Prima tentenna e in preda alle incertezze lascia trascorre tre mesi senza decidere se accettare o meno le richieste dei comandanti in Afghanistan, poi si arrabbia con i militari perché la velocità di afflusso dei rinforzi a Kabul non è quelle da lui prevista. Come riportato dal New York Times, la Casa Bianca non nasconde la sua frustrazione per la lentezza con cui il Pentagono sta facendo affluire in Afghanistan i 30.000 rinforzi autorizzati dicembre dal Presidente.
Probabilmente non sarà possibile rispettare l’impegno di inviarli tutti entro l’estate, un termine già allungato rispetto al mese di maggio di cui aveva parlato Obama nel discorso di West Point Un ritardo che significa soprattutto il probabile posticipo dell’inizio del ritiro delle truppe americane, anch’esso annunciato (tra mille critiche) da Obama a partire dal 2011.
Anche se il capo di gabinetto della sicurezza nazionale, Denis McDonough, esclude tensioni con il Pentagono, fonti dell’Amministrazione descrivono un clima di crescente tensione tra il segretario per la sicurezza nazionale, James Jones, il vice presidente, Joe Biden, il capo di gabinetto, Rahm Emanuel, schierati contro i vertici militari da un lato, e il generale Stanley McChrystal che guida le truppe alleate a Kabul e il capo di stato maggiore interforze ammiraglio Mike Mullen dall’altro.
Le responsabilità del ritardo ricadono però proprio su Obama che ricevette a fine agosto il rapporto del generale McChrystal nel quale si chiedevano rinforzi subito per poter cominciare a impiegarli già a fine gennaio. Al Presidente furono però necessari ben 92 giorni, l’intero autunno, per decidere il da farsi. L’aspetto stagionale e climatico è un elemento chiave in Afghanistan.
Lassenza di sbocchi al mare costringe a far affluire truppe, mezzi e rifornimenti per via aerea o via terra. I militari arrivano negli aeroporti afgani ma costruire basi fortificate e infrastrutture (servizi, alloggi, fogne, uffici, ecc) per 30.000 militari significa realizzare vere e proprie città utilizzando materiali che non sono quasi mai disponibili in Afghanistan e devono arrivare da Tagikistan, Uzbekistan e soprattutto dal Pakistan dove i talebani attaccano i convogli diretti alle forze alleate.
Per motivi di sicurezza tutte le armi giungono in Afghanistan a bordo dei grossi aerei cargo C-5, C-141 e C-17 ma le migliaia di veicoli necessari ai 30.000 rinforzi arriveranno in buona parte via mare fino in Pakistan e poi da lì proseguiranno sulle pericolose strade del confine oppure via treno attraverso la Russia e il Tagikistan da dove dovranno proseguire su strada. Viaggi lunghi, prolungati dalla neve e dal freddo intenso che in molte aree dell’Afghanistan paralizzano i movimenti e le operazioni militari.
In dicembre il generale David Rodriguez, alla testa del comando operativo in Afghanistan, aveva ammesso le difficoltà dovute al maltempo e alle limitazioni nell’invio dei rifornimenti ma i malumori di Obama aumentano la diffidenza del mondo militare nei confronti del “comandante in capo” e dimostrano solo l’incapacità del Presidente di comprendere la natura del conflitto afgano e le esigenze militari. Eppure ha avuto ben tre mesi per “studiare” il rapporto del generale McChrystal.
- Lunedì 11 Gennaio 2010

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Commenti
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Il 12 Gennaio 2010 alle 11:02 nhico ha scritto:
Nel maggio del 2008, su queste stesse pagine, l’ambasciatore Sergio Romano, criticandone la politica estera, diceva che il presidente Bush era finito in quel vicolo cieco “…solo per non perdere una guerra sbagliata .” Non condividendo il suo pensiero, avevo commentato così quel pezzo: Il 28 Maggio 2008 alle 10:49 nhico ha scritto: “…solo per non perdere una guerra sbagliata .” Tutte le guerre sono sbagliate. Ma senza alcune di queste guerre sbagliate, l’umanità sarebbe sotto la tirannia di tanti aspiranti Saddam Hussein ed Israele sarebbe stata cancellata già da tempo dalla faccia della terra. Ecco perché (Obama) il prossimo presidente Usa non discosterà di molto la Sua polita estera dall’attuale. “ Negli States, allora era ancora tempo di primarie, ma fuori dall’agone ideologico mi era sembrato delinearsi chiara, appunto per quel carico di negatività che un po’ tutta la stampa radical-scic, per interesse di bottega, attribuiva all’uscente Presidente Usa, la vittoria di Obama su Hillary prima o sul suo diretto avversario poi. Tuttavia mi era apparso anche chiaro che, al di là e al di qua, di quelle che potessero essere i temi della sua campagna elettorale, Obama, non avrebbe potuto affatto scostarsi da quella politica, pena la sicurezza dell’America stessa e di tutto l’occidente. Ora però, deve lasciare da parte il suo tentennare, i possibili impigli delle elezioni di metà mandato, e finalmente andare avanti tenendo dritta la barra del buon senso.
