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Oceano indiano: l’Italia guida l’inutile missione contro i pirati

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  • Tags: ammiraglio Gumiero, Atalanta, Carnimeo, Guerre di pace italiane, Marina militare, pirati, Somalia
  • Un commento
Bolognese, 46 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto "Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".
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La nave italiana Etna e l'olandese Evertsen nell'Oceano Indiano

La nave italiana Etna e l'olandese Evertsen nell'Oceano Indiano

Dopo aver guidato l’anno scorso la prima flotta istituita dalla Nato contro i pirati somali,  il Contrammiraglio Giovanni Gumiero torna nell’Oceano Indiano dove ha assunto il 12 dicembre il comando della forza marittima dell’Unione Europea impegnata nell’Operazione “Atalanta” a contrasto della pirateria nelle acque del Corno d’Africa e dell’Oceano Indiano. La nave da rifornimento italiana Etna è sede del comando della forza marittima composta da navi da guerra delle marine militari di Belgio, Francia, Germania, Grecia, Spagna, Norvegia e Olanda. La Marina italiana, una delle più esperte nelle operazioni anti-pirateria nelle acque somale, manterrà fino ad aprile 2010 il comando dell’operazione militare marittima più assurda e inutile della storia navale contemporanea. E non solo per la flotta esigua messa in campo dalla UE ma per l’intero dispositivo navale internazionale che da oltre un anno cerca senza successo di fermare qualche centinaio di pirati somali che scorrazzano liberamente per l’Oceano indiano dal Golfo di Aden alle isole Seychelles.

I numeri, del resto, parlano chiaro: nei primi 9 mesi del 2009, secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’International Maritine Bureau, gli attacchi dei pirati sono aumentati del 200 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008.

L’unico risultato tangibile ottenuto dall’operazione marittima europea e da quella Nato riguarda la protezione offerta alle navi del World Food Programme che portano cibo e aiuti umanitari a Mogadiscio mentre, sul fronte della difesa del traffico mercantile che attraversa lo stretto di Bab el Mandeb diretto verso Suez o proveniente dal Mar Rosso, il bilancio della missione è in molti casi ridicolo.

Certo, numerosi mercantili sono stati salvati dall’abbordaggio dei pirati grazie all’intervento (quasi mai letale) di navi ed elicotteri militari americani, russi europei ma anche cinesi, malesi, indiani, giapponesi e di molti altri Paesi che schierano almeno due dozzine le navi da guerra impegnate in estenuanti pattugliamenti di aree marittime vastissime.

Missioni mai risolutive ma costosissime se si tiene conto che una nave da guerra italiana costa circa 9 milioni di euro per tre mesi di operazioni. Cioè 100.000 euro al giorno. Ciò significa che la flotta internazionale nell’Oceano Indiano costa complessivamente circa 2,5 milioni di euro al giorno, 75 al mese, quasi un miliardo di euro all’anno.

Navi sofisticate da centinaia di milioni armate di missili e cannoni che non hanno ordini per affondare i barchini del valore di due o tre mila euro utilizzati dalle bande di pirati del Puntland somalo che nel 2008 hanno incassato 120 milioni di dollari (150 stimati quest’anno) in riscatti.

Nonostante tre risoluzioni dell’ONU del 2008 autorizzino le forze internazionali a penetrare nelle acque, nello spazio aereo e nel territorio somalo per colpire i pirati con il via libero del governo somalo (che di fatto non controlla neppure la capitale, Mogadiscio) nessuno stato ha finora ordinato alle sue forze navali di fare quello che si è sempre fatto per combattere la pirateria: attaccarne le basi, affondarne le imbarcazioni e ucciderne o catturarne le ciurme.

In un’epoca dominata dal “politically correct” e da un terzomondismo che induce a “giustificare” anche gli atti criminali, nessun governo ha finora ordinato alle navi da guerra di aprire il fuoco ma neppure di attuare un pur semplice blocco navale che impedirebbe ai barchini e alle “navi madri” dei pirati di lasciare i porticcioli e le baie somale dove vengono al momento tenuti prigionieri circa 300 marinai, gli equipaggi di 11 navi per le quali sono in corso negoziati per il pagamento dei riscatti. L’ultimo, da 2,8 milioni di dollari, l’ha pagato il 10 dicembre l’armatore di un cargo greco. Il giorno prima era stata sequestrata la motonave Shahbaig, battente bandiera pachistana con 29 marinai a bordo mentre il 14 dicembre è finita nelle mani dei pirati somali la nave indiana Laxmi Sagar con 12 uomini d’equipaggio.

Le durissime condizioni di prigionia riservate ai marinai dei cargo sequestrati dai pirati somali sono state ben raccontate dal professor Niccolò Carnimeo nel suo libro “Nei mari dei pirati” ma evidentemente non hanno ancora indotto la comunità internazionale a decidere di usare la forza per cancellare dai mari il fenomeno. Eppure, basterebbero appena 48 ore di guerra lampo per spazzare via pirati e “tortughe” che stanno ridicolizzando le grandi potenze navali, provocando danni gravissimi all’economia internazionale e riducendo i transiti verso Suez, verso il Mediterraneo e di conseguenza anche verso i porti italiani.

Persino la cattura di molti pirati si è trasformata in farsa. A decine sono stati liberati dai tribunali del Kenya perché, quando iniziano i processi, i testimoni (marinai e comandanti)  sono in navigazione mentre due bucanieri in carcere in Olanda hanno già chiesto asilo e persino il permesso di portare a Rotterdam le famiglie. In attesa di improbabili soluzioni drastiche, navi da guerra costosissime continuano a pattugliare inutilmente il mare mentre gli Usa hanno iniziato a utilizzare i velivoli teleguidati Reaper (gli stessi usati in Afghanistan e Pakistan) basati alle Seychelles per pattugliare il mare e molti Paesi autorizzano  gli armatori a dotare i mercantili di guardie armate.

  • gianandrea gaiani
  • Martedì 15 Dicembre 2009

Vedi anche:

  • Pirateria: la guerra fantozziana della flotta Ue
  • Non la Nato, non la UE. Ai pirati ci pensa al-Qaeda
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