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Soldati durante la cerimonia funebre a Fort Hood
Se si potesse fare un classifica, questa sarebbe (è ) la terza peggiore crisi dell’Agenzia da quando è stata fondata a oggi.
La prima fu all’epoca di JFK, la Baia dei Porci, il tentativo (finito male, molto male) di invadere Cuba. L’altra è l’11 settembre, l’attacco all’America, che gli uomini di Langley non furono in grado di evitare. Al Qaeda non era un oggetto misterioso, ma quasi.
Se si pensa a ciò, la grande crisi del Natale 2009, è per certi versi sorprendente: dopo quasi un decennio di Guerra al Terrorismo (War on Terror), l’Agenzia subisce colpi su (dolorosi) colpi. Prima l’attacco kamikaze in cui un triplo agente infiltrato del network di Osama Bin Laden è riuscito a uccidere, in una blindatissima base militare in Afghanistan, sette americani, tra cui quattro agenti della Cia.
Poi, la Grande Paura; le (sacrosante) critiche per non essere riuscita ad evitare il (fallito) attentato sul volo della Northwest Airlines.
Cosa succede alla Central Intelligence Agency? Perché passa di errore in errore? E a cosa potranno portare tutti questi fallimenti? L’America è inquieta e preoccupata nel vedere quello che sta accadendo a una delle sue istituzioni più conosciute (e prestigiose).
Lo stesso Leon Panetta, il suo direttore, è dovuto intervenire sulle colonne del Washington Post per difendere il suo operato e quello dei suoi uomini.
Un articolo (inusuale) per dire che ai suoi agenti non mancano esperienza e addestramento (come, al contrario, hanno affermato alcuni critici), e che il loro “lavoro” in Afghanistan sarà ancora portato avanti (con orgoglio).
Panetta non poteva scrivere altrimenti. In realtà, lui, più politico e uomo delle segrete stanze del potere di Washington che “tecnico” dell’intelligence, vive uno dei peggiori momenti della sua carriera. E’ nell’occhio del ciclone e lo stesso Obama (che l’ha voluto per quell’incarico) fa molta fatica a schierarsi dalla sua parte. Lui, Panetta, difende la Casa.
Ma sono proprio ex agenti dell’Agenzia a raccontare a tutti i giornali che la situazione è molto grave. Parlano di estrema “debolezza”della Cia. Prendiamo il caso della strage della base di Khost. E’ la prova dell’incapacità di”collezionare” informazioni.
Il generale Michael Flynn, vice capo dell’Intelligence in Afghanistan, ha pubblicato un’ esplosivo rapporto per il Center for a New American Security in cui si descrivono i funzionari sul campo come “ignoranti dell’economia locale e di chi la comanda; all’oscuro di chi siano i personaggi chiave e come potrebbero essere influenzati; lontani dalla persone che sono nelle migliori posizioni per fornire utili spiegazioni e risposte ai quesiti degli agenti”.
Molti di loro, secondo il Generale Flynn, vivono il loro incarico più come un gioco di indovinelli che un serio lavoro di analisi e di investigazione. Insomma, un disastro.
Una “colpevole trascuratezza” nel raccogliere informazioni come l’ha definita un ex agente della Cia Larry Johnson.
“Il livello della preparazione è così scaduto che possiamo dire che i funzionari della Central Intelligence Agency possono essere considerati un pericolo per loro stessi” - ha detto senza mezzi termini Pat Lang, un veterano delle operazioni coperte,al quotidiano britannico The Guardian.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Prima di tutto bisogna dire che, per motivi di budget, la generazione dei cinquantenni (dei più esperti) è stata tagliata fuori.
Ora sul campo, vanno agenti con poca esperienza, i quali conoscono poco le procedure e i “trucchi” del mestiere.
