
Il presidente del Barcellona Joan Laporta si è schierato con il referendum - Epa
“Vuole che la nazione catalana si converta in uno stato di diritto, indipendente, democratico e sociale, integrato nell’Unione Europea?” Questa era la domanda sui cartoncini del referendum indetto da varie associazioni indipendentiste catalane ieri, in 166 città e piccoli centri su tutto il territorio della regione. Una consultazione non ufficiale né riconosciuta dai principali partiti (a parte gli autonomisti di sinistra di Esquerra Republicana), con tanto di “osservatori internazionali” provenienti dal Sinn Fein irlandese, dalle Fiandre, dalla Corsica, e da altre regioni con forti componenti indipendentiste (qualcuno è arrivato anche dall’Alto Adige e dalla Sardegna). Il vero scopo del referendum era di dare una prova di forza in un momento di relazioni molto tese tra una delle regioni più ricche d’Europa e di Spagna (in cui si voterà nel 2010 per l’elezione del Governatore) e Madrid: a giorni è attesa la sentenza del Tribunale Costituzionale sullo statuto di autonomia della Regione votato nel 2006 in cui si definisce la Catalogna come “Nazione”.
Ci sono riusciti? I numeri dicono che nei municipi coinvolti ha votato il 30% circa degli aventi diritto, inclusi immigrati e sedicenni, che non potrebbero votare in caso di vere elezioni. Ovviamente con una vittoria bulgara del “Sì”: al 95%. Le interpretazioni sono discordi: secondo i quotidiani di Madrid si è trattato di una farsa e di un insuccesso. Particolarmente critico “El Mundo” che sottolinea come nelle grandi città non si è votato, nei centri superiori ai 20mila abitanti non si è andati oltre al 18% di partecipazione e solo un giorno dopo la votazione ci siano già liti interne tra i promotori. Secondo gli organizzatori invece si tratta di una vittoria “eroica” perché la consultazione è stata promossa dal basso senza appoggio di politici e media e nei piccoli centri ha ottenuto in alcuni casi una percentuale di partecipazione superiore alle ultime elezioni europee.
Dal punto di vista politico il “referendum” ha fatto causato rumore ma pochi effetti concreti. I socialisti, al potere a Barcellona, hanno rifiutato di aderire, mentre dal governo arrivava il commento del ministro Manuel Chaves: “Si tratta solo di propaganda senza nessun valore legale”. E infatti non ha perso l’occasione di sfruttare la propaganda il presidente del Barcellona Joan Laporta, ormai sempre più lanciato verso un futuro politico. Il numero 1 blaugrana ha partecipato a un comizio a Vic, nell’entroterra barcellonese, concluso con queste parole: “Senza uno stato proprio indipendente, la Catalogna è morta”.
- Lunedì 14 Dicembre 2009

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