
Immagini della deportazione (Credits: LaPresse)
Continua in Asia il triste trend di deportazioni forzate. Mercoledì scorso la Cambogia ha venduto venti rifugiati alla Cina in cambio di 1,2 miliardi di dollari in investimenti di vario tipo.
Questa mattina la Thailandia ha deciso di rispedire in Laos 4.400 profughi di etnia Hmong. -Gallery
Gli Hmong, che hanno combattuto per anni al fianco degli americani durante la guerra del Vietnam, sono scappati dal Laos nel 1975, quando l’instaurazione di un regime comunista nel paese mise in pericolo la loro sopravvivenza. Da allora, chi non è riuscito a emigrare negli Stati Uniti ha vissuto nel campo profughi di Huay Nam Khao, situato a circa trecento chilometri a nord di Bangkok, fino a quando, questa mattina, cinquemila militari tailandesi in tenuta anti sommossa hanno comunicato la decisione del governo locale di chiudere il campo e rimpatriare gli Hmong.
Anche in questo caso le proteste di Stati Uniti e Nazioni Unite non sono servite a nulla. L’operazione non è stata annullata nonostante i profughi Hmong rischino, una volta consegnati alle autorità laotiane, di essere perseguiti e torturati. Come ha fatto la Cambogia, anche la Thailandia ha tentato (inutilmente) di rassicurare la comunità internazionale precisando che i profughi di Huay Nam Khao altro non sono che immigrati illegali, e come tali devono rientrare al più presto nel loro paese. 34 anni di assistenza e protezione sembrano essere stati dimenticati, e il governo tailandese ha ricordato fiducioso che la garanzia di amnistia concessa da quello laotiano agli aventuali capi politici rimpatriati sarà sufficiente per tutelare l’incolumità dei pochissimi rifugiati politici del campo. Diverse le stime dell’Alto commissariato delle nazioni Unite per i rifugiati, che tra i 4.400 espulsi conta già 150 rifugiati riconosciuti e “a rischio”.
Le operazioni di rimpatrio dovrebbero essere concluse in serata. Dal momento che a nessun giornalista è stata concessa l’autorizzazione ad accedere al campo profughi di Huay Nam Khao, per ricostruire la cronaca della giornata è possibile affidarsi solo alle dichiarazioni del governo tailandese, che spiega che nessun Hmong ha opposto resistenza ai militari. Ma Sunai Phasuk, responsabile locale di Human Rights Watch, ha raccontato che al campo profughi oggi da nessun cellulare era possibile prendere la linea. Sicuramente per un’interferenza di impronta governativa, per fare in modo che nessuno raccontasse cosa stava succedendo.
- Lunedì 28 Dicembre 2009

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Commenti
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Il 28 Dicembre 2009 alle 21:46 jimmie01 ha scritto:
Enrico quando ti incazzi fai a pugni con la lingua italiana. He,he,he,he,he.
Il 28 Dicembre 2009 alle 21:47 jimmie01 ha scritto:
E poi, di quali problemi parli? Io posso leggere tutto e molto bene.
Il 31 Dicembre 2009 alle 14:53 indigesto ha scritto:
Gentile Dottoressa, è indubbio che in questi casi si tratta di profughi politici, capi o combattenti che siano, rifugiatisi presso gli Stati confinanti per logiche di opportunità sociale e logistica. Essere accolti e mantenuti ha costituito finora una garanzia per gli stessi, che, una volta rimpatriati, saranno assoggettati, come minimo, a ritorsioni insopportabili.
Qui da noi arrivano da paesi lontani, dichiarandosi profughi politici (cosa facilissima per chi proviene da paesi dove proliferano le guerriglie tribali) e pretendono da subito il riconoscimento dello “status”, senza che talora ve ne siano i reali presupposti. Ma se abbiamo difficoltà a rimpatriare i clandestini dichiarati, immaginiamoci cosa possiamo nei confronti di questi sedicenti “profughi politici”. Siamo pur sempre il Paese dell’accoglienza ad ogni costo, o no? Felice Anno!
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