Il kamikaze giordano che si è fatto esplodere a Khost non era stato controllato all’entrata della base da alcuno. La regola del “non fidarsi di tutti gli agenti che non siano americani” non è stata seguita. Come ignorata è la stata prassi di incontrare gli informatori lontano dai campi militari. A questi si sommano la mancanza di fondi. Nella “stazione” di Kabul (in teoria, la più importante per la sicurezza degli Stati Uniti) ci sono soltanto due funzionari a tempo pieno a occuparsi del Counterintelligence, del contro terrorismo.
In più, grazie anche al “nuovo approccio” un po’ burocratico, la Cia non riesce a stare dietro a tutti i cambiamenti di strategia del Nemico. Al Qaeda, nonostante tutte le analisi la dessero per spacciata, è in realtà ancora in discreta salute.
Ora che con l’Era Obama è entrata in una nuova fase fa fatica a resettarsi. Le prove di questa difficoltà sono sparse ovunque. Ricordate che per il fallito attentato a Detroit, il rapporto del consigliere per il terrorismo John Brennan metteva sotto accusa proprio la Cia?
Bene, due giorni fa Leon Panetta ha preso dei provvedimenti che appaiono un’ammissione. D’ora in avanti, tutte le informazioni e le segnalazioni ritenute pericolose verranno inviate alle strutture della polizia di frontiera entro 48 ore. Inoltre verranno assunti altri analisti per le zone dello Yemen e della Somalia.
La Cia ora, deve muoversi, recuperare il terreno perduto se non vuole continuare a essere nel mirino. Delle critiche e di Al Qaeda.
- Lunedì 11 Gennaio 2010
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Commenti
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Il 11 Gennaio 2010 alle 13:07 100spiare ha scritto:
La fatale crisi dell’Agenzia. La Cia di fallimento in fallimento …
Se si potesse fare un classifica, questa sarebbe (è ) la terza peggiore crisi dell’Agenzia da quando è stata fondata a oggi.La prima fu all’epoca di JFK, la Baia dei Porci, il tentativo (finito male, molto male) di invadere Cuba. L’altra è l…
Il 11 Gennaio 2010 alle 13:37 indigesto ha scritto:
Egregio Dr. Zurleni, non sarà che la troppa cetralizzazione produca troppa burocratizzazione? Pochi conosceranno com’è strutturata l’Agenzia, tantomeno chi Le scrive, ma acquisire per tempo dati utili alla sicurezza interna di un territorio vasto e complesso come gli USA non è certo cosa da poco. E la collaborazione con le diverse istituzioni, tra cui l’FBI, non sempre sortisce gli effetti desiderati, forse anche per beghe politiche. E’ senz’altro questione d’investimenti e di troppa superficialità nel mettere da parte le esperienze acquisite. Di certo c’è che i segnali sono preoccupanti e forse non basterà il riversamento dei dati alla Polizia di frontiera entro le 48 ore. Forse sarebbe più utile istituire presso ogni Stato una rappresentenza operativa della stessa CIA, con poteri di coordinamento per l’intervento immediato. Ormai anche il terrorismo si è “globalizzato”, e l’unico rimedio sta nel batterlo sui tempi!
Il 11 Gennaio 2010 alle 17:09 michele.zurleni ha scritto:
Caro Fumagalli, non ho saltato Pearl Harbour. Allora la Cia non eisteva ancora, visto che è nata nel 1947 sotto la presidenza Truman sulle ceneri dell’Oss (Office for Strategic Services). E’vero, però, che l’attacco giapponese contro gli Stati Uniti fu la (drammatica) prova che il paese avesse bisogno di un servizio di intelligence fino ad allora inesistente. Prima di Pearl Harbour, la raccolta di informazioni riservate all’estero era affidata al Dipartimento di Stato e ai servizi segreti delle Forze Armate. Che operavano in modo insufficiente, come dimostrò l’incapacità di comprendere che Tokio stesse per lanciare l’attacco. Eppure, anche in quel caso, molti segnali erano in mano alle autorità americane.
