti con l’autore el massacro – divenne radicale dopo aver passato alcuni mesi in prigione nello Yemen con l’accusa di essere vicino al network fondamentalista. Una prova indiretta del suo ruolo e della sua influenza nella strage.
Una recente indagine di Ronald Kessler, penna di punta di Newsmax.com, ha rivelato che almeno nel 10% delle moschee statunitensi si tengono sermoni che inneggiano alla Jihad. “Il problema non sono i musulmani – scrive il giornalista del web magazine molto vicino ai repubblicani – E neppure il Corano. Il problema sono i fondamentalisti che usano il libro sacro dell’Islam come scusa per i loro atti terroristici e i musulmani moderati che, invece di condannarli, girano la testa dall’altra parte.” Il giornalista indica una percentuale svelata dall’Fbi. E ne riporta un’altra del prestigioso Pew Research Center, che ha condotto delle inchieste attraverso le moschee statunitensi: Un terzo dei giovani musulmani tra i 18 e i 29 anni credono che il l’attacco suicida, il kamikaze, può essere giustificato Una situazione migliore, certo, rispetto a prima dell’11 settembre, quando la predicazione della Jihad era permessa dietro il paravento degli articoli costituzionali e quando, di conseguenza, gli imam che incitavano alla Guerra Santa contro il Grande Satana erano molti di più di adesso. Ma pur sempre una situazione gravida di pericoli. La Jihad americana può essere esportata. O combattuta in casa.
- Venerdì 11 Dicembre 2009

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Commenti
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Il 11 Dicembre 2009 alle 22:10 indigesto ha scritto:
E meno male che gli USA sono un paese di immigrati dove l’integrazione è una delle prime condizioni di sopravvivenza. Se la popolazione di origine africana si accorge dell’islamismo, tenuto conto dei latenti conflitti sociali con la restante parte, non so poprio come finirà. Speriamo bene, e speriamo anche che cessino d’incoraggiarla negli altri paesi, l’integrazione!
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