Il 12 Gennaio 2010 alle 15:04 gratis ha scritto:
Le indecisioni di Obama sono dovute al programma politico dei democratici, da sempre contrari a infilarsi in guerre all’estero, applicando la politica dell’isolamento USA piuttosto che quella d’appoggio all’espansione economica e agli interessi economici e politici USA e dell’occidente.
L’Afghanistan, guerra apparentemente diversa dalla situazione in Iraq, ha motivazioni più forti per la presenza USA, cosa per cui i democratici anche volendolo NON POSSONO E NON RIESCONO a sganciarsi da questa guerra.
Sarebbe impossibile giustificare una ritirata da quei luoghi dandola vinta ai talebani, cioè a coloro che hanno appoggiato e aiutato Osama Bin Laden e al Qaeda a realizzare l’attacco agli USA del 11 Settembre 2001.
E’ per questo che Obama si è trovato a dover “riflettere” se concedere truppe o meno, sicuramente voleva saggiare l’opinione degli americani prima di fare qualcosa che poteva influire sulle fortune politiche dei democratici e della sua stessa presidenza.
Naturalmente le guerre non aspettano e i suoi generali, forti dell’opinione pubblica, era inevitabile che facessero presente la necessità della situazione e il bisogno di truppe.
Infine c’è il problema di un Presidente USA sospettabile d’essere islamico, sia per la sua origine sia per le sue frequentazioni passate, sia per i finanziamenti che ha ricevuto nella sua candidatura, sia per le sue politiche troppo aperte e favorevoli all’islam e chiusa e ostile agli alleati tradizionali.
Esempi eclatanti sono stati la sua apertura i fratelli mussulmani in Egitto, da sempre fondamentalisti e aspiranti al controllo islamico della Terra, il suo saluto con umile inchino di fronte al sovrano saudita come a salutare e riconoscere il suo capo religioso, il mancato intervento in Iran con appoggio politico quando ci furono i brogli elettorali e adesso il suo estraniarsi dagli attuali massacri in Iran, la sua chiusura agli israeliani riconoscendo diritti inesistenti dei “palestinesi”, infine la rinuncia alla barriera anti missili in Cecoslovacchia contro eventuali aggressioni del Medio Oriente contro l’Europa e la Nato.
Non ultimo la strage di forte Hood per cui ha avuto toni bassi e accreditanti la follia invece che il fanatismo islamico, per non parlare del tentato attentato del nigeriano sull’areoplano Delta e mancato intervento della sicurezza nazionale.
E’ inevitabile che Obama sia nervoso sulle truppe in ritardo, ne va ormai della sua immagine politica e di quella del partito democratico.
Truppe che tra l’altro ha inviato non nel numero richiesto dai suoi generali e non nella qualità di combattenti per una parte, ma di truppe di “assistenza”, vale a dire infermieri, becchini, cuochi ecc., cosa che sicuramente avrà fatto imbufalire ulteriormente i suoi generali, per non parlare che non ha programmato una strategia bellica e quindi di rifornimenti militari adeguati alle situazioni sul campo, lasciando il suo generale di sbrigarsela da solo con quello che ha, ma addirittura di ritirata, come lo stesso giornalista fa presente, ringalluzzendo i talebani che sanno solo di dover vivacchiare fino a tale epoca per avere la vittoria assicurata.
In altre parole ha creato le premesse per creare un altro Vietnam e costringere l’opinione pubblica americana a richiedere la ritirata.
Il governo italiano invece di preoccuparsi di questa situazione anomala sul campo di battaglia che pone a rischio i nostri soldati inutilmente, oltre che dell’Iran che in caso di distruzione inevitabile dei suoi siti nucleari con un blitz degli USA o d’Israele la prima cosa che farà sarà d’attaccare le truppe USA più vicine, cioè quelle che si trovano in Afghanistan e in questo non farà distinzione alcuna con gli italiani, gli invia altre truppe, così se ci sarà la frittata sarà più grossa.
Siamo partiti con un cavallo vincente e adesso stiamo puntando su un cavallo perdente.
Con Bush si poteva fare ma con questo qui stiamo rischiando di brutto.
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