A Indigesto vorrei dire che gli “uffici” della Cia sono aperti in tutto il mondo e da lì mandano informazioni alla centrale di Langley. La crisi che sta vivendo l’Agenzia credo sia (è) da imputare a tutta una serie di fattori. Come dicevo nell’articolo, molti errori che in passato non venivano compiuti, ora, invece vengono fatti. C’è un livello inferiore di professionalità ? Probabilmente si. Soprattutto nella ricerca di informazioni di Counterintelligence. E questo avviene anche a causa della politica adottata nei confronti della Cia nell’ultimo decennio. Gli anni dell’amministrazione Bush, in fondo, non sono stati i migliori per Langley. Quel lavoro di raccolta ed elaborazione delle informazioni è stato affidato ad altri. Gli agenti della Cia si sono dedicati ad altre priorità, come le operazioni coperte contro i terroristi islamici, con i loro prelievi (sequestri), gli interrogatori. E quel patrimonio, costruito specialmente negli anni della Guerra Fredda, è andato (in parte) perduto.Fa impressione come la Cia faccia fatica a parametrarsi con le nuove tattiche di Al Qaeda. In più, come sappiamo, Obama l’ha messa sotto osservazione, togliendole alcune prerogative e commissariandola con un suo fedelissimo Leon Panetta. Che non ha mai fatto quel mestiere prima di ora. Il risultato è quello che vediamo. Un servizio di intelligence in preda a quella che potremmo definire una crisi di identità. E in difficoltà a crearsene una nuova, sulla base delle indicazioni politiche che vengono date dalla Casa Bianca
Il 11 Gennaio 2010 alle 20:17 jack sullivan ha scritto:
Siamo tutti d’accordo sul fatto che la C.I.A. si deve rialzare però i successi e le missioni riuscite della C.I.A., come di tutti i servizi segreti del resto, non vengono sempre resi noti, o comunque non sempre si dà alla C.I.A. il giusto ringraziamento. Quindi a mio avviso, non sapremo mai quando la C.I.A. recupererà il terreno perduto, magari ci vorranno mesi, magari anni, magari giorni o magari lo stanno facendo anche in questo momento; ma non credo che noi lo sapremo perchè rimarrà segreto.
Il 12 Gennaio 2010 alle 16:17 gratis ha scritto:
Quello che ha scritto Zurleni è giusto e condivisibile su parte dei reali motivi che affliggono la CIA.
Vorrei aggiungere qualcosa.
Non si tratta solo d’inesperienza, non conoscenza, di nuove leve, ecc, ma anche di un gran flusso di dati impossibili da far defluire nei giusti canali e far giungere a completare i vari puzzle in tempi brevi.
In pratica la CIA è un sistema elefantiaco che assorbe molto ma digerisce poco.
Può funzionare quando si tratta di raccogliere informazione su singoli Stati o grandi alleanze internazionali come nella Guerra Fredda, ma qui l’avversario è diverso, sfuggente, non identificabile, minuscoli, numerosi e difficilmente avvicinabile di straforo.
Un elefante come la CIA non vede le singole formiche che gli girellano intorno.
Se vuole combattere i singoli gruppi terroristici sarà necessario che, invece di un pachiderma burocratico, creino a loro volta dei piccoli gruppi che seguano ciascuno i vari piccoli gruppi nemici e si raccordino come informazione prima ad un livello di scambio, poi ad un livello superiore che gestisca il tutto e le decisioni.
Inoltre i diritti individuali sono una bella cosa in un sistema ordinato e democratico, ma non sono cosa adatta ad un servizio in guerra permanente contro nemici nascosti.
E’ necessario che gli sia data mano libera senza troppo distinguo o accuse postume di diritti violati.
La faccenda di Guantanamo dimostra che il chiacchiericcio e i comportamenti democratici non portano a niente, solo a peggiorare la situazione da un punto di vista dell’immagine politica e internazionale.
Certe cose si fanno in segreto e devono rimanere segrete, o questo o sorbirsi gli attentati, non si può avere la botte piena e allo stesso tempo la moglie ubriaca.
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